RELIGIONE
Fortezza Antonia: la chiesa della Flagellazione
dal Numero 10 del 5 marzo 2024
di Pietro Romano

Questa settimana ci rechiamo alla chiesa della Flagellazione. Soffermiamoci a contemplare quanto grande è l’amore di Dio per noi: fino a versare tutto il suo Sangue.

Nell’area nord-occidentale del Tempio la tradizione cristiana ha collocato due momenti della Passione di Gesù: la flagellazione e la condanna a morte. In onore di questi misteri furono eretti il santuario della Flagellazione (realizzato dall’architetto Antonio Barluzzi nel 1929), il santuario della Condanna (realizzato dall’architetto fra Wendelin Hinterkeuser nel 1904), il Litòstroto, o lastricato romano, in ebraico Gabbathà (cf Gv 19,13), dove Gesù comparve davanti a Ponzio Pilato e fu condannato a morte, e lo Struthion, un’antica cisterna.


In questa stessa zona Erode il Grande, che fu re della Giudea dal 39 al 4 a.C., edificò una fortezza che denominò Torre Antonia, in onore del politico e militare romano Marco Antonio, che aveva contribuito alla sua ascesa al trono. Dopo la prima Rivolta ebraica (66-70 d.C.) il generale romano Tito demolì la fortezza e dopo la seconda Rivolta (132-135 d.C.) l’imperatore Adriano diede un nuovo assetto a quest’area della città, ricoprendo lo Struthion con una piazza lastricata introdotta da un arco monumentale, conosciuto come l’arco dell’Ecce Homo.


La chiesa della Flagellazione, fu costruita originariamente dai crociati nel XII secolo sul luogo dove Gesù fu flagellato. In seguito, caduta in mano ai musulmani, fu ridotta a stalla e poi trasformata in tessitoria. La Custodia di Terra Santa, nel 1838, la riacquistò e la fece restaurare per poi riaprirla al pubblico. Nel 1929 fu rinnovata dal Barluzzi. Le vetrate della chiesa, realizzate da Dulio Cambellotti, raffigurano il giudizio di Pilato, la flagellazione di Gesù e la liberazione di Barabba. Dal 1923, presso il convento della Flagellazione, ha sede lo Studium Biblicum Franciscanum, Facoltà di Scienze Bibliche e di Archeologia Biblico-Cristiana.


La cappella a cinque cupole della Condanna fu ricostruita nel 1904 da fra Wendelin Hinterkeuser sulle rovine di una chiesa bizantina. Ricevette questo nome a causa del pavimento a grandi lastre che continua anche sotto il vicino santuario dell’Ecce Homo, considerato allora parte del Litòstroto, nel quale Pilato giudicò Gesù e dal quale Gesù uscì caricato della Croce. 


Il processo civile dinanzi a Pilato
San Giovanni, che fu testimone oculare degli avvenimenti della Passione di Cristo, scrive che era l’alba (cf Gv 18,28), ossia circa le 6.00 del mattino, quando i soldati condussero Gesù al pretorio. Il pretorio consisteva in un tribunale, una sorta di predella in forma semicircolare molto alta e ampia, ma facile da potersi trasportare e impiantare dove si ritenesse opportuno; e in un seggio curale, l’antico seggio dei magistrati romani, che veniva collocato al centro della predella semicircolare. Dall’alto del tribunale il pretore, assiso sul seggio, amministrava la giustizia. San Giovanni indica il Litòstroto (dal greco letteralmente strato di pietre) o Gabbathà (dall’aramaico, luogo elevato, eminente) come luogo dove avvenne il processo civile di Gesù, che si può identificare con la Fortezza Antonia, la quale si prestava molto bene per sorvegliare le grandi folle che accorrevano al Tempio per la Pasqua ebraica. Qui, davanti a Pilato i sommi sacerdoti condussero Gesù perché fosse da lui giudicato reo di morte. Nonostante le insistenze dei sinedristi, Pilato proclamò di non trovare alcuna colpa in Gesù e lo inviò da Erode Antipa il quale, a sua volta deluso dal silenzio dell’accusato, lo fece condurre di nuovo da Pilato rivestito di una splendida veste (cf Lc 23,8-12). Non volendo condannarlo a morte, Pilato decise di imporgli un castigo, la terribile flagellatio romana. Il Ricciotti scrive che, durante il dialogo con Gesù, in Pilato vennero a incontrarsi due aspetti del suo carattere: «Uno, il sentimento del ius che egli certamente possedeva come magistrato romano e che lo spingeva a far rispettare la legge; l’altro, un sentimento di disprezzo e di scontrosità ch’egli nutriva per quei capi del giudaismo, e che qui trovava un’ottima occasione per imputarsi a contraddire in nome della legge. Ambedue questi sentimenti del giudice esigevano che l’imputato fosse rimandato assolto».


