RELIGIONE
La vera causa degli infortuni
dal Numero 8 del 14 febbraio 2023
di Riccardo Pedrizzi

Ogni giorno la cronaca ci parla di vite spezzate sugli ambienti lavorativi. Le cause individuate sono sempre le stesse... La verità, però, è un’altra: la causa principale degli infortuni è il mancato riconoscimento della dignità del lavoro.

Lo scorso settembre un ragazzo di 18 anni è morto in un incidente all’interno di un’azienda a Noventa di Piave (Venezia), specializzata nella lavorazione del metallo. Era uno studente di un istituto tecnico di Portogruaro e stava svolgendo uno stage in azienda. Si chiamava Giuliano De Seta, viveva a Ceggia, sempre in provincia di Venezia; il giovane è stato colpito da una lastra di metallo. La tragedia è avvenuta alla BC Service. Non è il primo ragazzo che muore in uno stage sul lavoro; prima di lui altri due studenti hanno subito la stessa sorte nel corso dell’anno. Una tragedia quella costata la vita nel gennaio 2022 a Lorenzo Parelli, 18 anni, al suo ultimo giorno di stage nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro, alla Burimec, un’azienda meccanica di Lauzacco, in Friuli. Anche in quel caso, Lorenzo fu ucciso dal crollo di una putrella, che gli franò addosso. Tre settimane dopo era morto, in provincia di Fermo, il 16enne Giuseppe Lenoci, di Monte Urano, in un incidente automobilistico durante una trasferta legata allo stage che stava svolgendo presso un’azienda termoidraulica. 
Ogni giorno siamo costretti a leggere nella cronaca dei quotidiani la notizia dell’ennesimo incidente sul lavoro. È una lista infinita, che vede vite spezzate e famiglie distrutte e che non accenna a diminuire, anzi.
Si muore nelle campagne, nell’edilizia, nell’industria. Dall’inizio dello scorso anno sono diverse centinaia i morti per infortuni sul lavoro. Tre vittime al giorno per l’INAIL, quattro per l’Osservatorio indipendente di Bologna. L’INAIL nel 2021 ha registrato 1.361 denunce di infortunio con esito mortale, mentre le denunce di infortuni sono state 564.000 e gli infortuni accertati sono stati 685, di cui 298 avvenuti fuori dall’azienda. La classifica per settori vede al primo posto l’agricoltura, seguita da edilizia, autotrasporto e industria. È evidente che gli ispettori del lavoro da soli non bastano, occorrono più poteri ai dipendenti. Per questo si pensa ad un rafforzamento delle sanzioni previste dal “Testo unico su salute e sicurezza del lavoro”.
«La questione delle morti sul lavoro assume sempre più i contorni di una strage continua. C’è l’esigenza di prendere provvedimenti immediatamente». Così aveva promesso il premier Mario Draghi.
Naturalmente le cause che vengono continuamente individuate sono sempre le stesse: mancati controlli degli ispettorati del lavoro che scarseggiano di personale; non rispetto delle regole da parte di imprenditori disonesti; lo sfruttamento del lavoro nero e la mancanza di sicurezza. La verità, però, è un’altra e la causa principale ha lontane radici: è il mancato riconoscimento della dignità del lavoro. 
Questo avviene perché, come anche l’OCSE ha documentato, la distribuzione del reddito tra capitale e lavoro è peggiorato radicalmente; i redditi da lavoro, anzi le condizioni del lavoro, regrediscono ed accentuano le disuguaglianze di reddito, di ricchezza e di potere economico, mediatico, culturale e politico. Le ragioni sono molteplici: l’integrazione globale dei mercati, in particolare lo smantellamento di ogni controllo dei movimenti di capitale, senza standard democratici minimi sia sul versante sociale che ambientale. Il capitale “fa shopping globale” delle condizioni di lavoro, influenzando la politica e le organizzazioni del lavoro; entrano, così, nella scena globale, masse enormi di lavoratori di riserva, un miliardo di uomini e donne affamati dalla Cina, dall’India, dal sud-est asiatico, dal Brasile; si verifica la drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, come mai prima nel corso del “secolo breve”. Da un lato, il capitale, a caccia di lavoro low cost nelle sterminate praterie dell’economia globale. Dall’altro, il lavoro, regolato nella dimensione locale della politica e del sindacato, sempre più svalutato [1].
Si tratta dunque di una “nuova questione sociale”, che va affrontata andando “oltre” il paradigma liberista ed assumendo una concezione radicalmente alternativa dell’uomo, inteso non più come individuo, atomo isolato, ma come persona e, in particolare, persona inserita in una storia, in corpi sociali intermedi e che, anche quando lavora, è definita nella sua identità attraverso le relazioni con gli altri e radicata sul territorio.
Del resto anche per la tradizione socialista, socialdemocratica, laburista e comunista del movimento operaio la persona veniva del tutto annullata essendo la “classe operaia”, l’“operaio massa”, l’aggregato sociale il suo principale riferimento. 
Mentre, per il pensiero sociale della Chiesa, quel che conta è il primato dell’uomo sul lavoro e il primato del lavoro sul capitale.
Insomma, sia nel modello liberista che in quello socialista l’uomo viene ridotto a una serie di relazioni economiche e la persona come soggetto autonomo di decisioni morali scompare.
Per farla riemergere dalle nebbie che ci circondano dobbiamo attingere perciò alla luce della dottrina sociale cattolica.    

Nota
1) Cf R. Pedrizzi, Il salvadanaio. Manuale di sopravvivenza economica, Guida, Napoli, c. XXVI: Industria 4.0 e lavoro. 

Casa Mariana Editrice
Sede Legale
Via dell'Immacolata, 4
83040 Frigento (AV)
Proprietario: Associazione CME Il Settimanale di Padre Pio. Tutti i diritti sono riservati. Credits