PASSIONE
La Misericordiosa Giustizia della Croce
dal Numero 12 del 20 marzo 2016
di Carlo Codega

La Croce, centro e simbolo del Cristianesimo, si rivela come il punto d’intersezione dei due sublimi attributi divini della Misericordia e della Giustizia. Non si possono spiegare le sofferenze di Cristo senza considerare la Giustizia divina offesa dai peccati degli uomini, né si può ignorare, nel dramma cruento della Croce, l’immensa Misericordia di Dio verso l’umanità.

Parlare agli uomini della Misericordia di Dio è certamente oggigiorno il modo migliore per far penetrare nei cuori feriti dal peccato quel seme dell’amore per l’Onnipotente, che potrebbe poi svilupparsi in un albero di santità, adorno di fiori e frutti. Tuttavia è sempre pericoloso affermare un aspetto della nostra Fede occultando invece il riferimento alla verità piena e completa della Rivelazione ed eliminando, nel nostro caso particolare, ogni esigenza di giustizia nei nostri rapporti con Dio: la Misericordia infatti non può che essere subordinata e collegata alla Giustizia, quasi come un modo particolare di operare questa, mentre non avrebbe alcun senso parlare di Misericordia senza alcun riferimento ad una Giustizia che la preceda. Nell’esercizio della sua Giustizia, cioè, Dio agisce sempre con Misericordia e non con quello spirito freddo e legalistico che il nostro divin Maestro ha condannato nei farisei, i quali non avevano capito che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!» (Mc 2,27). Dio è misericordioso, ovvero ha compassione per noi miseri, deboli per natura e feriti dal peccato, ma nel giusto ordine della nostra salvezza e santificazione: Dio “dà il cuore” a noi miseri, accoglie noi figliuoli prodighi con cuore di Padre, non per lasciarci nel peccato (come vorrebbe il misericordismo odierno), che è ingiustizia, e nemmeno per coprirlo all’esterno (come pensano i protestanti) ma per farci veramente giusti, strappandoci dalla schiavitù del peccato, e così ristabilire l’ordine della giustizia e della carità nell’Universo. 

Se non è così facile per tutti indagare questa mirabile armonia di Giustizia e Misericordia in Dio Altissimo, tuttavia può essere più facile scorgerlo nell’«immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), Nostro Signore Gesù Cristo, e nella sublime opera della Redenzione. La croce, strumento e simbolo della nostra Salvezza e Redenzione, nella sua semplice forma, data dall’incrocio di due braccia ineguali, sembra infatti volerci suggerire proprio questa armonia e compresenza di due elementi apparentemente contrastanti. Come il braccio orizzontale, più corto, si incrocia a quello verticale, più lungo, così la doverosa Giustizia, a cui tutti gli uomini sono “orizzontalmente” sottoposti, s’incontra con la Misericordia di Dio, che scende dall’alto verso il basso, dalla perfezione della divinità verso la nostra miseria, per risollevarci poi alla comunione con Dio. Come solo i due bracci possono costituire la croce, così solo la Giustizia insieme alla Misericordia possono spiegare la Passione di Nostro Signore e il suo valore redentivo. Entrambi i bracci fanno poi centro in Gesù, l’Amore crocifisso, e in particolare nel suo Divin Cuore, punto d’incontro della sua umanità e della sua divinità, della Giustizia e della Misericordia. 

