SPIRITUALITÀ
San Francesco, specchio di perfezione
dal Numero 35 del 4 ottobre 2026
di Reine Akeke
L’amore è imitazione. È così che nel Serafico Padre San Francesco ritroviamo lo specchio perfettissimo di Cristo. Ne analizziamo le virtù principali.
Il Beato Tommaso da Celano salutava nel Serafico Padre San Francesco «lo specchio santissimo della santità di Dio e l’immagine della sua perfezione». La vita di San Francesco, vita tutta evangelica, ricalcò perfettamente la vita, gli insegnamenti e soprattutto le virtù di Gesù. Egli non si limitò ad aderire a Cristo così come gli si presentava nella totalità dei suoi misteri, ma si propose anche di assomigliare a Lui nell’esercizio delle virtù più specificamente cristiane, fino a raggiungere a La Verna, quella perfetta conformità a Cristo, per essere “crocifisso con Cristo”. San Bonaventura nella Leggenda minore ha messo in risalto quelle virtù che principalmente fecero somigliare il Serafico Padre a Nostro Signore. «Davvero era giusto che quest’uomo beato apparisse insignito di questo privilegio singolare, giacché tutta la sua opera, pubblica e privata, aveva di mira la croce del Signore. Anche quella meravigliosa dolcezza, mansuetudine e austerità di vita, quell’umiltà profonda, quell’obbedienza pronta quella povertà esimia, quella castità illibata, quell’amara contrizione di cuore, quel profluvio di lacrime, quella pietà appassionata, quello zelo ardente, quel desiderio di martirio, quell’eccesso di carità; insomma, quel patrimonio così vario di virtù cristiformi, che altro mostra in lui se non un progressivo assimilarsi a Cristo e, per così dire, un predisporsi alle sue sacre stimmate?». Se la santità, come insegnano all’unanimità i maestri di vita spirituale, è l’imitazione perfetta della vita e delle virtù di Cristo fino a raggiungere la piena conformità a Lui Crocifisso, il nostro Serafico Padre ne è un esempio mirabilmente concreto e perfetto. Di tutte queste virtù, che imitò e praticò in modo eroico, noi ci proponiamo di rilevare quelle che spiccano maggiormente. La povertà, virtù regale San Francesco scoprì Cristo nel Vangelo, e lo scoprì “povero e crocifisso”, e perciò volle imitarlo così come è stato descritto dagli Evangelisti. Il Figlio dell’uomo non aveva ove posare il capo, dice il Vangelo, perciò anche il Santo d’Assisi, a sua imitazione, non volle mai avere niente per sé, per diventare, secondo l’espressione di San Bonaventura, il «povero veramente cristiano». Realizzò così bene questo programma che Sant’Angela da Foligno poté scrivere: «Il beato Francesco ci insegnò la povertà, il dolore, il disprezzo e l’obbedienza vera. Egli fu, invero, la stessa povertà interiormente ed esteriormente, e in questa visse e perseverò». La povertà secondo l’esempio di Cristo è kénosis, “annientamento”, per mettersi completamente nelle mani di Dio in vista della salvezza degli uomini. Vissuta da San Francesco, essa è imitazione radicale dell’umiltà dell’Uomo-Dio e spogliamento da tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio e da tutto ciò di cui l’uomo vorrebbe appropriarsi e rivendicare. La povertà crea nell’anima un vuoto che può essere colmato solo dalla grazia e dall’amore di Dio. Vista così, San Francesco insegna ai Frati «quasi aprendo il segreto del suo cuore: “Sappiate, fratelli, che la povertà è una via speciale di salvezza, giacché è alimento dell’umiltà, radice della perfezione. Molteplici sono i suoi frutti, benché nascosti”» (FF 1118). L’altissima povertà costituisce i Frati «eredi e re del Regno dei cieli» e li fa diventare «ricchi di virtù» (FF 90). Per il Serafino di Assisi, la povertà è virtù regale perché «la si vede brillare così fulgidamente, più di tutte le altre nel Re dei re e nella Regina sua Madre». La povertà non è fine a se stessa. San Francesco d’Assisi è conosciuto nel mondo intero come “il Santo della povertà”, per la radicalità della sua povertà, ma ricordiamo che il Serafico Padre non è stato povero per amore della povertà, bensì per amore di Cristo “povero e crocifisso” e perciò esortava i suoi Frati a osservare «l’umiltà e la povertà del nostro Signore Gesù» perché il vero povero è umile. Umiltà profonda «L’umiltà, custode e ornamento di tutte le virtù, si era giuridicamente impadronita dell’uomo di Dio», scrive San Bonaventura nella Leggenda minore. E continua: «Difatti, benché egli risplendesse per il privilegio di molte virtù, sembrava tuttavia che l’umiltà avesse conseguito un dominio particolare su di lui: minore di tutti i minori» (FF 1351). Secondo L’imitazione di Gesù Cristo, il Santo di Assisi, oltre ad essere il «poverello di Cristo», è anche «l’umile santo Francesco». Cristo si umiliò durante la sua vita terrena. Questo fatto costituisce per il Serafico Padre un motivo di incessante meditazione. Non solo il Signore si umiliò, ma continua a vivere in uno stato di abbassamento totale, ai nostri giorni, nel Sacramento dell’Eucaristia. E questa constatazione gettava San Francesco in uno stato di completo stupore. Per questo, egli praticò l’umiltà in grado eroico e si procurò tante umiliazioni. E lo stesso insegnava ai suoi Frati. Scrive infatti nelle Ammonizioni: «Beato quel servo che si reputa importante non quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, ma quando è ritenuto vile, ignorante e spregevole: perché tanto vale l’uomo nella realtà quanto vale agli occhi di Dio, e non di più». Secondo