Non si deve e non si può fare a meno dell’Apologetica, che è la difesa razionale della Verità cattolica. Bisogna al contrario avvalersi di essa nella sua duplice funzione di annuncio della Verità e ferma condanna dell’errore.
In questi tempi s’insiste molto sulla dimensione pastorale piuttosto che sulla proclamazione della Verità.
Non c’è pastorale senza verità
Prima di tutto va detto che non c’è pastorale senza verità. Come ha recentemente affermato il cardinale Müller (Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) non c’è contrapposizione tra pastorale e verità. Cristo Maestro e Cristo Pastore non sono due Gesù diversi; Cristo è Maestro ed è Pastore, ed è Pastore proprio in quanto Maestro. La pastorale è la traduzione della verità sul piano della predicazione e dell’azione cristiana. è sempre la verità che “informa” (nel senso di “dare forma”, “dare contenuto”) alla pastorale, non il contrario. Il pastore cosa deve fare? Deve guidare le pecore e proteggerle dai lupi, cioè dai pericoli. Guidare significa orientare verso una mèta e non c’è mèta senza conoscenza. Proteggere significa mettere in guardia dai pericoli, non solo individuarli, ma anche denunciarli e renderli riconoscibili a tutti affinché nessuno possa lasciarsi irretire.
L’apologetica torna ad essere dimenticata
Recentemente sembrava che stesse per risorgere un nuovo interesse per l’apologetica. A partire dagli ultimi anni del Pontificato di Giovanni Paolo II molti si erano rivolti allo studio dell’apologetica. Lo stesso termine “apologetica” sembrava non far più paura... poi si è ritornati al clima di occultamento di questa indispensabile disciplina.
Ma il Cattolicesimo è logica inappuntabile, in esso tutto è razionale e ragionevole. “Razionale”, perché ci sono verità che possono essere dimostrate con la ragione; “ragionevole” perché i misteri della Fede, pur non essendo di per sé dimostrabili, sono comunque credibili: essi sono oltre ma non contro la ragione. A proposito dei misteri della Fede ci si accorge che paradossalmente occorre più fede nel credere che non siano veri piuttosto che nel credere che siano veri. È il caso – per esempio – della Risurrezione di Cristo dove le due ipotesi che sono state teorizzate per negare questo evento (trafugamento del corpo e allucinazione) non reggono alla prova della ragione e avrebbero bisogno di una fede nell’improbabile, nell’incredibile e quindi nell’assurdo. Insomma, non si può e non si deve fare a meno dell’apologetica, che è la difesa razionale della Verità cattolica.
Le cause che sono alla base dell’oblio dell’apologetica sono indicative per capire. Esse sono tre: due teologiche e una filosofica.
La prima causa è legata ad una certa “protestantizzazione” del cattolicesimo. Per la dottrina tradizionale cattolica la fede è assenso dell’intelletto alle verità rivelate da Dio; Lutero diceva invece che la fede sarebbe un sentimento di fiducia nell’onnipotenza e nella misericordia di Dio. La differenza è chiara: per il Cattolicesimo la fede è accettare la Rivelazione perché è credibile; per il Protestantesimo la fede sarebbe un’esperienza d’abbandono evitando di valutarne la credibilità.
La seconda causa è ancora teologica ed è l’influenza del modernismo nella Teologia cattolica contemporanea. Modernismo che fu condannato da papa san Pio X all’inizio del secolo XX, ma che ha saputo bypassare la condanna arrivando ad influenzare la Teologia cattolica contemporanea. Il Modernismo adottò il motivo luterano della fede-sentimento, facendo del dogma un qualcosa di provvisorio che verrebbe fuori solo contestualmente da uno specifico senso religioso, e quindi (il dogma) non sarebbe affatto vincolante. È scritto nel giuramento antimodernistico di san Pio X: «Ritengo certissimamente e sinceramente professo che la fede non è un cieco sentimento religioso, che scaturisce dal fondo della sub-coscienza sotto la pressione del cuore e dell’inclinazione della volontà [...] ma un vero assenso dell’intelletto alla verità ricevuta dal di fuori». Concetto questo ribadito anche da Pio XII nell’Humani generis.
La terza causa è filosofica e riguarda il cosiddetto personalismo cristiano, che è andato ad intaccare il concetto tradizionale di persona (sostanza individuale di natura razionale) per presentarla come qualcosa d’indefinibile, una sorta di “fluido” di emanazioni e manifestazioni psicologiche, laddove viene svalutato l’elemento logico-razionale; e laddove tutto dovrebbe essere vissuto nella dimensione dell’esperienza e del sentimento.
Non basta affermare la verità, occorre anche denunciare l’errore
In questi tempi si dice anche che non serve denunciare gli errori. Ciò che occorre è affermare la verità. Ma anche questo è sbagliato. Non basta dire la verità, occorre anche condannare l’errore. La verità non solo costruisce, preserva anche. Ora, oltre al fatto che da quando si afferma una tal cosa non si annuncia più il vero con chiarezza e continuità (è sotto gli occhi di tutti quanto il munus propheticum della Chiesa sia sensibilmente venuto meno negli ultimi decenni) la convinzione per cui basterebbe affermare ciò che è vero senza condannare nulla è sbagliata sul piano pratico e su quello teorico. Sul piano pratico, perché concretamente l’uomo ha bisogno di capire ciò che è vero anche e soprattutto cogliendo la differenza rispetto a ciò che è falso. Un conto è dire che il bene per essere bene avrebbe bisogno del male. Infatti, un’affermazione di questo tipo è falsa, pericolosa e sarebbe in odore di gnosi, perché il bene avrebbe bisogno del male e il male del bene. Altro è affermare che la bellezza del bene la si coglie anche nella sua comparazione con il male. Una bella giornata di sole viene apprezzata anche comparandola all’esperienza che si è fatta di una pessima giornata di pioggia; così la bellezza della primavera ci colpisce dopo il trascorrere di un duro inverno. Sul piano teorico perché la verità non è un’astrazione. Fa specie che in un tempo in cui si sottolinea che la verità non è un’idea ma una persona (il che è vero, ma se ne devono capire bene il significato e le implicazioni), contraddittoriamente si cade nel pericolo di porre il vero in una dimensione di alienazione, sganciato cioè dalla vita. Il vero si “aggancia” alla vita quando se ne sottolinea l’irriducibilità nei confronti del falso. Non c’è comprensione e individuazione del vero se non nel riconoscimento del principio di non-contraddizione. D’altronde se io dico: ciò è vero, di fatto distinguo il vero da ciò che vero non è. Perché sorvolare su domande legittime che possono sorgere, del tipo: se ciò è vero, allora cosa è falso? Ebbene, questa domanda non si può eludere, pena l’astrazione completa del concetto di vero, che in tal senso diventa irrimediabilmente un’astrazione, un concetto, una teoria.