“Statera facta corporis”: la giustizia nel Sacrificio di Cristo

Secondo le testimonianze antiche e gli studi storici recenti i condannati al supplizio della croce portavano sulle loro spalle, fino al luogo dell’esecuzione, solo il braccio orizzontale della croce, quello che veniva detto patibulum, mentre il braccio verticale, lo stipes, era già saldamente piantato a terra. Non vogliamo entrare nella questione se così sia stato anche per il nostro Salvatore, a cui forse fu usato un trattamento “di riguardo” anche su questo punto, quanto piuttosto guardare questo braccio orizzontale e scorgervi il simbolo più eloquente della Giustizia della Redenzione. Tutti i condannati infatti, e non solo il divino Redentore, portavano sulle spalle questo pesante tronco come a mostrarci che le esigenze della giustizia, in questo caso la giustizia punitiva, pesano su tutta la natura umana: il patibulum è dunque segno eloquente della “maledizione” che colpì il genere umano in seguito al peccato originale. L’uomo che era stato adornato nel Paradiso Terrestre del dono della grazia soprannaturale e dei doni preternaturali (ordine delle passioni, immortalità, impassibilità e scienza infusa), a causa del peccato originale fu punito da Dio con la perdita di questi. Adamo ed Eva divennero così «schiavi del peccato» (Rm 6,6) e di satana, ed esclusi dall’amicizia e dalla comunione con Dio, ma questo loro peccato personale è divenuto, per volontà di Dio, legato alla natura umana stessa, cosicché ogni uomo che nasce è macchiato da questo peccato di origine e dalle sue conseguenze. Come scrive san Paolo: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rm 5,12). L’offesa fatta a Dio con il peccato originale, e i successivi peccati degli uomini, hanno infatti alterato il sublime ordine del mondo – già compromesso dalla ribellione di satana e degli angeli – facendo sì che l’ordine giusto e luminoso pensato dalla Sapienza eterna del Creatore lasciasse il posto al regno «del peccato con la morte» (Rm 5,21). Il Cristo, che era comunque stato «predestinato fin dalla fondazione del mondo» (1Pt 1,20) come perfetto glorificatore del genere umano, dovette quindi assumere sulle sue spalle anche il compito di salvare e redimere il genere umano, restaurando così la giustizia e l’ordine divino, il quale vuole che «tutti siano salvi» (1Tm 2,4). 

È questa quella che la Dottrina cattolica chiama “soddisfazione vicaria”: Gesù è venuto a soddisfare la Giustizia divina, oltraggiata dalla colpa infinita del peccato, e nel fare questo si è messo al posto nostro, al posto dei veri colpevoli, prendendo “le nostre veci”. San Leone Magno insegna che «per pagare il debito, proprio della nostra condizione, la natura inviolabile si è unita alla natura che è soggetta ai patimenti, il vero Dio si è congiunto in modo armonioso al vero uomo». Risultava infatti assai conveniente che la Redenzione avvenisse per mezzo di uno solo, il nuovo Adamo, che avesse al contempo una vera natura umana, dato che uomini erano coloro che avevano commesso il peccato originale, e una natura divina, in quanto solo Dio avrebbe potuto riparare all’ingiustizia e alla colpa (in qualche senso infinita) della disobbedienza a Dio. Assumendo una natura umana il Verbo divino prese anche una carne simile in tutto agli altri uomini «fuorché nel peccato» (Eb 4,15). Questo non perché anche Egli fosse respinto dall’amicizia con Dio ma perché assumendo una carne passibile (soggetta cioè alla sofferenza e alla morte), potesse riparare in maniera identica ma contraria all’ingiustizia del peccato: Cristo, secondo la forte espressione paolina, «si è fatto peccato per noi perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21). 

L’inno Vexilla Regis di Venanzio Fortunato, un appassionato inno alla Croce, segno di sofferenza e di trionfo, ha una singolare ma efficace espressione per descrivere il ruolo di Gesù Redentore in merito alla divina Giustizia: «Statera facta corporis», cioè, del corpo di Gesù sulla croce fu fatta una stadera. La stadera è la bilancia a due bracci che nell’immaginario comune e nell’iconografia tradizionale rappresenta proprio la “giustizia”, in quanto questa comporta una pesatura dei meriti, da una parte, e delle colpe dall’altra, per verificare da quale parte penda la bilancia. Ebbene sulla croce il corpo del Signore, tirato orizzontalmente mediante i chiodi infissi sul patibulum, venne a rappresentare proprio una bilancia: da una parte le colpe connesse alla natura umana, assunta da Gesù (per quanto senza peccato), dall’altra i meriti del Figlio di Dio, venuto a espiare e soddisfare la divina Giustizia. Così facendo ha soddisfatto alla divina Giustizia, offesa dal peccato originale e dai successivi peccati, e, proprio per questo, sulla croce si compie il Sacrificio perfetto, quello che era prefigurato da tutti gli olocausti dell’Antico Testamento, in cui una vittima pura e immacolata («Agnello senza colpa e senza macchia», 1Pt 1,19) veniva totalmente sacrificata (senza risparmiare alcuna parte al fuoco) per calmare la collera di Dio contro il suo popolo, come capro espiatorio. Ora questa soddisfazione si compie perfettamente, grazie al vero Agnello immacolato (cf. Gv 1,29), rendendo così profetiche le parole del malvagio Caifa: «È meglio che muoia uno solo per tutto il popolo» (Gv 11,50). Solo Colui che è la Vita (Gv 14,6), e ha la vita in se stesso, avrebbe potuto, tramite la sua morte, riacquistarci la vita, come canta ancora il Vexilla Regis in una delle sue strofe: «Qua vita mortem pertulit, et vitam morte protulit». 

