ATTUALITÀ
La verità sul caso Englaro
dal Numero 24 del 27 giugno 2021
di Lazzaro M. Celli

Nell’immaginario collettivo il nome di Eluana Englaro è immediatamente associato alla battaglia di un padre che chiede e ottiene l’eutanasia per la figlia in stato vegetativo, interpretandone la volontà. Ascoltiamo sul caso – che aprì una lunga vicenda giudiziaria e guidò il dibattito politico – la sconcertante testimonianza della dottoressa Vian.

Aveva sentito parlare di Eluana Englaro una sera guardando la Tv. Una notizia che la scosse profondamente. Com’è possibile che il padre di una giovane donna decida di far uccidere la figlia? Poi gli impegni, lo scorrere inesorabile del tempo spostarono l’epicentro dei suoi pensieri fino a quando un annuncio rimbalzò di nuovo prepotente. Era il luglio del 2008 e la Corte Costituzionale riconobbe il diritto di Beppino Englaro di interrompere l’idratazione e l’alimentazione alla figlia disabile grave. 

 

Spinta da un impulso umano, Antonella Vian, medico chirurgo, telefonò al genitore di Eluana. Si accordarono per un appuntamento e poi andarono insieme alla clinica del Beato Luigi Talamoni. Era il 23 settembre 2008. Quando Antonella vide Eluana le si aprì davanti agli occhi uno scenario completamente diverso da quello che i media andavano spacciando per verità. Eluana non era attaccata ad un respiratore e non era in una sala di rianimazione. 

 

Perché la Tv di Stato nel comunicare il caso Englaro mostrava sempre le immagini di una sala di rianimazione? Era una scelta volontaria per far percepire allo spettatore un falso senso della realtà? 

 

Eluana apriva gli occhi e li muoveva, girava la testa se qualcuno entrava nella sua stanza. Sorrideva se c’era da sorridere. Era reattiva, non un vegetale! Non era attaccata ad alcun respiratore e aveva solo un normalissimo sondino nasogastrico. Lì, davanti alla figlia, Antonella ha detto all’uomo che l’ha generata: «Perché non proviamo una nuova ricerca scientifica americana per vedere se migliora?». Ma Beppino rivolto alla suora che prestava servizio nell’ospedale le disse: «Vero che abbiamo fatto di tutto e che non c’è più niente da fare? Vero che Eluana preferisce morire?». 

 

A queste parole Eluana ebbe una reazione violenta che un incosciente non avrebbe avuto. Eluana fu presa da un forte attacco di panico. Aveva capito! Non poteva trattarsi di una crisi asmatica, come qualcuno ha voluto ipotizzare, poiché l’asma non si può calmare con un atto di amore, con una carezza e con un bacio, come ha fatto la dottoressa Vian, rassicurandola che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarla. 

 

L’uomo che l’aveva generata, anziché preoccuparsi della reazione della figlia, uscì portando via la suora. E pensare che la decisione di Beppino Englaro è stata enfatizzata dai media come un atto d’amore di un padre verso una figlia. 

 

Un vero padre, una vera madre si sarebbero attaccati con tutte le loro forze a quell’unica speranza. Come la mamma di Salvatore Crisafulli, un uomo che, in seguito ad un incidente stradale, entrò in coma. Nonostante fosse stato dichiarato un vegetale dai medici di mezza Europa, la mamma e la famiglia non si arresero e Salvatore finì per comunicare attraverso un computer. Era cosciente in un corpo che non rispondeva più ai comandi. Come Eluana. 

 

Questo è anche il punto nodale della questione. Molte persone dichiarate in coma sono coscienti. Non comunicano in modo eclatante, vero, hanno solo piccoli accenni di risposta, come le lacrime, come l’apertura degli occhi. L’ostinazione dei criminali in camice bianco, però, seguita ad ignorarli e a considerarli fattori marginali e non segnali di chi vorrebbe comunicare, ma non può. Costoro tradiscono il giuramento d’Ippocrate.

 

I malati che sono nelle stesse condizioni in cui era Eluana avrebbero bisogno di sentire l’amore del mondo esterno nei loro confronti. Invece spessissimo sono a contatto con una fredda e cinica organizzazione ospedaliera che rigetta i pazienti in gravi condizioni. 

 

C’è un potere diabolico che ha invasato la cultura medica, che è entrato nelle strutture ospedaliere. I malati gravi sono visti come persone che non hanno un vero diritto alla vita; sono da compatire e in fondo inutili. È il mondo abbrutito e senza Dio che ci ha condotti a questo punto. 

 

E pur consapevoli dell’esiguità dei nostri mezzi di fronte ad un potere debordante, non possiamo fare altro che coltivare la speranza e continuare a ripetere instancabilmente l’unica verità: non esiste un diritto a morire, esiste un diritto alla vita.

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