FEDE E CULTURA
Pluralismo culturale e resistenza cristiana
dal Numero 43 del 2 novembre 2014
di Fabrizio Cannone

Al “pluralismo culturale”, divenuto sinonimo di relativismo nichilista che ha portato ben presto alla dissoluzione dei valori, occorre opporre una resistenza concreta che innalzi, attualizzi e difenda i valori di sempre. Questa è la nobile vocazione dei cristiani della nostra epoca.

In un editoriale intitolato I miraggi del pluralismo, l’intellettuale Bernard Dumont scrive che “nella sua accezione più diffusa, si tratta di un concetto fabbricato dall’ideologia democratica d’origine americana, diventato dopo il periodo della Seconda Guerra mondiale, e soprattutto dopo la scomparsa del regime sovietico, un leitmotiv dell’ordine occidentale e della sua invadente promozione” (cf. Catholica, 124, 2014, p. 4). Il termine pluralismo ha acquisito una valenza positiva e ottimistica, visto che designa abitualmente l’idea di «convivialità degli individui e delle comunità» nella società, sulla base dell’ipertrofico concetto del «politeismo dei valori». Il pluralismo contemporaneo è divenuto un modo un po’ aulico per indicare «un regime di tolleranza universale verso tutte le opinioni e tutti gli stili di vita». Cosa in realtà negata ogni giorno dal Sistema: certi stili di vita vengono infatti esaltati, mentre altri vengono pubblicamente disprezzati, ciò che mostra d’emblée la falsità del presupposto pluralista.
Tra i moltissimi profeti del pluralismo, Dumont segnala Jacques Maritain (specie con il saggio Riflessioni sull’America del 1958), Karl Popper e Isaiah Berlin. Cosa pensare dell’ideologia pluralista da un punto di vista razionale e cattolico?
Anzitutto è da notare, sempre seguendo Dumont, che il pluralismo è divenuto oggi altresì sinonimo di «politicamente corretto», di «relativismo nichilista» e di «pensiero debole»: la regola d’oro di questo sistema ideologico e politico è l’idea che «non ci siano soluzioni, ma solo compromessi» (p. 5). È come chi dice che importa di più la ricerca della verità, che la verità stessa; o coloro che blaterano, sempre e su ogni tema, che «nessuno ha la verità in tasca»: ma chi dice questo crede di essere nel vero, e quindi è auto-contraddittorio e farebbe meglio a tacere. L’atteggiamento dei pluralisti in fondo dice che lo Stato deve essere per forza di cose laico e democratico perché nessuno ha la verità su nulla: ma se nessuno ha la verità (per esempio in politica), come sapere se lo Stato laico-democratico sia l’unico legittimo?
Questo discorso, apparentemente filosofico o se vogliamo filosofico ma (contro l’etimo) senza alcuna saggezza, è presente in modi e gradi diversi in pensatori squisitamente moderni come Hume, Condorcet, Kant, Rousseau, Marx e Freud: e questo la dice lunga sui suoi fondamenti intellettuali, evidentemente contraddittori e materialisti, come lo sono, abbondantemente, gli autori citati.
Come si comprende subito, ci troviamo nel cuore, nel nocciolo più intimo del progetto ideologico contemporaneo, a base di democrazia, liberalismo, relativismo etico, diritti dell’uomo (né definiti una volta per tutte, né definitivi, né stabili). La domanda dunque è la seguente: questo progetto è compatibile con la Religione rivelata? Questo progetto è realizzabile?
Secondo Bernard Dumont, filosofo e teologo della politica e della storia, il risultato del progetto, che porta a termine la parabola dell’illuminismo e del cartesianesimo, è chiaro: «Esso destabilizza le società nei loro fondamenti morali e istituzionali, e attenta alla loro identità culturale e fisica, tra l’altro a causa dei movimenti migratori massicci e brutali, e a causa della distruzione programmata della famiglia, dell’insegnamento regressivo, ecc. I valori di ieri sono diventati i contro-valori di oggi» (p. 9, corsivo mio).
I valori di ieri, come il coraggio e la forza (anche militare), la fedeltà alla famiglia, l’amore per la Patria, la moralità e la religione, oggi sono indicati dal progetto stesso che sta terminando il suo corso, come anti-valori da fuggire e da bandire: al posto del coraggio si elogia la furbizia, il pacifismo e il compromesso; al posto della famiglia (stabile, eterosessuale, monogamica) si fa di tutto per incoraggiare il divorzio, la convivenza e il sesso libero; l’amore della Patria è stato etichettato in Italia e un po’ in tutta Europa come fascismo e becero nazionalismo, ed è stato sostituito con la meno impegnativa e più generica “solidarietà”; la religione e la moralità vengono sempre più bollate come integralismo e crudele moralismo, e come relitti della storia; e così via.