Misericordia verso il basso, glorificazione verso l’alto

Il braccio orizzontale, il patibulum, s’innesta però in quel braccio verticale, lo stipes, che collega il Cielo e la terra, Dio con gli uomini. Misericordia, come abbiamo già detto, significa “miseris cor dare”, dare il proprio cuore ai miseri, riconoscere la miseria altrui e porvi mano, senza paura di abbassarsi fino alla condizione del misero non per abbracciare la sua indigenza ma per sollevarlo alla propria ricchezza. La misericordia quindi necessita innanzitutto la considerazione della miseria, il che quindi è già opera di verità (per questo il Salmista può dire «Misericordia e verità s’incontreranno», Sal 84), e, in secondo luogo, quando tale miseria è morale, la vera misericordia comporta la volontà di risollevare il misero rendendolo giusto da ingiusto che era. San Tommaso infatti insegna che: «Rattristarsi per la miseria dell’altro non compete a Dio, ma allontanare la miseria altrui questo spetta massimamente a Dio». Non è forse semplice, anche da queste osservazioni, comprendere che sublime opera di misericordia sia stata la Redenzione? L’Unigenito del Padre, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14), da ricco che era non ha disdegnato assumere una natura mortale simile alla nostra, con tutte le debolezze della carne: il Figlio di Dio infatti «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7). È questo il mirabile mistero della kenosi del Verbo, cioè del suo “svuotamento” o “abbassamento”, di ciò che lo portò ad assumere la “forma di servo” facendosi piccino a Betlemme, sopportando il nascondimento e la fatica della vita quotidiana di Nazareth, e finendo per abbracciare la sofferenza e la croce, per glorificare il Padre e operare la salvezza di noi, miseri suoi fratelli. È questa la vera Misericordia redentiva di Gesù, che ben lungi dall’escludere la Giustizia è da essa giustificata e fondata. La soddisfazione della Giustizia divina oltraggiata dal peccato, infatti, avrebbe potuto operarsi in molti modi ma Iddio, nella sua infinita Sapienza, scelse il modo che più dimostrava la sua vicinanza alla nostra fragilità e miseria, cosicché, mentre operava la soddisfazione secondo giustizia, otteneva per noi peccatori la salvezza dal peccato e la redenzione dalla schiavitù di satana, ricomprandoci al caro prezzo del suo Sangue e «inchiodando sulla croce» il chirografo della morte (cf. Col 2,14-15). I Teologi in realtà insegnano che il suo divin Sangue è talmente prezioso che ne sarebbe bastata una goccia per soddisfare la Giustizia e operare la nostra salvezza, eppure il nostro amabile Signore lo sparse tutto, non disdegnando, da ricco che era, di farsi povero per arricchirci con la sua povertà (cf. 2Cor 8,9) e preferendo condividere le nostre fatiche e le nostre infermità, in una mirabile «condiscendenza della misericordia» (San Leone Magno), fino a subire l’onta e l’infamia della croce e persino accettando nella parte più bassa della sua anima, il distacco dal diletto sensibile della presenza di Dio («Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato», Mc 15,34).

