RECENSIONI
50 Domande e Risposte sul post aborto
dal Numero 24 del 14 giugno 2015
di Federico Catani

Generazione Voglio Vivere, 40 pp.

“Generazione Voglio Vivere” è un’associazione che da anni promuove la cultura della vita, svolgendo un’attività di apostolato soprattutto via mail, lanciando campagne e petizioni che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sui delicati temi della bioetica. Recentemente ha pubblicato un opuscolo di quaranta pagine dedicato alle conseguenze psichiche dell’aborto. 50 Domande e Risposte sul Post Aborto (da richiedere sul sito www.generazionevogliovivere.it) è una sorta di catechismo in pillole. Risponde alle domande la dottoressa Cinzia Baccaglini, una delle più grandi esperte in materia. Psicologa e psicoterapeuta, presidente del “Movimento per la Vita” di Ravenna, responsabile dell’associazione “Progetto Gemma”, che ha come scopo la sequela di Gesù Concepito, Cinzia Baccaglini è una militante convinta, coerente e appassionata, che ha consacrato tutta la sua esistenza alla difesa della vita umana innocente.
Nel libretto, utile strumento nelle discussioni che possono capitare quotidianamente tra amici, parenti, oppure colleghi di lavoro, viene subito precisato che parlare di aborto come scelta libera della donna è un grande inganno. In effetti, il contesto socioculturale influenza molto la percezione che si ha dell’aborto. Se la società non è accogliente, non garantisce aiuti alla maternità e propaga l’edonismo egoista, sarà molto più difficile creare le condizioni perché una gravidanza indesiderata venga portata avanti. Anzi, spesso la gravidanza è indesiderata proprio a causa del contesto culturale in cui si vive.
Ben pochi sembrano preoccuparsi degli effetti che l’aborto produce nella donna. Certamente, come nota la Baccaglini, non vi sono regole uguali per tutti e conseguenze sempre identiche e inevitabili, poiché le reazioni variano da soggetto a soggetto. Tuttavia il problema esiste ed è serio. Se è vero che non sempre le conseguenze di un aborto sono immediate, è altrettanto certo che i disturbi psichici, più o meno pronunciati, prima o poi si presentano, anche dopo anni e anni. Il problema più diffuso è la sindrome post-aborto, che può prevedere incapacità di provare emozioni, distacco dagli affetti, disturbi della comunicazione, del pensiero, dell’alimentazione, della sfera sessuale, neurovegetativi, fobici, d’ansia, del sonno e poi depressione, pensieri suicidari, tentativi di suicidio, inizio o aumento di assunzione di sostanze stupefacenti, alcool o psicofarmaci. L’aborto insomma è una ferita indelebile, che la donna porta con sé per sempre. «Non si cancella un dolore così – afferma la dottoressa Baccaglini –. Si può però arrivare a far sì che questa sia una ferita accompagnatoria. Un’assenza presente nel cuore, nella mente e nell’anima e non una presenza-assenza persecutoria. A tratti anche il senso di colpa riemergerà e a quel punto bisognerà trasformarlo ogni volta in senso di responsabilità e di vita per se stessi e i propri cari».
La situazione si complica ulteriormente quando l’aborto è chimico, ad esempio tramite la pillola RU486. Occupandosi di casi del genere ogni giorno per lavoro, la dottoressa Baccaglini riscontra che vivere il processo abortivo in solitudine, a casa, con nausea, vomito, diarrea, perdite di sangue, sedute in bagno, vedendo e riconoscendo l’embrione espulso, fa aumentare i tentativi di suicidio e i sensi di colpa, perché in tal caso la donna ha fatto tutto da sola, senza l’intervento di un soggetto terzo. Ancora una volta risulta totalmente criminale la propaganda imperante a favore dell’aborto-fai-da-te.
L’uccisione del bimbo nel grembo materno però, è una tragedia anche per tutte quelle persone che ruotano attorno alla donna che abortisce: il padre, i figli già nati o futuri, i nonni, gli operatori sanitari – siano essi obiettori oppure no –, gli amici e i parenti. Molti padri, ad esempio, reagiscono manifestando una rabbia da impotenza, che possono manifestare in molti modi. Basti ricordare, a tal proposito e per inciso, che la legge 194, approvata in un clima di femminismo imperante, non riconosce alcun ruolo alla figura paterna, ma demanda tutto alla volontà della donna: alla faccia delle pari opportunità. Inoltre non sono immuni da conseguenze nemmeno i figli, sia nel caso in cui sappiano la sorte dei loro fratelli o sorelle uccisi, sia nel caso in cui si rendano conto di essere stati concepiti per sostituire altri. Anche i medici, poi, possono restare turbati. Sapere di aver studiato per salvare e curare la vita e vedere al contempo ricorrere alla propria professionalità per eliminare esseri umani lascia inevitabilmente il segno. Del resto, numerose sono le testimonianze di medici ex abortisti che raccontano la frattura avvertita nella loro coscienza in quei tristi frangenti.
Vi sono conseguenze spiacevoli anche nella fecondazione artificiale extracorporea, nonostante oggi dalla propaganda ufficiale venga considerata un diritto irrinunciabile e una conquista di civiltà imprescindibile. Anche in questo caso, infatti, si sopprimono scientemente gli embrioni: per ottenere un figlio, infatti, se ne devono sacrificare molti altri. Gli effetti che si producono nella psiche, pertanto, sono simili a quelli generati dopo un aborto. Non si può inoltre dimenticare che a questa tecnica è legato il mito del bimbo perfetto a tutti i costi, per ottenere il quale (come un prodotto di consumo), non si teme di distruggere embrioni (cioè persone) difettosi. Niente più e niente meno dell’eugenetica nazista del III Reich. Peraltro, per soddisfare un desiderio (pur legittimo) dei genitori, a rimetterci è pure il bimbo concepito in provetta: non sono rari i casi di disturbi psichici che si verificano negli anni della crescita. E non osiamo immaginare quanto accadrà a chi è stato coinvolto nella barbara pratica dell’utero in affitto...
Questo libro non serve a spaventare o a formulare un giudizio di condanna inappellabile. Serve però a mettere in guardia e a far conoscere la verità. La verità che i cultori della morte e i sostenitori dell’aborto occultano in nome dei presunti diritti civili e della fallace autodeterminazione della donna. Quel che dice la dottoressa Baccaglini dimostra chiaramente che sin dal concepimento siamo in presenza di una vita umana. Se si eliminasse solo un grumo di cellule, non vi sarebbe alcuna sindrome post-aborto e non si avvertirebbe alcun sentimento di maternità. Ad ogni modo, come scrive nella prefazione il responsabile di “Generazione Voglio Vivere”, Samuele Maniscalco, «alla condanna dell’aborto deve seguire l’accoglienza e il perdono per quelle donne che, ingannate dai miti dell’abortismo militante, sono cadute in un abisso di dolore e di disperazione. A queste donne vogliamo dire di non perdere la speranza ma di ritrovare la via della vita». Per farlo occorre che il nostro parlare sia sì sì no no, senza alcuna paura dei diktat del politicamente corretto.

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