La cultura diffusa e per secoli condivisa dai popoli europei, oggi per esistere, deve resistere alla dissoluzione voluta dai fautori della modernità tardiva e impazzita: deve cioè farsi contro-cultura e resistenza consapevole. Non basta ripetere come uno slogan il classico (e imperituro) motto: Dio-Patria-Famiglia. Bisogna farsela una famiglia e oltre al supporto sentimentale-amoroso di base, e la condivisione di un progetto di vita senza scadenze, bisogna che questa famiglia sia intrisa di amor di Dio e di amore alla Patria. L’amore alla patria significa qui amore alla Tradizione, a ciò che abbiamo ricevuto da altri e non abbiamo creato noi stessi, come il linguaggio, l’arte, la natura, la cultura italiana e la religione dei padri nostri. Amor di Dio significa amore dei valori cristiani sui quali possiamo e dobbiamo puntare (soprattutto nell’educazione dei figli, educazione sempre più demandata alla Tv, alla baby-sitter, alla scuola, alla parrocchia).
I valori di base e irrinunciabili sono quelli di sempre, da rivivere con rinnovato sforzo esistenziale: la fedeltà alla parola data, il rigore morale, lo spirito di sacrificio, il gusto del lavoro ben fatto, il senso del pudore, la semplicità e la schiettezza, l’umiltà nel non credersi importanti nel mondo, ecc.
La famiglia ed anche le altre comunità di cui si fa parte (micro comunità “politica”, di quartiere, legata allo sport o alla cultura, “virtuale”, ecc.), devono divenire altrettanti focolari di resistenza, ambienti in cui si portano avanti, almeno tendenzialmente, i valori veri e non quelli del consumismo, del dio-mercato, delle mode, dell’individualismo verso cui il Sistema ci spinge, come verso altrettanti vicoli ciechi. 
I nuovi valori del Sistema, il quale osa chiamare anti-valori i valori veri della Tradizione, sono quelli della modernità fluida e inconsistente, che pretende – e purtroppo non sempre a torto – di aver “decolonizzato” l’immaginario collettivo, grazie al relativismo, al gender, all’arte contemporanea (esaltazione del nulla e del vuoto, contro il pieno dell’arte classica e moderna dalla Grecia antica all’Ottocento), alla spontaneità, alla pornografia, all’ingegneria genetica, al femminismo, al suffragio universale...
L’Unione Europea, che in altri contesti potrebbe esistere e sarebbe perfino auspicabile in quanto unione di civiltà (tra Stati comunque autonomi e diversi, ma omogenei), è divenuta oggi un’Unione nel segno dell’inciviltà e della lotta alla vera civiltà umana e cristiana. Non che, per la verità, nelle altre Unioni mondiali (de facto o de jure che siano) si stia meglio sul piano dei valori (cf. Stati Uniti d’America, America del sud, Oceania...); tuttavia noi, come italiani ed europei, dobbiamo guardare anzitutto al nostro contesto per realizzare del bene concreto e non cadere nell’astrattismo e nell’utopia del mondialismo.
Ebbene, che fare per invertire la corsa folle e devastatrice della «modernità tardiva» (Dumont), della «modernità liquida» (Bauman), dello «spirito borghese allo stato puro» (Del Noce) verso il nulla, altra faccia del ben più aulico politeismo dei valori? La risposta la lascio al politologo Dumont, invitando tutti i francofoni a prendere in mano l’eccellente rivista trimestrale Catholica (che si trova tra l’altro in quasi tutte le Università pontificie romane, segno che, sebbene nettamente anti-conformista, non ne viene trascurato il valore in certe sfere).
«Resta allora il dovere di far convergere tutti coloro che, in una maniera o in un’altra, hanno conservato il senso della dignità della loro origine, si sono sforzati di fare della loro famiglia un focolare di resistenza morale, e hanno accettato previamente di sacrificare i loro comodi in nome del bene comune» (p. 11).
Soprattutto chi è animato da un afflato spirituale deve sentire come una vocazione quanto sopra esposto ed essere contento e fiero di avere nella vita una nobile missione a cui, senza meriti pregressi, è stato chiamato dall’Alto.

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