SPIRITUALITÀ
«Laudato si’, mi’ Signore per sora nostra Morte corporale»
dal Numero 35 del 4 ottobre 2026
di Padre Prosdocimo da Bari
Il Serafico Padre chiamava “sorella” anche la morte. Che dire invece di quanti temono la morte e tentano di fuggirla ad ogni costo? Cerchiamo di comprendere il perché di atteggiamenti tanto abissali.
La morte, realtà così certa per l’uomo che non può scampare da essa. Da quando il peccato originale ha intaccato i nostri progenitori, la terribile realtà della morte accompagna ogni figlio di Adamo. Giustamente San Paolo afferma che «la morte è lo stipendio del peccato» (Rm 6,23). Purtroppo, al giorno d’oggi, non si parla più di questo momento così certo e imprevedibile; dice bene il salmista: «Nella prosperità l’uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono» (Sal 49,21) ed è così che l’uomo odierno vive oggi. Anziché predisporsi adeguatamente alla morte, egli non vuole pensarci preferendo vivere nelle agiatezze mondane, pensando solo a divertirsi. Al contrario, il pensiero frequente della morte ci aiuta a rimettere in rotta la nostra anima, guardando solo alle «cose di lassù» (Col 3,1) e non sciupando il prezioso tempo che Dio dona ad ogni anima per salvarsi e santificarsi. Osservando i Santi di tutti i tempi, si è sempre notato questo loro gaudio tutto particolare quando, per divina rivelazione, venivano a conoscenza la data della loro morte. Un esempio recentissimo lo troviamo in San Pio da Pietrelcina, il quale non aspettava altro che lasciare questo misero mondo per unirsi eternamente a Dio. Pure San Francesco, come notiamo nelle biografie, non temeva in alcun modo la morte, ma anzi l’aspettava come una carissima sorella; il suo primo biografo, il Beato Tommaso da Celano, riporta come il Santo «esortava alla lode [della morte] e, andandole incontro lieto, la invitava a essere sua ospite: “Ben venga, mia sorella morte!”». Di nuovo, tra le preghiere composte dal Serafico Padre, troviamo il Cantico delle Creature, composto intorno al 1225 e rivelatore del gaudio traboccante del cuore del Santo dopo aver ricevuto la certezza da Nostro Signore Gesù Cristo di raggiungere l’eterno Regno celeste. In questo Cantico noi contempliamo l’anima di San Francesco che proclama una lode universale all’“Onnipotente e bon Signore”, lode attinta dalla perfezione di Dio riflessa in tutto il creato. Verso la conclusione del Cantico, il Santo elogia «sora nostra Morte corporale»; questa lode, possiamo dire, riecheggia in tutta la vita del Santo poiché, dopo la sua conversione, capì chiaramente che tutto l’operato umano converge in quell’istante, nel quale saranno guai per «quelli ke morranno ne le peccata mortali» (FF 263), mentre saranno «beati quelli ke trovarà ne le Tue Santissime voluntati» (ibidem). Naturalmente, San Francesco desiderava la morte perché sapeva bene che attraverso questa cara sorella si univa per sempre a Dio che aveva tanto servito nella sua beata vita. Infatti, nello Specchio di perfezione viene descritto l’episodio nel quale il medico annunciava la morte imminente al Santo; quest’ultimo, con ferme parole, gli disse: «Non aver paura di dirmelo, poiché con la grazia di Dio non sono un pusillanime che teme la morte: per dono dello Spirito Santo, sono così unito al mio Signore, da essere ugualmente felice sia di vivere che di morire». Il medico rispose che sarebbe morto a breve e subito, a questa notizia, il Santo lanciò un grido di giubilo asserendo: «Sii la benvenuta, sorella mia Morte!» (FF 1822). Da quanto detto sorge quasi spontanea la domanda: come mai San Francesco desiderava e chiamava sorella la morte? La risposta non è difficile. Il motivo è che San Francesco visse il cristianesimo senza compromessi; molti Padri della Chiesa asserivano che la morte per un cristiano non è un evento infelice, ma piuttosto una gioia per quell’anima che, vivendo cristianamente, ha conseguito per sempre il premio eterno. Questa visione tutta soprannaturale è l’attuazione della virtù teologale della speranza, virtù che ci fa sperare i beni futuri eterni promessi da Dio, in mezzo agli ostacoli della vita. Infatti, non si è mai visto un Santo triste; senza la virtù della speranza la nostra vita soprannaturale non avrebbe senso e, d’altra parte, sarebbe ingiustificata e assurda. San Francesco ci vuole insegnare che tutto presto finirà: il lavoro, gli impegni, i possedimenti, la fama sociale... e noi ci presenteremo davanti a Dio solamente con ciò che davvero possediamo, ossia la nostra anima. Purtroppo, oggigiorno le persone fremono davanti alla morte poiché vedono che tutto svanisce e i principi sui quali hanno posto fiducia in tutta la loro vita svaniscono e si trovano poveri spiritualmente. Imitiamo i Santi, specialmente San Francesco, il quale insegnava ai suoi Frati che «il piacere è breve, la pena eterna; la sofferenza è poca, la gloria infinita; molti sono i chiamati, pochi gli eletti; tutti saremo giudicati; fratelli, finché abbiamo tempo, operiamo il bene». È ovvio che i cristiani non devono essere insensibili di fronte alla morte, ma ciò che li differisce dagli altri è la fiduciosa e amorosa speranza in Dio, il quale ci riunirà tutti nel suo Regno, dove la gioia sarà senza fine. Dunque la morte per il Santo è sorella perché chi le va incontro ricco di virtù e di meriti, non deve temere di entrare nella vita senza fine. Preghiamo intensamente l’Immacolata, Porta del Cielo, e San Giuseppe, patrono della buona morte, affinché nel giorno della nostra dipartita possano venirci incontro e darci il premio dei giusti.
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