SPIRITUALITÀ
Le Piaghe gloriose di Gesù e la nostra fede
dal Numero 15 del 18 aprile 2021
di Don Dolindo Ruotolo

Tommaso, soprannominato “didimo”, ossia “gemello”, è veramente come il fratello gemello degli increduli futuri, dei razionalisti che non credono al soprannaturale. L’apparizione nel Cenacolo con cui il Risorto guarì la sua incredulità è una lezione da cui ognuno può trarre profitto; tutti infatti possiamo essere assaliti da tentazioni di incredulità.

Quando Gesù apparve agli Apostoli, Tommaso non era con loro. Di carattere più indipendente, di volontà più ostinata, forse aveva creduto inutile lo starsene rinchiuso nel Cenacolo, o forse anche era andato a sbrigare qualche faccenda. Era colui che meno aveva creduto al messaggio delle pie donne e di Maria Maddalena, e può darsi che, sentendone parlare e discutere, si fosse così disorientato e urtato, da uscirsene. Per lui ormai era certo che Gesù era morto, che le speranze riposte in Lui erano fallite, e che ostinarsi ad attendere ancora eventi che gli sembravano ormai impossibili era lo stesso che esporsi alla derisione e dar di volta al cervello. Il suo disorientamento si accrebbe quando al ritorno seppe dagli altri Apostoli dell’apparizione di Gesù.

È evidente che gli dovettero raccontare tutto minutamente, e che, al suo ostinarsi nel non credere, dovettero ripetutamente fargli notare ch’essi avevano visto proprio le ferite delle mani, dei piedi e del costato, e che non c’era dubbio che fosse proprio Lui. Ma Tommaso credeva di scorgere nella gioia, nell’entusiasmo e nella certezza dei compagni i segni di un esaltamento fantastico, e perciò alle loro insistenti affermazioni rispose: «Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito nel luogo dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non credo» [...].

San Tommaso ritornato al Cenacolo aveva trovato l’ambiente per lui stranamente cambiato. I suoi compagni gli sembravano esaltati, la loro gioia lo urtava, le loro osservazioni lo turbavano. Sentiva in fondo il rammarico di non essersi trovato, ma voleva persuadersi di essere stato lui un privilegiato a non trovarsi ad una scena che gli sembrava fantastica. Aveva un subcosciente rimorso della sua incredulità, ma tentava soffocarlo nei raggiri di un ragionamento; perciò all’argomento di prova che gli davano i compagni della realtà dell’apparizione, cioè le piaghe delle mani dei piedi e del costato, risponde con un fare altero che rivela la lotta interna del suo spirito: «Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito nel luogo dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo».

L’insistenza della sua risposta mostra l’agitazione nella quale la diede: voleva vedere lui le piaghe, anzi voleva accertarsi del foro fatto nelle mani e nei piedi dai chiodi, e dell’apertura fatta al costato dalla lancia, mettendovi il dito e la mano. Nel dire questo egli mostrava il dito suo e la mano, quasi in tono di sfida, e guardava i compagni con un senso di commiserazione, quasi che egli solo fosse tra loro l’uomo accorto che non se la fa fare [...].

Gesù appare di nuovo, presente Tommaso, che è guarito dalla sua incredulità

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo tutti raccolti nella casa, e Tommaso era con loro. Forse pregavano; certo erano in un momento di raccoglimento nel quale era più facile la mozione della grazia.

Crediamo che Maria si trovasse con gli Apostoli, e che fu proprio Lei ad implorare la grazia della conversione per Tommaso. Come Madre amorosa che pigliava cura attiva dei figli affidatile da Gesù, conobbe o fu addirittura presente al disorientamento di Tommaso, e supplicò il Figlio suo divino a sanarlo. A Lei dovette far tanto dolore l’incredulità di un Apostolo, e vide in essa la rappresentanza dell’incredulità dei diffidenti e presuntuosi nella fede.

Tommaso soprannominato “Didimo”, dice il sacro Testo, ossia “gemello”, era veramente come il fratello gemello dei miscredenti futuri, dei razionalisti che non ragionano, e soprattutto di quelli che non credono al soprannaturale, pretendendo toccarlo con mano. Maria ne era addoloratissima, poiché Ella sapeva per esperienza che non si compiono mai i disegni di Dio se non si crede, e sant’Elisabetta aveva riconosciuto in questo il segreto della sua grandezza: “Beata te che hai creduto, poiché così si compirà in te quello che ti è stato detto dal Signore” (cf. Lc 1,45). Maria dunque che vedeva Tommaso privo allora del dono dello Spirito Santo, della potestà che Gesù aveva data agli Apostoli soffiando su di loro, Maria che lo vedeva immeschinito nella incredulità, sterpo sterilissimo ed infecondo che dà solo spine, pregò Gesù che lo sanasse, e Gesù comparve di nuovo a porte chiuse.
Quale gioia per gli Apostoli e quale sorpresa per Tommaso! Egli si voltò, lo vide, lo riconobbe; era Lui! Allibì per un momento, temette, si turbò, ma Gesù gli effuse subito nel cuore la serena tranquillità dicendo: «La pace sia con voi». La tracotanza di Tommaso fu in un momento fiaccata, e nel suo cuore cominciò a sorgere un tumulto di amore e di umiliazione. Gesù lo chiamò a sé, e lo invitò a mettere il dito nelle sue piaghe e la mano nel suo costato, dicendogli con infinito amore: «Non voler essere incredulo ma fedele».

