RELIGIONE
L’Uomo chiamato “Dio salva
dal Numero 25 del 4 luglio 2021
di Paolo Risso

Gli uomini impongono il nome partendo da preferenze estetiche, legami di parentela, circostanze o eventi particolari. Dio dà agli uomini nomi che esprimono un dono che Egli fa loro con gratuità e la missione di cui li investe.

Ai sinedriti che li rimproverano e li minacciano per la loro predicazione di Gesù e i miracoli compiuti nel suo Nome, l’apostolo Pietro e i suoi colleghi rispondono: “Sappiatelo bene, voi tutti, e voi popolo di Israele: è per il Nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che quest’uomo [lo storpio che mendicava alla porta Bella del tempio di Gerusalemme] sta innanzi a voi, guarito [...]. Perché non c’è sotto il cielo, altro Nome, dato agli uomini, grazie al quale noi possiamo essere salvati” (cf. At 4,10-12). 


Nella Scrittura e nei Padri 

Il nome: già nell’Antico Testamento, il nome indica la missione di chi lo porta, la sua identità, il suo essere. Per i semiti, il nome è l’espressione e il sostituto della persona. C’è un’identità tra il Nome divino e Dio stesso, perché il nome richiama tutte le sue perfezioni e le sue azioni: “Jahvè” (= Io sono Colui che è), il sommo Nome di Dio, quello che il pio ebreo non pronuncia o pronuncia esprimendo lode e adorazione a Lui. Il Nuovo Testamento fa un passo ulteriore quando il nome del Messia è rivelato dall’arcangelo Gabriele a Colei che ne sarà la Madre: «Lo chiamerai Gesù» (Lc 1,31). Il sogno di Giuseppe di Nazareth, sposo di Maria, conferma questa scelta da parte di Dio: «Ella partorirà un Figlio e tu lo chiamerai Gesù perché salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). “Gesù” (in latino “Jesus”, in ebraico “Jeoschua”) è davvero un nome programmatico ed esprime davvero la missione per cui è mandato dal Padre tra noi: “Dio salva”, “Dio salvatore” che libera il popolo dai peccati. In questi testi si trovano le primizie della devozione al Nome di Gesù, “devozione” come quella al Sacro Cuore di Gesù, al Santo Volto di Gesù, che coinvolgono tutta la vita cristiana, che sono, al dire del venerabile Pio XII, «la massima professione della Fede cattolica» (Haurietis aquas in gaudio, 15 maggio 1956).

 

Su questo argomento pare che i Padri della Chiesa siano stati piuttosto sobri, fino a sant’Anselmo di Canterbury che gli dà più ampio spazio. Una spiritualità più affettiva che speculativa sarà il terreno più propizio alla devozione al Nome di Gesù. Gli scritti di san Bernardo di Chiaravalle, in particolare i suoi Sermoni sul Cantico dei cantici segneranno del suo stile ardente la spiritualità del Medioevo.

 

San Bernardo assimila il nome dello Sposo del Cantico a Gesù, e paragona gli effetti mirabili di questo nome a “un olio che si espande” (Ct 1,3). La venerazione portata e diffusa al santo Nome di Gesù si iscrive nel vasto movimento di spiritualità che onora l’umanità del Cristo.
 

San Domenico e i Predicatori

I Domenicani sono tra i primi a partecipare a questo movimento. San Domenico è fin dall’inizio tutto cristocentrico. Conosciamo il suo amore a Gesù Crocifisso, il suo stringersi a Lui per raccoglierne il sangue, come viene narrato nel testo Sui nove modi di pregare di san Domenico e viene raffigurato da fra’ Giovanni da Fiesole, “il Beato Angelico”, suo figlio spirituale nell’Ordine dei Predicatori.