San Francesco l’uomo non possiede niente di suo, se non il peccato; tutto ciò che si trova in lui è dono di Dio al quale, perciò, va ogni onore. Con questi sentimenti egli rispose a frate Pacifico che un giorno, in una visione, lo contemplò circondato di gloria, seduto sul trono un tempo occupato da Lucifero: «Io mi sento il più grande peccatore, perché se Dio avesse concesso nella sua misericordia a uno scellerato qualsiasi le grazie che ha concesso a me, questi sarebbe dieci volte più spirituale e assai più riconoscente». Fin dalla sua conversione si ritenne sempre “un peccatore”, sebbene fosse lo specchio e lo splendore di ogni santità. Sempre per radicarsi nell’umiltà si mise al sevizio dei lebbrosi e rinunciò all’incarico di Ministro generale dell’Ordine. La sua umiltà fu così profonda da ritenersi l’ultimo di tutti, studiandosi di essere spregevole ai propri occhi e agli occhi altrui per poter nascondere, in tal modo, le eccelse grazie ricevute da Dio. Solo cercando e accettando le umiliazioni si riesce a trovare la perfetta letizia. La penitenza La radicalità della sequela di Cristo povero e sofferente si esprime anche nell’austerità di vita di San Francesco e dei suoi primi compagni. «Il Signore concesse a me, frate Francesco, di incominciare così a fare penitenza: poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con loro misericordia». Così il Santo esordisce nel suo Testamento, e così inizia il grandioso movimento francescano giunto fino a noi. La penitenza di cui parla San Francesco è quella che segna il passaggio dalla “vita nei peccati” alla vita di grazia. Si tratta di una profonda conversione. Dopo l’incontro con il Cristo Crocifisso di San Damiano, il giovane Francesco lasciò il mondo per condurre una vita radicalmente diversa dalla prima: la vita di penitenza. Per aprirsi gradualmente alla grazia che lo condusse alla scoperta della sua vocazione, dovette vincere se stesso nelle rinunce, mortificazioni e nel servizio ai lebbrosi. La penitenza per il Santo serviva a scontare ed espiare tutti i peccati della sua vita passata. Lo faceva in riparazione delle sue colpe, ma anche in riparazione di tutte le offese dei peccatori. Tuttavia il principale motivo delle sue penitenze e mortificazioni rimase sempre l’imitazione di Cristo. «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti – diceva – il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della Croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e persecuzione, nell’ignominia e la fame, nella infermità e tentazione e altre simili cose; e ne hanno ricevuto in cambio dal Signore la vita eterna» (FF 155). Non si accontenta di contemplare e di amare Cristo, ma vuole conformarsi a Lui nella sua sofferenza e Passione. Contemplazione, compassione e mortificazione costituiscono il suo ricambio d’amore a Cristo crocifisso. «Dobbiamo amare molto l’amore di Colui che ci ha amati molto» (FF 785) esorta il Serafino d’Assisi. Zelo per la salvezza delle anime San Francesco amò Gesù di un amore appassionato, e da quell’amore sviscerato per il Redentore derivò tutto il suo zelo per la salvezza delle anime, suoi fratelli, da Lui redenti. Anche qui il Santo si conformò molto bene a Cristo il quale pregava il Padre «perché non venga perduto neppure uno, fosse anche il più piccolo» (Mt 18,14) dei nostri fratelli. San Bonaventura scrisse nella Leggenda maggiore: «Non c’è da meravigliarsi: come la pietà del cuore lo aveva reso fratello di tutte le altre creature, la carità di Cristo lo rendeva ancora più intensamente fratello di coloro che portano in sé l’immagine del Creatore e sono stati redenti dal Sangue del Redentore [...]. Niente, diceva, si deve anteporre alla salvezza delle anime, e confermava l’affermazione soprattutto con il fatto che l’Unigenito di Dio, per le anime, si era degnato di salire sulla Croce. Di qui la sua continua orazione, le sue peregrinazioni apostoliche, il soverchio sforzarsi nel dare continuamente e a tutti il buon esempio» (FF 1168). Tanto insaziabile era il suo zelo per le anime che arrivava a piangere, a gemere amaramente allorché le scorgeva imbrattate dalla colpa, struggendosi di fronte alle miserie e alle sventure della povera gente, nello slancio di sanare, riparare, espiare, raggiungere tutti. Ma dove non poteva l’azione, arrivavano il suo affetto e le sue preghiere. Negli ultimi anni della sua vita, quando per le stimmate non gli era più possibile camminare, si faceva condurre su di un asinello attraverso paesi e campagne per spronare ancora la gente a portare con amore la croce di Gesù. Ricordiamo come quel suo zelo per la salvezza delle anime gli fece ottenere da Gesù, per l’intercessione della Madonna, l’indulgenza della Porziuncola. Dimentico di sé e dei suoi Frati, chiese al Signore, al suo invito di chiedere quello che voleva, la salvezza per tutti coloro che pentiti sarebbero entrati nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli. Tutto fece per amore, ad imitazione del divin Maestro. Concludiamo con queste parole incisive del Beato Tommaso da Celano dalle quali risplende tutta la santità del Serafico Padre nella sua sequela Christi: «La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signor nostro Gesù Cristo».
Casa Mariana Editrice
Sede Legale
Via dell'Immacolata, 4
83040 Frigento (AV)
Proprietario: Associazione CME Il Settimanale di Padre Pio. Tutti i diritti sono riservati. Credits