SPIRITUALITÀ
Il culto di iperdulia Una risposta ai protestanti
dal Numero 18 del 17 maggio 2026
di Padre Maurizio M. Mazzieri
Chi accusa di idolatria i Cattolici devoti alla Madre di Dio non conosce la dottrina cattolica. Vi è infatti differenza netta tra la latria e l’iperdulia. Avere le idee ben chiare in tal senso sarà di ottimo aiuto per rispondere a tali accuse, soprattutto dal mondo protestante.
Il tema che tratteremo in questi articoli riguarda un errore che nel corso della storia della Cristianità ha avuto delle gravi ripercussioni sul culto verso la Vergine Santissima. Il culto della Vergine Maria rappresenta infatti uno dei principali punti di divergenza tra la Chiesa Cattolica e le confessioni protestanti. In particolare, l’accusa di idolatria rivolta alla devozione mariana costituisce una critica persistente nella teologia della cosiddetta riforma. Il primo passo che dovremo fare sarà quello di chiarire la natura del culto mariano, distinguendo tra adorazione e venerazione, e dimostrare la coerenza interna della dottrina cattolica; attraverso la Sacra Scrittura e la riflessione teologica si proverà inoltre come la venerazione mariana non costituisca adorazione idolatrica, ma una forma distinta e subordinata di onore al Creatore. Distinzione del culto e definizione di iperdulia Tradizionalmente la Teologia Cattolica distingue il culto in tre forme spiegate chiaramente dal Catechismo della Chiesa Cattolica: culto di latria, dovuto esclusivamente a Dio, la dulia, riservata ai Santi (tra il culto dei Santi è riservato anche un culto speciale a San Giuseppe che viene chiamato “protodulia”, non menzionato dal catechismo), e infine l’iperdulia attribuita unicamente alla Vergine Maria. Questa distinzione è stata formalmente riconosciuta nel Concilio di Nicea II (787 d.C.), il quale stabilì la legittimità della venerazione delle immagini sacre, distinguendola dall’adorazione propriamente detta. Il culto di iperdulia (vocabolo greco che significa “servizio” o “venerazione di preferenza”) pertanto, non sottrae nulla alla gloria di Dio, ma ne è un riflesso, poiché onora Maria Santissima per l’eccellenza singolare che Dio stesso le ha comunicato e per la profonda sottomissione che le dobbiamo. A tal proposito San Germano di Costantinopoli, nella sua difesa delle icone – nel contesto della controversia iconoclasta –, applica questo principio sostenendo che onorare la Madre di Dio significa onorare Colei che ha contenuto l’Invisibile nel proprio seno, diventando strumento dell’Incarnazione: «Similmente noi disegniamo allo stesso modo la somiglianza della sua intemerata madre secondo la carne, la santa Madre di Dio, mostrando che, essendo donna per natura... al di sopra di ogni pensiero di angeli e di uomini ella concepì nel suo seno il Dio invisibile [...] infatti noi la veneriamo come propriamente e veramente madre del vero Dio». L’iperdulia si configura dunque come una forma di venerazione superiore, giustificata dalla singolare posizione di Maria nella storia della salvezza, ma ontologicamente distinta dalla latria. Fondamenti biblici del culto Nell’Antico Testamento possiamo vedere come il fondamento di ogni atto religioso autentico risieda nell’intestazione del Decalogo: «Io sono il Signore Dio tuo». Queste parole sono una specie di prefazione o introduzione, in cui Dio ci mostra il diritto che Egli ha di comandare e l’obbligo che noi abbiamo di obbedirgli. Il precetto “non avrai altro Dio fuori di me” costituisce pertanto la siepe che protegge la purezza della fede, imponendo di adorare Lui solo, escludendo ogni divinità straniera. Questo primo precetto, pubblicato da Mosè per gli Israeliti, è citato da Gesù Cristo nel Vangelo, quando dice: «Adorerai il Signore Dio tuo, e a Lui solo servirai» (Mt 4,10; cf Dt 6,13). In esso si stabilisce così il diritto sovrano di Dio di esigere un omaggio esclusivo, definendo il culto come il riconoscimento della sua infinita maestà e della nostra sottomissione. Il concetto generale di “culto” Secondo l’insegnamento della Chiesa, il concetto di “culto” che ne deriva è, nel suo significato più ampio, l’atto di onorare un superiore riconoscendone l’eccellenza e manifestando la propria sottomissione; quando tale atto è rivolto all’Assoluto, esso scaturisce dalla cognizione della maestà infinita di Dio e si articola in due dimensioni necessarie e complementari che sono il culto interno e il culto esterno. Il culto interno rappresenta l’omaggio reso a Dio esclusivamente con le sole facoltà dello spirito, ossia pensieri, affetti e sentimenti. Esso costituisce il fondamento essenziale di ogni religione autentica poiché, come ricordato dal divin Maestro nel Vangelo, «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). Senza questa sottomissione dell’intelletto e della volontà, espressa attraverso le virtù della fede, speranza, carità e religione, ogni atto esteriore si ridurrebbe a una forma di ipocrisia simile a quella dei Farisei, che onoravano Dio con le labbra mentre il loro cuore era lontano da Lui inducendo Gesù a rimproverarli con parole forti: «Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15,7-9). Accanto al culto interno, il catechismo insiste sulla necessità del culto esterno, inteso come l’omaggio manifestato pubblicamente o privatamente attraverso atti esteriori e oggetti sensibili quali cerimonie, canti, genuflessioni o il segno della croce. La giustificazione di questa dimensione esteriore poggia su tre pilastri fondamentali: - la natura umana composta di corpo e anima: poiché tutto l’uomo viene da Dio, è dovere della creatura rendere al Creatore un tributo intero, onorandolo non solo con lo spirito ma anche con il corpo; - la necessità psicologica dei sensi: la nostra mente è così fatta, che ha bisogno di cose sensibili per unirsi a Dio, perciò occorrono riti esterni, affinché la mente dell’uomo si ecciti ad atti spirituali. Senza di essi, la devozione del cuore rischierebbe di svanire; - la funzione di tutela e testimonianza: il culto esterno agisce come la corteccia per l’albero che protegge e nutre la vita interna dell’anima. Se si taglia la corteccia dell’albero questo muore. Allo stesso modo svanisce la religione del cuore, se non è alimentata dagli atti esterni. Inoltre, esso serve a edificare il prossimo e a manifestare pubblicamente la gloria di Dio. Questa distinzione permette di chiarire che il culto cattolico non si esaurisce nell’atto esterno (che i protestanti definirebbero idolatrico), ma lo utilizza come veicolo per un sentimento interno di adorazione (se diretto a Dio) o di venerazione speciale (iperdulia, se diretto alla Vergine). Il peccato di irreligiosità o di superstizione nasce proprio dal rompere questo equilibrio, sia negando la necessità dell’atto esterno, sia attribuendo all’oggetto materiale una virtù magica o divina indipendente dalla grazia di Dio sfociando così in un culto superfluo che consiste nel praticare cose estranee alla dottrina e agli usi della Chiesa, come sarebbe far segni e figure attribuendo a queste un’efficacia infallibile. Perciò il catechismo insegna che onorare esternamente Maria Santissima o i Santi non è un errore contro il primo Comandamento, ma una conseguenza della corretta comprensione del culto come atto integrale dell’uomo, che partendo dal cuore si manifesta legittimamente attraverso i sensi per risalire all’unico Padrone. /Prima parte
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