SPIRITUALITÀ
Uomo d’azione: Ignazio di Loyola
dal Numero 28 del 25 luglio 2021
di Paolo Risso

Si chiama Ignazio e un fuoco divino lo divora. Un’ispirazione forte: formare una compagnia di militi a servizio della Chiesa. La loro missione? L’apostolato in tutte le direzioni nella fedeltà alla perenne Tradizione cattolica. Il tutto per “la massima gloria di Dio”.

Gesù bruciò i pochi mesi che aveva a disposizione in un lavoro intenso e faticosissimo, con cui pose le basi del Cristianesimo eterno. Egli non si risparmiò e non risparmiò i suoi amici. Li chiamò dai loro lavori manuali, non certo per destinarli al riposo: «Seguitemi e io vi farò diventare pescatori di uomini» (Mt 4,19). Un mestiere più faticoso dell’altro.

Gesù è come il Signore dei talenti, che molto esige dai suoi, «che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso» (Mt 25,26). Chi lavora con Lui non deve voltarsi indietro. Alla fine, «quando avrete fatto quanto vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili; abbiamo fatto ciò che dovevamo fare» (Lc 17,10).

Milite di Cristo

Così preziosi “servi inutili”, presero subito esempio da Lui. I pescatori del lago, diventati Apostoli, si sparsero nel mondo per “fare ciò che dovevano fare”, poiché Egli non aveva posto limite alla loro azione. Paolo mise in agitazione tutte le città che incontrava sul suo cammino, durante l’audace scorreria dalla Palestina all’Asia Minore, alla Grecia, all’Italia e a Roma. Pare anche in Illiria e in Spagna.

Molti papi, vescovi, monaci, sacerdoti, laici furono uomini di fervida fede, ma anche di azione senza limiti. I loro nomi si affollano nella mente e non sappiamo chi scegliere tra gli organizzatori della Chiesa, i messaggeri del Vangelo verso le frontiere più remote, i civilizzatori dell’umanità. Uno ne scegliamo, tra i più grandi.

Verso la fine del ’400, presso il tempo in cui il genovese Cristoforo Colombo scopriva le Americhe, esattamente nel 1491, nella provincia basca della Spagna, nasceva da nobile famiglia Inigo Lopez di Loyola. Adolescente, sarà paggio di Juan Velasquez, ministro di re Ferdinando di Spagna. In lui, ragazzo appassionato di libri cavallereschi e poi gentiluomo di corte, non c’è molto che faccia presagire l’austero e attivissimo creatore e primo generale della Compagnia di Gesù.

Non è solo giovane di corte, ma soldato, Inigo, che noi chiamiamo Ignazio (che significa “di fuoco”), ma pure soldato, valoroso soldato. Una brutta ferita ricevuta all’assedio di Pamplona, da parte dei francesi, lo obbliga a una lunga convalescenza nella sua casa-fortilizio di Loyola. In attesa di guarire, scosso dentro da Dio, non sa decidersi se diventare cavaliere della sua Infanta, principessa reale, o cavaliere (miles) in altra direzione, dove lo attira una nuova, misteriosa, prepotente chiamata. Si decide in questa direzione e sarà per sempre perfetto cavaliere di Cristo.

Ora si sente preso da una febbre di azione. Gesù lavora quella sua natura generosa, ottima sintesi di tenacia basca e di avventuroso spirito castigliano. In anni brevi, i centri della sua azione diventano Alcalà, Parigi, Venezia, la Palestina, Barcellona, Salamanca, Roma. Il suo disegno si chiarisce: mettere insieme un gruppo di amici scelti e validi, che abbiano gli stessi ideali di santità e di apostolato, a immagine di Gesù. Gli amici li trova in Spagna, Francia e Italia.

Dovranno essere come una “compagnia di militi”, un drappello di cavalleria, a servizio della Chiesa. Il Papa li mandasse dove vuole, anche a morire. Li mandasse tra cattolici, protestanti, pagani essi non hanno preferenze. Una cosa vogliono: lavorare e non fermarsi mai “ad maiorem Dei gloriam”, per conquistare le anime a Gesù, unico Capitano, unico Salvatore del mondo. Pochi anni dopo, lo avrebbero dimostrato i primi “figli” di padre Ignazio, i giovanissimi Stanislao Kotska, Giovanni Berchmans, Luigi Gonzaga... e i Gesuiti missionari in Inghilterra: Edmon Campion e John Ogilvie, martiri per la Messa cattolica.

A servizio della Chiesa

Per sentirsi libero nei movimenti, il padre Ignazio non pensa a fondare un Ordine religioso nuovo, perché teme che antiche consuetudini lo blocchino in obblighi non necessari. Ma poi papa Paolo III (Farnese) ed elette personalità romane, ma soprattutto la luce di Dio convincono Ignazio a incanalare quel torrente di energie e di vita. Così, approvante il Papa, si consolida a Roma la Compagnia di Gesù. Corre l’anno Domini 1540. Il padre Ignazio ha 49 anni.

