SPIRITUALITÀ
Filippo, il Buono
dal Numero 20 del 23 maggio 2021
di Paolo Risso

“Chi vuole altra cosa che non sia Cristo, non sa quel che vuole. Chi domanda altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che domanda. Chi non opera per Cristo, non sa quel che fa” – San Filippo Neri

Nella mia chiesa parrocchiale c’è un bellissimo quadro ovale che lo rappresenta, in talare, cotta e stola – fin qui tutto ok –, ma con una mano egli si tocca dalla parte del cuore. Non sapevo il perché di questo gesto. Me lo spiegò un giovane sacerdote di passaggio: «Filippo aveva il cuore dilatato per il suo grandissimo amore a Gesù, dilatazione che gli alzò due costole, come fu costatato alla sua morte».

Insomma, scoppiava di amore a Gesù, il Quale, sempre e dovunque, merita che “si esploda per Lui”, che “si perda la testa” per Lui. Dunque, Filippo Neri, un santo sommamente cristocentrico, e pertanto molto allegro e buono. Così diventò da allora, mio amico, uno dei “miei santi”.


Mercante o monaco?

Filippo Neri era nato a Firenze nel 1515. Figlio di un notaio – di buona, prestante e cattolica famiglia –, rimase presto orfano della mamma. Nonostante questo dolore che gli resterà, addolcito, per tutta la vita, crebbe in un’infanzia serena, favorita dalla sua indole mite e vivace. Studiò musica e poesia e amò le bellezze della campagna fiorentina e toscana. Gesù era il centro della sua vita.

A 18 anni, Filippo venne mandato a Cassino da uno zio mercante a imparare quel mestiere. Ma sarà “mercante di anime”, che conquisterà a Gesù come le perle più preziose. Dal bancone della bottega spaziava con lo sguardo sul colle di Cassino, sormontato dalla gloriosa abbazia... Dopo un po’ non ebbe occhi che per quella! Era bello, simpatico, “guardato”, ma lui entrava ogni giorno di più nell’attrazione di Gesù solo.

La sua indole non era tagliata per fare il monaco. Ma non sarà neppure mercante, come lo zio che gli voleva bene, né notaio come suo padre. Per qualche mese, bazzicò tra i Benedettini, ma poi decise di trasferirsi a Roma: nell’urbe, seguì i corsi di studio che si tenevano all’Università della Sapienza.

Ma neppure nello studio, pur avendo intelligenza e profitto, trovò quello che cercava: stava emergendo la sua vera vocazione, ardere e risplendere per Gesù, irradiare Gesù. Allora fece un fascio di tutti i libri che aveva e li vendette al mercato, distribuendone il ricavato ai poveri. Si tenne solo per sé la Bibbia e la Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino: sarà apostolo della Parola di Dio, che è Gesù Cristo, e tomista.

Dopodiché, si trasformò in predicatore itinerante e in assiduo-sollecito frequentatore dei quartieri più poveri della Roma cinquecentesca, degli ospedali più abbandonati, delle carceri più tetre, portando ovunque, con la sua ilarità, persino scanzonata di “toscanaccio puro-sangue”, la testimonianza della più ardente carità di Cristo. O meglio: Filippo portava Gesù che è la stessa carità di Dio. Comincia così il singolare apostolato di questo fiorentino illustre, che ha capito e sentito, nella sua esperienza, Gesù come la gioia, la vera gioia in questo mondo e nell’eternità.

Né mercante, né monaco, ma apostolo della vera gioia, che è Gesù solo.


Sacerdote santo

Nel 1551, a 36 anni, chiese e ottenne di essere ordinato sacerdote. La sua gioia toccava il cielo di Dio... Subito dopo organizzò il suo primo “Oratorio”, seme della Congregazione che nel 1575 sarà approvata con il nome “dell’Oratorio”, perché fosse continua nel tempo e con il suo stile (“educatore mediante la gioia”) la sua attività a favore dei ragazzi. Molti santi ed educatori – tra i quali san Giovanni Bosco – si ispireranno anche a lui nella loro opera educativa.

Per il fatto di aver venduto in gioventù tutti i suoi libri, non si deve pensare che Filippo fosse un ignorante o uno zoticone. Anzi, aveva una solidissima cultura, basata sulla Sacra Scrittura e la Summa di maestro Tommaso. Era in fondo un umanista cristiano che apprezzava tutto il sapere, non come assoluto, ma come introduzione a Cristo, a Cristo che risponde in modo definitivo e adeguato a tutte le aspirazioni della mente e del cuore umano, apostolo dell’uomo redento dalla Croce di Gesù, non propalatore, come tanti umanisti, dell’uomo come misura di tutte le cose.

