La vita di San Giuseppe e di San Pio fu caratterizzata dal lavoro instancabile, senza riposi o svaghi: San Giuseppe lavorava per la Sacra Famiglia, San Pio per i numerosi figli spirituali, senza risparmiarsi in sacrifici e preghiere.

Nell’articolo precedente abbiamo visto come San Pio da Pietrelcina considerasse il glorioso San Giuseppe un uomo di altissima perfezione e quindi modello di ogni virtù, in particolare nella sua vita intensa di preghiera. Ma il santo Patriarca fu anche un esempio di grande laboriosità.
Infatti, San Giuseppe fu un uomo di lavoro e lavorò duramente tutta la vita per poter sostentare la Sacra Famiglia. Il suo fu un lavoro cosciente, responsabile e sempre molto faticoso, pur ricevendone sempre grandi soddisfazioni perché seppe sia offrire costantemente a Dio il frutto delle sue fatiche quotidiane sia perché sapeva che quel lavoro era per i suoi due grandi tesori, la Madre di Dio e il Verbo Incarnato. Gesù, il Figlio di Dio, apprezzò a tal punto il lavoro del suo Padre putativo che non disdegnò di farsi chiamare «il figlio del fabbro» (Mt 13,55) ed Egli stesso volle imparare da lui questo umile mestiere.
È vero che padre Pio non lavorò materialmente come San Giuseppe, ma lavorò spiritualmente così tanto da restarne esausto a fine giornata.
La Santa Messa, durante la quale egli riviveva tutta la Passione di Gesù e durante la quale si offriva per i suoi fratelli di esilio, addossandosi le iniquità dell’umanità, lo sfiniva; gli incontri con i figli spirituali e i pellegrini che arrivavano da tutte le parti del mondo; le lunghe ore di confessione in cui donava tutto se stesso: tutto questo continuo apostolato, senza mai uscire dalle mura del convento, senza mai prendersi un solo giorno o una sola ora di svago e di riposo, pur se offerto con immenso amore a Dio, logorarono il suo fisico, già martoriato dalle sofferenze fisiche – dovute alle stimmate e alle malattie – e morali procurategli tanto spesso proprio da chi egli aveva beneficato o da chi avrebbe dovuto apprezzarlo.
Padre Pio ha lavorato fino al “consummatum est”, tanto da poter scrivere sull’immaginetta-ricordo dei suoi cinquant’anni di vita religiosa: «Cinquant’anni di vita religiosa, cinquant’anni confitto alla croce, cinquant’anni di fuoco divoratore: per te, Signore, e per i tuoi redenti».
A tal proposito racconta Nina Campanile, in una testimonianza registrata da padre Gerardo Saldutto, che un giorno era andata in convento perché aveva bisogno di parlare con il Padre. Entrata in chiesa, si accorse che egli stava sul coro e allora dentro di sé chiamò: “Padre!”. Subito lo sentì muoversi. Si diresse allora verso la foresteria, dove il Padre era solito riceverla, e dopo un po’ lo vide in fondo al corridoio. Il Padre aveva un volto molto tirato, da far spavento, come uno che aveva dovuto fare un grande sforzo. Nina, accortasi di ciò, disse tra sé: “Mamma quanto ti sforzi per venirmi incontro!”. Il Padre, raggiuntala, le disse con serietà: «Desideravo starmene un po’ solo con Gesù...». Entrati in foresteria, appena incominciarono a parlare, il suo viso riprese tutta la sua consueta serenità.
Egli si era fatto servo e cireneo di tutti senza mai risparmiarsi nella preghiera e nei sacrifici, giorno dopo giorno, per sei decenni. «Non so negarmi a nessuno», poteva scrivere a padre Agostino da San Marco in Lamis. E ancora: «Ho lavorato, voglio lavorare; ho pregato, voglio pregare; ho vegliato, voglio vegliare; ho pianto, voglio piangere sempre per i miei fratelli di esilio».
San Giuseppe e padre Pio insegnino anche noi a fare della preghiera e del lavoro le due ali per raggiungere la perfezione cristiana.