Un Dio che crea per puro amore è un Dio a cui affidarsi e non da cui difendersi: ecco la concezione di Dio predominante nel Medioevo!
Nella teologia naturale medioevale vi è una concezione positiva di Dio. Egli viene concepito come un Essere da adorare, a cui affidarsi e non da cui difendersi. La massima aspirazione dell’uomo medioevale è fare la Volontà di Dio. Scrive san Bernardo di Chiaravalle nel De diligendo Deo: «Come una piccola goccia d’acqua caduta nel vino si dissolve completamente e prende il sapore e il colore del vino; [...] come l’aria percorsa dalla luce del sole si trasforma in chiarità luminosa, così nei santi ogni umana affezione necessariamente si dissolverà da se stessa in modo ineffabile e si trasformerà completamente nella volontà di Dio». Gli farà eco san Tommaso d’Aquino nella Summa Contra Gentiles: «[...] tutte le creature cercano come fine ultimo di assimilarsi a Dio».
“Sovranità nell’amore” sono le parole più adatte per significare il governo di Dio nei confronti dell’uomo nella concezione più tipicamente medioevale.
Ma perché “sovranità”? Sovranità significa l’atto del governo, ma non necessariamente del dominio assoluto. Questa parola indica la serenità di un potere che sia estraneo a qualsiasi pretesa di imporre sottomissioni offensive. Il sovrano autentico è colui che governa guidando, orientando e soprattutto facendo propria la forza dell’autorevolezza, cioè la forza di motivazioni credibili.
La teologia naturale medioevale si organizza su una prospettiva filosofica duale. Difficilissima parola, ma il cui significato è molto più semplice di quanto si possa pensare. Essa significa che non si deve far confusione tra creatore e creato. Creatore e creato sono realtà diverse non solo apparentemente ma anche sostanzialmente; cioè non solo nel modo di esprimersi, ma anche nella realtà in sé. Il creato non è un modo di esprimersi di Dio, ma è altra cosa rispetto a Dio. Non a caso gli Scolastici non utilizzano semplicemente il termine sostanza per indicare il Creatore e le creature, ma aggiungono due aggettivi diversi: la sostanza divina diviene la sostanza trascendentale, la sostanza delle realtà create diviene, invece, sostanza predicamentale.
Dunque, il pensiero medioevale non crede che il creato sia una sorta di emanazione da Dio, cioè un modo diverso di essere del Creatore e pertanto crede anche che, perché creata e voluta da Dio, la realtà naturale è cosa buona, è un valore. Se ci fosse stata emanazione, si potrebbe anche ipotizzare una involontarietà della fuoriuscita di realtà diverse da Dio: è venuto fuori qualcosa malgrado Dio non l’avesse voluto; ma se Dio ha creato, allora ciò vuol dire che Dio ha voluto le realtà create; e se le ha volute, queste sono positive; perché Dio, Sommo Bene, non può volere cose negative.
L’assolutezza di Dio implica la volontarietà della creazione. L’assoluto non può agire per necessità. Dio vuole creare e quindi Dio ha voluto le realtà su cui essere sovrano. Scrive san Tommaso d’Aquino: «Aperta la mano dalla chiave dell’amore, le creature vennero alla luce».
Nella concezione medioevale Dio è sovrano, ma nell’amore. Non si limita a governare, ma fonda sull’amore l’autorità nei confronti del creato. «[...] se nel ricercare la causa per cui si deve amare Dio – scrive san Bernardo di Chiaravalle sempre nel De diligendo Deo – si comincia col ricercare il merito di Dio, quello è il punto capitale: che “Egli per primo ci ha amati”. Perciò è degno d’essere riamato, specialmente se si fa attenzione a chi ha amato, a chi è stato amato e a quanto egli abbia amato».
La concezione medioevale di Dio tiene a precisare che la volontarietà della creazione dimostra l’amore di Dio. Dio, che è assoluto, può aver creato solo per amore. L’Assoluto non può creare per bisogno, l’Assoluto non può essere costretto dalla necessità, altrimenti che Assoluto sarebbe? Il creato scaturisce dall’altruismo del Creatore che desidera che altri esseri partecipino all’esistere, che è Lui stesso. Scrive sant’Agostino nel De Doctrina Christiana: «[...] perché Dio è buono noi esistiamo». E aggiunge san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae: «Bisogna dire che Dio è sommo bene nel senso assoluto del termine e non solo secondo un genere particolare di bontà o in un determinato ordine di cose. Infatti, il bene viene attribuito a Dio [...] in modo tale che tutte le perfezioni desiderate da parte di tutti gli esseri scaturiscono da Lui come dalla loro causa prima. Ora, tali perfezioni non scaturiscono da Lui come da causa univoca [...] ma come da agente che non ha in comune con i suoi effetti né la specie né il genere. Ora, nella causa univoca la somiglianza dell’effetto con la sua causa è legata alla stessa forma loro comune. Ma in una causa equivoca (o analoga) la somiglianza si trova in grado più eminente. Per esempio, il calore si trova in grado più alto nel sole che nel fuoco. Così, dunque, trovandosi in Dio come nella causa prima non univoca, in Lui il bene si trova in grado unico e sovranamente eccellente. È questo che si vuol dire quando lo si chiama sommo bene».