SPIRITUALITÀ
I simboli angelici nella Sacra Scrittura
dal Numero 37 del 18 ottobre 2026
di Dionigi Areopagita Tratto da: La gerarchia celeste
Nelle Divine Scritture gli Spiriti angelici vengono spesso simboleggiati sotto numerose forme e figure che ne rivelano le speciali prerogative. Ne La gerarchia celeste, l’Areopagita offre un’autorevole interpretazione mistica. Anche se «è meglio onorare con il silenzio queste sante profondità che non si possono scandagliare».
Credo ben degno dell’attenzione delle nostre menti ciò che viene insegnato riguardo ai santi Angeli, cioè che ve ne sono mille volte mille, e diecimila volte diecimila, raddoppiando così la Scrittura e moltiplicando l’una per l’altra le cifre più elevate che abbiamo, e con ciò facendoci veder chiaramente che ci è impossibile esprimere il numero di quelle creature. Poiché gli Ordini delle armate celesti sono affollati, e sfuggono al debole e limitato apprezzamento dei nostri calcoli materiali, e l’enumerazione non può esser fatta sapientemente se non da quella conoscenza sovrumana e trascendente che comunica loro sì liberamente il Signore, saggezza increata, scienza infinita, principio sovra essenziale e causa potente di ogni cosa, forza misteriosa che governa gli esseri e li determina accogliendoli in sé [...]. Ma ora ci sia lecito [...] abbassare lo sguardo sul ricco e svariato spettacolo delle numerose forme sotto le quali appaiono le nature angeliche, per risalire quindi dal simbolo grossolano all’intelligibile e pura realtà [...]. Incominciando le nostre interpretazioni mistiche, cerchiamo perché, fra tutti i simboli, la teologia sceglie con una certa predilezione il simbolo del fuoco. Essa, infatti, ci descrive ruote ardenti, animali tutti fiamme, e uomini che sembrano lampi ardenti; essa ci mostra le celesti essenze circondate da bracieri accesi e da fiumi nei quali scorrono flutti di fuoco con rumorosa rapidità. Nel suo linguaggio i Troni sono di fuoco, gli augusti Serafini sono ardenti, come dice il loro stesso nome, e scaldano e divorano come il fuoco: insomma, nel più alto come nel più basso grado dell’essere, appare sempre il glorioso simbolo del fuoco [...]. Gli Angeli sono rappresentati anche in forma umana, perché l’uomo è dotato d’intelligenza, e può elevare lo sguardo in alto; perché ha la forma del corpo eretta e nobile, ed è nato per esercitare il comando; perché infine, se è inferiore agli animali irragionevoli per ciò che concerne l’energia dei sensi, li supera per la propria intelligenza, per la potenza della ragione e per la dignità della sua anima, naturalmente libera e invincibile [...]. Ma poiché, nell’unità del suo fine e nella diversità dei suoi mezzi, la divina saggezza attribuisce delle vesti agli Spiriti e arma le loro mani di strumenti diversi, spieghiamo ancora, nel miglior modo possibile, ciò che rappresentano questi nuovi emblemi. Io credo, dunque, che le loro vesti radiose e fiammanti simboleggino la conformità degli Angeli con la Divinità, come consegue dal significato simbolico del fuoco, e quella virtù che essi possiedono d’illuminare, avendo essi la loro dimora nei Cieli, nel dolce paese della luce; e infine anche la loro capacità di ricevere e la loro facoltà di trasmettere la luce puramente intelligibile. La veste sacerdotale significa che essi iniziano alla contemplazione dei misteri celesti, e che la loro vita è tutta quanta consacrata a Dio. La cintura significa che vigilano alla conservazione della loro fecondità spirituale e che, raccogliendo fedelmente in se stessi le loro diverse potenze, le conservano con una specie di meraviglioso vincolo in uno stato d’identità immutabile. Le verghe che essi portano sono una figura della loro reale autorità e della rettitudine con la quale eseguono ogni cosa. Le lance e le scuri esprimono il potere che hanno di discernere i contrari, e la sagacità, la vivacità e la potenza di questo discernimento. Gli strumenti geometrici e gli arnesi delle varie arti dimostrano che sanno fondare, edificare e compiere le loro opere, e che possiedono tutte le virtù di quella secondaria provvidenza che chiama e conduce al loro fine le nature inferiori [...]. Ci resta da spiegare finalmente in qual modo si deve intender l’allegrezza degli Angeli, perché non crediamo già che sottostiano agli eccessi delle nostre gioie passionali. Dicendo che essi si rallegrano con Dio ogni volta che sono ritrovati coloro che erano perduti, si esprime la divina contentezza e quella specie di pacifico diletto da cui sono dolcemente inebriati ogni volta che la Provvidenza riconduce le anime a salvezza, e anche quell’ineffabile senso di felicità che provano i santi della terra quando Dio li rallegra con l’effusione della sua augusta luce.
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