APOLOGETICA
Dilthey e lo storicismo tedesco
dal Numero 47 del 30 novembre 2014
di Corrado Gnerre

Lo storicismo tedesco cadde nell’errore di giudicare la storia non con criteri metastorici, ma interni ad essa. In tal modo anche la valutazione del bene e del male, in rapporto ai suoi eventi, viene relativizzata e quindi, alla fine, compromessa.

I positivisti avevano detto (sia­mo nella seconda metà del XIX secolo) che ciò che conta sarebbe solo il progresso scientifico e che quindi l’attenzione dovrebbe essere tutta rivolta alle cosiddette scienze della natura. Convinzioni, queste, che apparivano tutt’altro che “convincenti”. Fu così che ci fu chi pensò che l’attenzione più che alle scienze della natura dovesse essere indirizzata alla storia.
In realtà anche i positivisti avevano parlato molto di storia, ma in un senso semplicistico, affermando che il trascorrere della storia comporterebbe automaticamente un miglioramento, ovvero un progresso. L’attenzione alla storia che invece si manifesta in questo periodo è un’attenzione non alla storia come campo della “necessità”, bensì della “relatività”. Che vuol dire? Che la storia è il campo dove agisce l’uomo con la sua originale singolarità, con la sua specificità e variabilità.
È evidente come una tale affermazione si contrapponesse al carattere universale e necessario delle scienze della natura. Per la serie: la storia, essendo il campo dell’agire umano, non è preve­dibile perché imprevedibile è l’agire umano stesso.
Cari lettori, diciamolo francamente: convinzioni di questo tipo sono indubbiamente interessanti e molto più serie della sciocchezza secondo cui la storia sia un automatico procedere verso il meglio... ma purtroppo c’è sempre un “ma”. La filosofia è molto delicata: quando non si è precisi si finisce con l’errare anche quando si parte da ottime intenzioni. Ciò accade per lo storicismo tedesco, che finisce con il “relativizzare” troppo la storia.
Il pensiero del filosofo Dilthey (1833-1911). Questi diede alla comprensione storica un fondamento psicologico. In che senso? Nel senso che egli diceva che la storia non può essere studiata attraverso le scienze della natura perché queste hanno la possibilità di conoscere solo superficialmente (dall’esterno) la storia. È pertanto necessario perseguire una conoscenza che sia capace di capire la storia dall’interno, che sia capace di cogliere e rivivere le esperienze degli uomini nei vari momenti della storia stessa. Per Dilthey la storia è formata da erlebnisse, parola tedesca che vuol dire “esperienze vissute”, vissute dall’uomo in forma di sentimento e intente a perseguire un senso che, spesso, è presente solo lievemente alla coscienza. Dunque, cosa dovrebbe fare lo storico? Do­vrebbe – secondo Dilthey – rendere esplicite queste intenzioni implicite nel sentimento (non solo dei singoli, ma di tutta un’epoca), e di enucleare così la “visione del mondo” (weltanschauung) tipica di quell’epoca, o dell’uomo rappresentativo di una determinata epoca.
Il punto dolente però sta nel fatto (ed è prevedibile) che Dilthey arriva ad affermare che le diverse visioni del mondo siano uniche ed imparagonabili tra loro, per cui ogni epoca storica può essere giudicata solo da criteri interni a quella specifica visione del mondo. Facciamo un esempio (attenzione: l’esempio è nostro, non di Dilthey): se a Roma antica si era soliti “scaricare lo stress” andando a vedere uomini che lottavano fra loro uccidendosi, questa usanza era frutto di una certa “visione del mondo”, per cui potrebbe essere giudicata non con criteri al di là della storia (metastorici) ma interni a quella specifica “visione del mondo”. Per cui non potremmo e non dovremmo condannare. E questo è relativismo vero e proprio!
Allora attenzione e vediamo come invece si deve impostare la questione. Un conto è dire che nell’analisi storica bisogna contestualizzare, altro invece è storicizzare. La contestualizzazione non conduce ad errore, la storicizzazione sì.
Storicizzare vuol dire relativizzare, cioè fare della storia il bene in quanto tale. Tutto ciò che accade nella storia, solo perché accade, sarebbe giusto; e come la storia procede e si sviluppa, così procede e si svilupperebbe anche il concetto di bene. Insomma, bene e male non sarebbero categorie immutabili (metafisicamente fondate) ma si realizzerebbero nella storia e non esisterebbero al di fuori della storia.
Contestualizzare, invece, ha un altro si­gnificato. Non vuol dire relativizzare le categorie morali, ma cercare di capire perché il bene nel passato era anche nell’utilizzare mezzi che noi oggi non ci sogneremmo di utilizzare.
Insomma, per dirla ancora più chiaramente, la storicizzazione implica la convinzione che quel bene che noi oggi possiamo conoscere, prima non c’era, non si era ancora completamente rivelato e si è potuto manifestare solo grazie al progresso della storia.
La contestualizzazione, invece, dice che il bene e il male sono categorie eterne ed immutabili; ciò che può cambiare nel corso della storia sono le motivazioni e le considerazioni che spingono a scegliere per il bene una cosa o per il male un’altra cosa.
Torniamo a Dilthey. Dunque, relativismo storico, ma anche un’inevitabile contraddizione. Dilthey parla di diversi tipi di “visioni del mondo”, ma per definire, bisogna distinguere; e per distinguere bisogna confrontare; e per confrontare bisogna avere un criterio... e questo criterio deve essere oggettivo e fuori delle varie visioni del mondo.

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