Il braccio verticale della croce non ha però un solo verso, in quanto Dio non è sceso sulla terra per farsi come noi e adeguarsi al nostro, bensì per risollevarci alla comunione con Lui: «Il Verbo si è fatto carne [...] elevando ciò che è nostro con l’assumerlo senza perdere ciò che è suo nel comunicarlo» (San Leone Magno). L’esigenza della soddisfazione e della cancellazione del regno del peccato, così come quella della nostra redenzione, si realizza, nel piano divino, in un effetto ancor più alto che nemmeno il peccato ha saputo impedire e che, anzi, ha forse reso la vittoria di Gesù sulla morte ancora più gloriosa: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). Con la Morte redentrice di Cristo non siamo solo strappati dal peccato ma elevati alla comunione con Dio, ad essere cioè «consorti della divina natura» (2Pt 1,4) tramite l’incorporazione in Cristo e la crescita sempre più perfetta della nostra santità in Lui fino alla «statura perfetta» (Ef 4,13). È infatti della Misericordia divina il donare senza misura, gratuitamente e a piene mani, e la venuta di Cristo, Sacerdote della Nuova Alleanza, e i meriti del suo Sacrificio ci hanno acquistato non solo la Grazia santificante, perduta nel Paradiso Terrestre, ma anche mezzi ben più perfetti per acquistarla, conservarla e accrescerla, come i Sacramenti affidati alla Chiesa, suo Corpo mistico. In tal modo Iddio nel suo piano provvidente ha fatto sì che la sua Misericordiosa condiscendenza, anziché opporsi alla Giustizia ne superasse le esigenze, di modo tale che se molto ci ha donato con la Creazione, ancor più generoso si è dimostrato nella Restaurazione.

Giustizia e Misericordia s’incontrano nell’Amore 

Queste verità fin qui enunciate non possono che accendere nei nostri cuori almeno una scintilla d’amore per quel Signore che, volendo restaurare l’umanità, ha scelto di farlo nella forma dell’amore più grande, quello di «dare la vita per i fratelli» (Gv 15,13), rendendosi uomo tra gli uomini per portare gli uomini a Dio. Triste invece è constatare come in molti uomini di Chiesa tali verità siano annebbiate se non proprio rifiutate; qualche anno fa il presidente di un’importante conferenza episcopale, sulla scia di alcuni teologi moderni, ebbe a dire: «Cristo non è morto per i peccati della gente come se Dio avesse preparato un’offerta sacrificale, un capro espiatorio. Piuttosto, Gesù ha sofferto soltanto per dimostrare la sua “solidarietà” con i poveri ed i sofferenti». 

Quale tipo di spiritualità potrà derivare da una tale prospettiva teologica? L’eliminazione della Giustizia dalla Passione e dalla Morte di Nostro Signore, fa del divino Redentore una specie di filantropo, strappandogli dal petto il Cuore divino per sostituirlo con un cuore umano, molto umano, che non può redimerci dalla schiavitù del peccato e della morte ma si limita a condividere con noi la schiavitù del regno di satana e delle sue conseguenze, la sofferenza e la morte. In tal senso l’eliminazione della Giustizia fa cadere evidentemente anche la Misericordia, poiché solo un Dio giusto che ci è realmente superiore può avere misericordia di noi poveri peccatori, abbassandosi a noi con la sua condiscendenza ma solo per rialzarci. Questo tipo di spiritualità depravata e secolarizzata difatti emerge non appena separiamo la Giustizia dalla Misericordia, così che anche tutta la spiritualità della croce, non appena separiamo i due bracci tra di loro, risulta distrutta: come solo i due bracci costituiscono la croce, così solo la Giustizia insieme alla Misericordia compiono la Redenzione. In realtà i due bracci della croce s’incontrano e trovano la loro unità e coesione nel loro centro, ovvero nella figura amabile del Redentore, Nostro Signore Gesù Cristo, e in particolare nel suo Divin Cuore. Giustizia e Misericordia infatti non sono altro, in quel Dio che è essenzialmente amore (cf. 1Gv 4,8), anch’esse amore, quell’amore che il mistero della croce dimostra più che ogni altro: secondo l’Apostolo delle genti infatti è la comprensione de «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità», con chiaro riferimento alla forma della croce, che ci fa conoscere «l’amore di Cristo» (Ef 3,18). È all’amore di Cristo che ci dobbiamo riferire se vogliamo veramente comprendere il rapporto tra la Misericordia e la Giustizia; è immergendoci nelle sue Piaghe, soprattutto nella Piaga del costato, quella più vicina al suo Cuore, che possiamo capire come l’amore di Dio Altissimo, constatando la caduta dell’uomo nell’ingiustizia e nel peccato, abbia voluto piegarsi all’uomo con misericordiosa condiscendenza, fino a morire in Croce dolorosamente per lui: Dio non si è disinteressato all’uomo né lo ha perdonato con freddezza e distacco, e nemmeno ha occultato la sua colpa senza renderlo veramente giusto, bensì ha preso un corpo mortale e un cuore reale per mostrarci che il vero amore è l’amore che soffre, l’amore a cuore aperto.

 

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