Riecheggia nell’animo umano il detto evangelico: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», il tutto finalizzato alla gloria di Dio che coincide, in ultima analisi, con la nostra più grande realizzazione e felicità.
Il Vangelo di san Luca al capitolo 14 ci racconta ciò che Gesù disse al capo dei farisei: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita i poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Gesù chiaramente parla dell’amore gratuito, che è – o per meglio dire: dovrebbe esser – la vera caratteristica del cristiano. Ebbene, anche su questo argomento si può sviluppare un discorso apologetico. Vediamo in che senso.
Ci sono due punti che vanno evidenziati. Il primo è sull’amore in quanto tale, meglio sul perché, nel Cristianesimo, l’amore gratuito è un dovere costitutivo dell’uomo. Il secondo riguarda la ricompensa dell’amore.
L’amore gratuito è un dovere costitutivo dell’uomo
L’amore gratuito è scritto nella realtà delle cose. Noi, infatti, abbiamo ricevuto gratuitamente l’essere da Dio. Egli non aveva, né ha bisogno di noi, eppure ci ha creati. Facciamo questo esempio: siamo su una banchina di un porto. Dinanzi c’è il mare: è enorme. Uno di noi prende con una cannuccia una sola goccia da un bicchiere pieno d’acqua e la versa nel mare; vedremmo salire il livello delle acque? Certamente no. Ebbene, tra tutta l’acqua del mare ed una sola goccia la differenza è sì enorme ma è quantificabile. Perché è una quantità finita il mare ed è una quantità finita la sola goccia. La differenza invece tra Dio e l’uomo è infinita; non è quantificabile perché Dio è infinito e l’uomo è finito e la differenza tra l’infinito e il finito è altrettanto infinita. Dunque, Dio non ha potuto crearci per necessità, cioè perché aveva bisogno di noi (d’altronde Dio è assoluto, ovvero ha in sé tutto), ma solo per amore, per far sì che altri potessero partecipare dell’essere che solo Lui possiede dall’eternità. La creatura umana non aggiunge né toglie nulla a Dio. Dunque, l’unico motivo che ha spinto Dio a crearci è l’amore; amore che – come dice sant’Agostino d’Ippona – è diffusivo di suo, cioè non può essere contenuto, tende ad espandersi... ovviamente quando è vero amore.
Passiamo al secondo punto.
La ricompensa dell’amore
Per quanto invece riguarda la ricompensa dell’amore, nelle parole di Gesù si evince qualcosa di molto interessante. Da una parte Gesù dice che bisogna amare senza aspettarsi alcuna ricompensa («...perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita i poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti»), dall’altra parla chiaramente di una ricompensa allorquando precisa: «Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». Ma allora – verrebbe da chiedersi – Gesù legittima o non legittima la ricompensa? La risposta è molto più semplice di quanto possiamo immaginare.
Certamente bisogna amare con gratuità e non perché si voglia ottenere un premio. Come dice un celebre agrapha (detti di Gesù non riportati nei Vangeli) citato da san Paolo in un suo discorso (At 20,35): «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere». In realtà, c’è un duplice motivo del perché bisogna amare gratuitamente. Non solo perché dobbiamo tendere alla perfezione di Dio («Siate perfetti come è perfetto il padre vostro che è nei cieli», Mt 5) e Dio ci ha creati – come già abbiamo avuto modo di dire – del tutto gratuitamente senza che le creature potessero aggiungere qualcosa alla sua natura assoluta; ma anche perché il nostro primo dovere è rendere gloria a Dio, è possedere Dio per quello che è, è amare il Dio delle consolazioni piuttosto che le consolazioni di Dio.
Ma c’è un “ma”. Come dicevo, Gesù non esclude la ricompensa finale («Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti»). Se è vero che Dio va amato per quello che è, se è vero che l’amore deve essere gratuito, se è vero che «vi è più gioia nel dare che nel ricevere», è pur vero che la Morale cristiana non esclude (anzi!) la dimensione teleologica, aggettivo difficile che sta a intendere la conquista di un fine. È ciò che in Teologia viene identificato nella differenza tra fine ultimo e assoluto e fine prossimo e relativo della vita cristiana. Il primo (fine ultimo e assoluto) è il perseguire la gloria di Dio e solo quella; il secondo (fine prossimo e relativo) è la santificazione dell’anima, obbligo per tutti i battezzati. Ma questo secondo fine, anche se in maniera ontologicamente (cioè relativamente al valore in sé) subordinata, rientra ugualmente nella glorificazione di Dio.
Questa è una verità (e qui il discorso apologetico si fa più chiaro) che manifesta una chiara dimensione umana, cioè è perfettamente conforme alla natura dell’uomo. L’uomo è fatto per la felicità e qualsiasi suo sforzo trova ragione nel fine da perseguire. Pensate, cari lettori, a quanto sia assurda la cultura nichilista dei nostri tempi, dove si continua a dire all’uomo di dover agire in un determinato modo, di doversi impegnare e sacrificare, ma poi contemporaneamente gli si dice che nulla ha senso, che si è “gettati nel mondo” e che si andrebbe inevitabilmente verso l’abisso del nulla. A che pro allora sacrificarsi, lavorare, donarsi agli altri, ecc...?
Per concludere, se proprio volessimo trovare una soluzione terminologica alla questione trattata, potremmo dire così: l’amore cristiano è sì gratuito, ma è finalizzato.