Il sacro Testo non dice se Tommaso abbia messo il dito e la mano nelle piaghe di Gesù, ma noi crediamo che il Redentore ve l’abbia costretto. A quella vista, a quel contatto, Tommaso si prostrò, e adorandolo disse: «Signor mio e Dio mio». Non poté dire altro; il cuore gli scoppiava dal dolore e dall’amore, la fede divampava in lui, l’abbandono era pieno nel suo Redentore e nel suo Dio. Ma Gesù soavemente lo rimproverò, per completare la grande lezione che voleva dare ai secoli futuri, dicendo: «Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto, beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto». Non è fede il credere perché si vede, ma il credere per l’autorità di Dio che parla per la Chiesa; è solo allora che l’anima riposa nella verità. Ogni propria constatazione può essere fallace, ogni esperienza personale può essere offuscata dalla fantasia, ogni propria persuasione può mutarsi col mutarsi delle circostanze che l’hanno formata; solo la parola di Dio è sicura, solo la voce della Chiesa ce la può accertare e solo credendo ciò che non si vede e non si tocca con mano si può dire di avere fede e di credere in verità veramente divine.

Ciò che si tocca con mano è materiale, ciò che si vede con gli occhi appartiene alla terra; ora la fede ha per oggetto le cose eterne e soprannaturali. Dio può mostrarcele anche sensibilmente, ma Egli in generale lo fa solo con chi ha tanta fede da conversare nei Cieli pur vivendo sulla terra.

Le piaghe del Corpo glorioso di Gesù

Con divina disposizione di sapienza, Gesù Cristo volle conservare nel suo Corpo glorioso le sue cinque piaghe, non solo come fiori del suo amore, ma anche per sanare quelle dell’anima nostra. Abbiamo macchiato le mani per le nostre azioni cattive, i piedi per i nostri passi errati, il cuore per le profanazioni dell’amore che dobbiamo a Dio solo, e Gesù ci mostra le sue piaghe per sanarci. Egli volle confitte alla croce le sue mani e i suoi piedi per riparare i disordini della nostra libertà, e volle che fosse aperto il suo Cuore dopo morte, per riparare gli eccessi ai quali si abbandona il nostro cuore quando muore alla grazia. È allora che esso si lascia ferire da ogni allettamento di male e diventa triste tabernacolo di passioni vergognose. Basta vedere le piaghe di Gesù per sentirsi commuovere il cuore e per ripetere con san Tommaso in un impeto di pentimento e di amore: «Signor mio e Dio mio!».

La Chiesa perciò ha avuto sempre una speciale devozione alle santissime piaghe del Redentore, essendo questa devozione cominciata, si può dire, proprio quando Gesù le mostrò agli Apostoli e le fece toccare a Tommaso [...].

Siamo in tempi di stolto positivismo, nel quale si vuol tutto vedere e toccare con mano, trascurando le positivissime basi della verità, della sapienza e della vita. Tommaso dolorosamente ha fatto scuola, e i suoi seguaci l’hanno superato; egli voleva toccare con mano Gesù, essi si restringono alla materia e vogliono toccare solo quello che sembra ad essi vita. Si è detto che giovò più san Tommaso alla nostra fede con la sua incredulità che gli Apostoli con la loro fede, perché la sua incredulità fu l’occasione di una solenne conferma della Risurrezione di Gesù Cristo.

È una frase che bisogna intendere con un granello di sale. L’incredulità non giova mai, neppure quando dà occasione ad una maggiore chiarificazione della verità, certo non per suo merito.

La chiarificazione viene dalla fede della Chiesa, non dalla provocazione della miscredenza. In realtà, se san Tommaso fosse stato fedele ed avesse creduto, la sua fede avrebbe diffuso nei secoli una onda di fede. Egli invece è stato preso quasi come vessillo di quelli che non credono al soprannaturale, e che pretendono di tutto vedere e tutto scrutare.

Chi non ha nella sua vita un momento di stolta titubanza innanzi alla verità della fede? Chi non si lascia qualche volta turlupinare da Satana, che presenta come tenebre ciò che è luce? Chi non desidera almeno qualche volta toccare con mano la realtà dei misteri? Umiliamoci, e ricordando le parole di Gesù: «Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto», cerchiamo questa santa beatitudine della fede che non vede e crede. Gesù non disse: Beati coloro che non vedono e credono, ma disse: Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto, indicando così chiaramente che la beatitudine di chi crede senza vedere si riepiloga nel Cielo, dopo la vita presente; allora quelli che in vita non hanno veduto ed hanno creduto, avranno la gioia immensa di vedere tutto nel lume della gloria in Dio stesso. La fede cieca anche sulla terra dà la gioia della pace, poiché l’anima che crede riposa in Dio; ma la gioia della vita vera è riservata nell’eternità, dove tutto è chiaro, e dove si gode contemplando la verità e l’armonia di ciò che si è creduto in terra.

Gesù Cristo disse: «Beati quelli che non hanno veduto ed hanno creduto», alludendo forse anche ai santi dell’Antico Testamento che sospirarono a Lui, e soprattutto alla fede di san Giuseppe e della Vergine Madre sua, ammirabili esemplari di fede profonda, perché lo contemplarono nella fragilità della sua vita mortale, nel nascondimento della sua maestà e nell’umiliazione estrema cui si ridusse per amore. Maria poi lo contemplò sul Calvario e nel sepolcro con vivissima fede, e fu l’unico Cuore nel quale rimase intatta, anzi ingigantita, la fede, quando tutto sembrò fallito, per la tragedia della Passione.  


tratto da: I quattro Vangeli. Psicologia, commento, meditazione

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