Negli anni caldi e appassionati del grande Concilio di Trento (1545-1562), Filippo fu vero umanista di Cristo, difensore della verità del Credo cattolico, sacerdote fedelissimo di Gesù e della Chiesa, appressato da illustri e santi uomini di Chiesa, come san Carlo Borromeo (1538-1584), come dai Pontefici del suo tempo, quali papa Clemente VIII, che tentarono di farlo cardinale, dignità sempre rifiutata per poter essere tutto dei suoi ragazzi e dei suoi “discepoli” che avrebbero continuato la sua opera.

Interiormente, era molto ricco, umanissimo nei rapporti con gli altri, aperto alla gioia del vivere, frutto del suo buon temperamento, ma soprattutto della sua fede che gli faceva “vedere” e “sentire” il Cristo vivo e operante per mezzo di lui: «Ritirati, Signore, ritirati. Trattienimi l’onda della tua grazia», era solito dire quando aveva il cuore gonfio di felicità e di gratitudine.

Nello stesso tempo, pregava il Signore di tenergli una mano sul capo: «Altrimenti Filippo senza il tuo aiuto, Gesù, ne fa qualcuna delle sue... o si fa turco».

Durante la celebrazione della Santa Messa, che offriva a Dio ogni giorno come un angelo all’altare, a volte era rapito in estasi, per la gioia straripante di identificarsi nel Sacrificio di Gesù, ma lui, per limitare quei “voli” che lo alzavano da terra e potevano mutarsi in spettacoli vanagloriosi, accanto al messale teneva il libro della Facezie del pievano Arlotto.

A Messa conclusa, nel congedare i fedeli, soleva dire: «La vostra ora di pregare è finita, non però il tempo di fare il bene, che tutto comincia ora». Per essere un vero sacerdote di Gesù, dedicava molto tempo alle Confessioni dei fedeli e dei più peccatori, che avvicinandosi a lui gli aprivano il cuore senza paura, certi di tornare riconciliati con Dio, e pieni di gioia, di aver ritrovato l’intimità con Gesù... o di crescere nell’intimità con Gesù.

Come aveva venduto i suoi libri per dare il ricavato ai poveri così aveva fatto bruciare gran parte dei suoi scritti, dove era bravissimo nel tradurre in brevi massime la dottrina e la sapienza del Cattolicesimo più schietto e vissuto. Molti suoi detti tramandati oralmente (di scritti suoi ne rimangono solo una trentina) sono entrati a far parte del patrimonio spirituale di moltissime generazioni fino a oggi. Ciò dimostra il grande e decisivo influsso da lui esercitato sulla vita sociale del suo tempo e non solo del suo tempo.


Cuore dilatato

C’è un’affermazione di Filippo Neri che merita ancora oggi di essere meditata per la sua scottante attualità: «È possibile restaurare le umane istituzioni con la santità, non restaurare la santità con le istituzioni». Ecco, la riforma del Cristo, la “rivoluzione del Cristo” comincia da cuori traboccanti di amore a Lui, ciò che è la santità, quella vera, che non pretende di far migliore il mondo con strutture sempre rinnovate in stampo umanitario o sociologico, ma con l’obbedienza alla volontà di Dio, con la configurazione all’uomo-Dio, Gesù.

Poteva anche dar fastidio, con uno stile così, ma a quel tempo Filippo, detto da molti “Pippo il buono”, guai a toccarlo! Brillante, spiritoso, la battuta sempre pronta e pungente (da buon toscano, prestato a Roma!) e di tanta bontà, tanta comprensione, egli era diventato l’idolo dei monelli scarmigliati e inselvatichiti delle borgate romane. Li aveva raccolti nell’“Oratorio del divino Amore” per dirozzarli, tenerli allegri, lontano dalle cattive compagnie, non solo i loro pari, ma dagli umanisti pagani del ’500 che già volgeva a putrescenza, e farli crescere uomini, in dignità, “alla statura di Cristo”, per educazione e convinzione.

Per questi ragazzi, per i quali aveva rinunciato ad essere cardinale, per la salute delle loro anime e dei loro corpi, egli non esitava a mendicare per le strade o alle porte dei palazzi sontuosi. Un giorno, un signorotto, ritenendosi infastidito dalle sue richieste, credette di poter allontanarlo appoggiandogli un ceffone. Filippo non si scompose: «Questo è per me – disse sorridendogli – e ve ne ringrazio. Ora datemi qualcosa per i miei ragazzi».

Ottant’anni così, poi moriva a Roma, il 26 maggio 1595. I medici, esaminando la sua salma, trovarono il muscolo cardiaco più voluminoso del normale, mentre due costole si erano inclinate per fare spazio a quel cuore colmo di amore per Dio e per le anime da salvare. Venne canonizzato 27 anni dopo, nel 1622, dal papa Gregorio XV. Il Crisostomo aveva detto di san Paolo: «Cor Pauli, Cor Christi». Noi pensiamo di poter dire la stessa cosa di san Filippo Neri, «Pippo il buono»: «Cor Philippi, Cor Christi», il cuore di Filippo era come il Cuore di Cristo.

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