La terribile flagellatio romana: l’horribile flagellum
Questa atroce pena, eseguita dai soldati, presso i romani precedeva la crocifissione, ma poteva anche essere inflitta come pena a sé in sostituzione della pena capitale. Ricciotti riporta nel dettaglio come essa avveniva: «Il paziente veniva denudato e quindi legato per i polsi ad un palo, in maniera da offrire il dorso ricurvo. I colpi erano dati non già con verghe, riservate al cittadino romano condannato a morte, ma con uno strumento speciale, il flagellum, ch’era una robusta frusta con molte code di cuoio, le quali venivano appesantite da pallottole di metallo o anche armate di punte aguzze (scorpione). Mentre presso i giudei la flagellazione legale era contenuta entro un numero di colpi ben fisso, presso i romani non era limitata da alcun numero ma solo dall’arbitrio dei flagellatori o dalla resistenza del paziente. Il flagellato, specialmente se destinato alla pena di morte, era considerato come un uomo senza più nulla di umano, un vuoto simulacro di cui la legge non aveva più cura, un corpo su cui si poteva infierire liberamente: e in realtà chi avesse ricevuto la flagellazione romana era ridotto ad un mostro ripugnante e spaventoso. Ai primi colpi il collo, il dorso, i fianchi, le braccia, le gambe s’illividivano, quindi si rigavano di strisce bluastre e di bolle tumefatte; poi man mano la pelle e i muscoli si squarciavano, i vasi sanguigni scoppiavano, e dappertutto rigurgitava sangue; alla fine il flagellato era divenuto un ammasso di carni sanguinolente, sfigurato in tutti i suoi lineamenti. Spessissimo egli sveniva sotto i colpi; spesso vi lasciava la vita. Orazio, che pure non aveva un cuore tenerissimo, chiama lo strumento di questa pena horribile flagellum». 


A questa pena Pilato sottopose Gesù, cercando di scamparlo dalla pena capitale.


Salute, re dei giudei!
Terminata la flagellazione, Gesù rimase ancora in balia dei soldati che lo avevano flagellato, e che fecero con lui quanto si usava fare con i condannati a morte: verso di essi era permesso qualunque ludibrio. Per questo gli fu messa addosso una clamide rossa, intrecciarono una corona di spine, e gliela misero in testa quale diadema regale; gl’infilarono poi fra le mani legate ai polsi una canna, che doveva rappresentare uno scettro di comando. «Come ai trionfatori militari si tributavano particolari onoranze, così quei beffeggiatori cominciarono a sfilare avanti a Gesù, inginocchiandosi davanti a Lui e ripetendogli umili ed ossequiosi: Salute, re dei giudei! Ma subito appresso, rialzatisi in piedi, gli sputarono in faccia e sfilatagli la canna di tra le mani gliela sbattevano sulla corona di spine».


La Mater dolorosa
Quando si visita la cappella della Flagellazione e quella della Condanna, non si può fare a meno di fermarsi a contemplare la tela dell’Addolorata e la scena in cartapesta nella Condanna. Secondo la mistica cristiana, infatti, Maria santissima era presente al processo di Gesù e alla sua flagellazione. Nel XIV secolo, insieme all’arco dell’Ecce Homo, si rinvenì anche una nuova chiesa dedicata allo Spasmo della Vergine nel contemplare il Figlio deturpato dall’odio e dall’ira dei malvagi.


Vergine dolorosa accompagnaci in questo nostro pellegrinaggio sui luoghi della Passione del tuo Figlio diletto, aiutaci a comprendere l’immensità del dolore da Lui sopportato per nostro amore, e fa’ che sappiamo corrispondere ad esso con generosità e costanza. Ripetiamo con san Bonaventura: «Crudeli, duri, iniqui i vincoli di questi flagelli! Ma io li amo, perché fu loro concesso di sfiorare e toccare il corpo santissimo e perché diventarono vermigli del tuo purissimo sangue».   

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