L’ideale e il traguardo della Compagnia di Gesù è l’apostolato in tutte le direzioni, con fedeltà alla Tradizione cattolica e capacità di adattamento ai tempi. Il fine ultimo è la gloria di Dio, con una vita intensa di preghiera, accompagnata da povertà, castità e obbedienza, rinuncia a ogni dignità, fedeltà al Papa.

I compagni di Ignazio si avviano presto verso il Portogallo, l’India, la Spagna, il Veneto, la Germania, le Fiandre, il Trentino, l’Etiopia, il Congo, e verso gli immensi campi apostolici delle Americhe che il genovese Colombo e il fiorentino Vespucci hanno da poco scoperte. Sono trascorsi solo dieci anni dalla fondazione della Compagnia, ma l’azione del padre Ignazio si fa sentire in tutta la Cristianità.

A questo punto, il capo non si sente più degno di guidare un’impresa così grande e vuole dimettersi da generale e vivere come uno qualsiasi dei suoi confratelli. I quali non glielo permettono. Ignazio continua a essere il “preposito generale”. Fonda a Roma i suoi centri di cultura superiore: il Collegio Romano, il Collegio Germanico. Organizza le province dell’Ordine in Europa, Asia, America. Dovunque diffonde il suo stile di vita forte, logico, riformatore nella fedeltà alla Chiesa di sempre. Si appassiona al problema dell’unità della Chiesa e cerca di promuovere il “ritorno all’ovile”, la Santa Chiesa Cattolica, unica Chiesa di Cristo, dei protestanti del Nord Europa e dei dissidenti d’Etiopia. 

Nel 1556, quando muore a 65 anni di età, il padre Ignazio di Loyola lascia alla Chiesa i risultati della sua azione formidabile: oltre mille religiosi nella Compagnia, organizzati in tre continenti. Il bilancio spirituale vale più di quello organizzativo. Innumerevoli santi e martiri sono fioriti in ogni secolo nella Compagnia di Gesù. Pensiamo a san Francesco Saverio, ai Gesuiti martiri per la Messa in Inghilterra, che abbiamo già citato, ai missionari e martiri del Giappone.

Papi, vescovi, missionari, sacerdoti, laici hanno ricevuto un forte impulso nell’unione con Dio, attraverso il libro-guida degli Esercizi spirituali del padre Ignazio: a prima vista, a un nanerottolo come me, il testo (che è una traccia da seguire e sviluppare) può sembrare “un chiodo da succhiare”, ma se dentro vi scopri la presenza viva di Gesù solo, il Capitano dei suoi militi alla conquista del mondo e dell’eternità, allora alla fine ti puoi gloriare di aver approfondito al massimo la “sequela di Cristo”, nella luce e nella gioia.

Ignazio di Loyola fu canonizzato nel 1622 dal papa Gregorio XV.

Nessuno è disoccupato

Il Cristianesimo è andato avanti nel mondo anche mediante uomini di azione come Ignazio. (Anch’io ho ricevuto un bene immenso da un “gesuita”, padre Virginio Rotondi (1912-1990), teologo, predicatore, collaboratore del venerabile Pio XII. I grandi costruttori del Cristianesimo tuttavia non oscurano mai i modesti contributi dati dagli umili credenti: tutti i fedeli, compresi i christifideles laici sono chiamati da Dio alla santità, come insegna la Chiesa e insegnano i maestri di santità.

C’è una nobiltà e una grandezza sublime nei nostri propositi di servire molto; di dare tutto a Dio e alla sua Chiesa. Solo Dio sa quanto questo mondo abbia bisogno di cristiani intelligenti, onesti, luminosi, preparati che servano alle infinite necessità dell’uomo di oggi, che però, non dimentichiamolo mai, cerca l’Infinito e l’Eterno che è Dio solo. La ricerca scientifica è servizio. La cultura è servizio. La vocazione sacerdotale religiosa e missionaria è servizio, il più alto e sublime. Vivere “Gesù solo” e dare “Gesù solo”, ai fratelli, è necessario, è indispensabile.

In questo servizio, c’è posto per tutti. Alla sequela del Cristo non ci sono disoccupati, ma c’è posto per tutti. C’è da fare per tutti.

Così pregava un figlio di sant’Ignazio, il padre Francesco Le Buffe:

«Signore, mandami uomini equipaggiati 
per la battaglia, 
uomini di carattere fino al midollo.

Mandami i migliori della tua razza;
mandami i tuoi gentiluomini.

Perché io non voglio essere vinto dai deboli, 
ma da uomini che abbiano il cuore dei Vichinghi
e la fede semplice di un bambino».

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