FEDE E CULTURA
Papini e le sue profezie sul “disumanesimo” moderno
dal Numero 15 del 18 aprile 2021
di Riccardo Pedrizzi

Gran parte della letteratura di Giovanni Papini resta sconosciuta allo studente e al lettore comune. Si tratta di quelle pagine che più di tutte rivelano il suo pensiero “teologico e politico”, con certi approdi che oggi potrebbero dirsi veramente profetici.

Molte delle pagine lasciate da Papini sono autobiografiche: dalla prima infanzia alla maturità, dall’esordio come scrittore alle prime escursioni a Pisa e sull’Appennino, con Morselli, ed a Parigi, con Soffici, dall’emozionante incontro con il vecchio Carducci alle sensazioni provate in occasione della sconfitta di Adua e dell’assassinio di Umberto I, e poi ancora, molte sono le pagine dedicate alle esperienze intellettuali maturate con la nascita de Il Leonardo, alla famiglia, al suo itinerario spirituale e, soprattutto, alla sua conversione (1).

Mentre le testimonianze sulla continuità dell’ispirazione poetica, sulla perseveranza nella fede e sulla visione della superiorità dello spirito sulla materia sono raccolte prevalentemente in Schegge, La spia del mondo e La felicità dell’infelice.

«Mi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l’uso delle gambe, delle braccia, delle mani e sono divenuto quasi cieco e quasi muto... Ma non bisogna tener in picciol conto quello che mi è rimasto ed è molto ed è il meglio... Ho sempre la gioia di poter ascoltare le parole di un amico, la lettura di una bella poesia o di una bella storia, posso sentire un canto melodioso o una di quelle sinfonie che danno un calor nuovo a tutto l’essere. E tutto questo non è nulla a paragone dei doni ancor più divini che Dio mi ha lasciato. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l’affetto dei familiari, l’amicizia degli amici, la facoltà di amare anche quelli che non conosco di persona e la felicità di essere amato da quelli che mi conoscono soltanto attraverso le opere... Se io potessi muovermi, parlare, vedere e scrivere, ma avessi la mente confusa e ottusa, l’intelligenza torpida e sterile, la memoria lacunosa e tarda, la fantasia svanita e stenta, il cuore arido ed indifferente, la mia sventura sarebbe infinitamente più terribile.
Sarei un’anima morta dentro un corpo inutilmente vivo. A che mi varrebbe possedere una favella intelligibile se non avessi nulla da dire? Ho sempre sostenuto la superiorità dello spirito sulla materia; sarei un truffatore e un vigliacco se ora, arrivato al punto della riprova, avessi cambiato opinione sotto il peso dei patiri. Ma io ho sempre preferito il martirio, all’imbecillità».

C’è da dire, a questo punto, che molti critici in questi decenni hanno pensato bene di presentare Papini solamente come scrittore e poeta, limitandone la parte teologica e “politica”, e di far emergere quanto più possibile solamente la sua vena poetica e sottolineando la componente sentimentale e l’atteggiamento vagamente e tristemente nostalgico dello Scrittore «al di là delle ubriacature filosofiche e delle avventure dell’intelligenza».

Questa operazione di vera e propria manipolazione del pensiero ci ha così, riuscendovi, presentato un Papini ad una dimensione o, quantomeno, non completo; così come non complete appaiono in generale le schede sulla sua vita e le sue opere, che tendono sempre ad occultare il ruolo avuto dallo Scrittore quale “atleta di Dio” nella difesa del Cattolicesimo tra le due Guerre mondiali.

In effetti da quasi tutte le opere scritte su Papini non emerge quasi mai il personaggio che ai primi del Novecento fu parte viva e protagonista (ad esempio, passando in rassegna filosofie e scrittori con le famose “stroncature”) di quel movimento filosofico, letterario e politico, che promosse lo svecchiamento della cultura e della vita italiana, concependo la letteratura come “azione”.

Come pure è stata di solito ignorata la produzione più propriamente “impegnata”, anche se poi è impossibile ignorare la sua collaborazione al Frontespizio, intorno alla quale si mossero, tra il 1931 ed il 1942, cattolici come Piero Bargellini, Guido Mariacorda e Domenico Giuliotti. Tantomeno ci si ricorda di citare almeno la rivista fiorentina L’ultima, che fu fondata da Papini e diretta da Adolfo Oxilia, in questo ultimo Dopoguerra.

Ciononostante ci sembra degno di segnalazione il fatto che dopo anni di silenzio si ricomincia a parlare ed a pubblicare qualche opera e qualche articolo di uno scrittore «scomodo» come Giovanni Papini.

Come quello apparso sul supplemento 7 del Corriere della Sera di qualche tempo fa nella rubrica “Dall’Archivio. Le firme storiche del Corriere” dal titolo Telefoni, Tv, incubatrici: è la Comodità, civiltà inumana. Si tratta di un vero e proprio “avvertimento” profetico circa gli effetti devastanti di quella civiltà dell’immagine e della comunicazione virtuale che si andava in quel tempo solamente affacciando all’orizzonte.

«La netta divisione tra vivi e vivi va diventando definitiva; il calore umano, che nasce dalla presenza simultanea delle anime e dei corpi, va scomparendo, sostituito dai gelidi servizi meccanici»... riferendosi ai teatri di prosa, ai concerti, alle manifestazioni artistiche. Scriveva nel 1951 “l’atleta di Dio”.

Ma poi: «Anche nelle ordinarie relazioni umane va scemando ogni giorno il perfetto contatto tra uomo e uomo»... E Papini trovava la causa di questa progressiva abolizione ed estradizione dell’uomo nella comodità, mentre oggi è la pandemia.

Anche nelle botteghe e nell’università, con l’andar degli anni e i progressi della cibernetica, sparirà il naturale rapporto uomo-uomo. È oggi la cosiddetta DAD, la didattica a distanza, che imperversa e separa maestra da alunni ed alunni tra loro.

Infine il grande poeta cattolico lanciava il grido d’allarme – lui da solo, settant’anni fa – contro la disumana pratica della fecondazione artificiale: «E ho lasciato per ultimo la più disumana forma della presente civiltà inumana. La fecondazione artificiale della donna». «Finora le creature umane nascevano non soltanto dall’unione dei corpi ma anche delle anime. Oggi sta moltiplicandosi sulla faccia della terra una nuova razza che conosce soltanto la madre ed ha per padre, comune e anonimo, un piccolo strumento maneggiato da un tecnico sessualista. Non più figli dell’amore cocente e concorde, ma figli di un’iniezione».

Pensate: queste parole venivano scritte da Papini settant’anni fa quando queste pratiche artificiali erano appena iniziate. Ed il disumanamento dell’uomo era solo all’orizzonte. 

Nota

1) Per approfondire il “Papini sconosciuto”: Riccardo Pedrizzi, I proscritti. Pensatori alla sfida della modernità, Editoriale Pantheon.

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