 

Almeno tre fatti documentano il suo amore al Nome di Gesù. Durante gli spostamenti da un suo convento all’altro, era solito cantare l’inno liturgico Jesu, nostra redemptio, amor et desiderium, e poi soleva dire ai frati che lo accompagnavano: «Procedite, et cogitemus Jesum» (= andate avanti e pensiamo a Gesù). Quando il cardinale Etienne gli presentò il nipote morto per incidente, san Domenico, imitando gli Apostoli, ordinò al giovane già defunto: «Te lo dico nel nome del Signore Gesù Cristo, alzati». Il ragazzo tornò in vita all’istante: nella chiesa di San Sisto a Roma è indicato ancor oggi il luogo esatto del miracolo.

 

A parte san Francesco d’Assisi che aveva grande devozione al Nome di Gesù, occorre attendere la fine del XIII secolo per vedere i Minori diffondere questo culto. Fra’ Enrico di Colonia è il primo domenicano a inculcare nel popolo l’amore al Nome di Gesù, secondo l’autorevole testimonianza del beato Giordano di Sassonia, primo successore di san Domenico. Un altro domenicano, fra’ Tommaso de Cantimpré, racconta come, viaggiando un giorno con il confratello fra’ Gauthier de Meyzemburg, quest’ultimo gli narrò che aveva l’abitudine di aggiungere nell’Ave Maria il nome di Gesù: «Benedetto il frutto del tuo seno, Gesù». Il papa Urbano IV approvò questo uso.

 

Uberto di Lombardia nel suo libro Sul nome e l’amore di Gesù, a metà del XIII secolo, fa un’apologia del nome di Gesù sulla linea di san Bernardo, spiegando che «non c’è nome più nobile, più utile e più sublime» di quello di Gesù. Il secondo Concilio di Lione (1274), cui avrebbe dovuto partecipare san Tommaso d’Aquino, se non fosse morto a soli 49 anni, in un canone, con l’autorità di papa Gregorio X, stabilì ordine nelle chiese e nella Liturgia, e che il Nome di Gesù fosse circondato di venerazione. 
 

Tutti i nomi nel Nome

La devozione al santissimo Nome di Gesù trova i suoi fondamenti teologici nella dottrina di san Tommaso d’Aquino (1225-1274). La terza parte della Summa è consacrata alla vita di Gesù nelle sue tappe. Le pagine dedicate alla Circoncisione del Signore gli danno l’occasione di considerare l’imposizione del nome di Gesù al Messia. Tommaso tratta l’argomento ex professo, nell’articolo secondo della questione 37: «Il nome imposto al Cristo, gli fu dato in modo giusto?». 

 

La prima affermazione di Tommaso si appoggia su Aristotele, secondo cui «la definizione esprime l’idea significata dal nome». Ogni nome pertanto comporta un senso legato al carattere di chi lo porta. Questo il principio generale che serve a san Tommaso come criterio per rendere conto della scelta dei nomi imposti ad ogni persona. 

 

Gli uomini impongono il nome a qualcuno partendo dalla caratteristica che è legata sia alle circostanze del tempo, sia a un legame di parentela, sia ad un evento o ad una particolarità del fanciullo. Dio dà agli uomini nomi che esprimono un dono che Egli fa loro con gratuità. Così il Cristo chiama Simone con il nome di Pietro per significare che riceverà la grazia di essere “pietra”, “roccia” per la sua Chiesa.

 

Allo stesso modo, Dio ha imposto al suo Figlio incarnato il nome di Gesù, che significa “Salvatore”, perché «Egli salverà il suo popolo dai peccati» (Mt 1,21). San Tommaso spiega la scelta divina secondo cui il Messia è stato chiamato Gesù sottolineando che il suo nome significa nel modo più adeguato la sua missione di Redentore.

 

Il suo ragionamento non è condotto in astratto, ma si appoggia alla Sacra Scrittura e rende conto della fondatezza del nome di Gesù. La Vergine Maria ha saputo dall’arcangelo Gabriele come si sarebbe chiamato suo Figlio (cf. Lc 1,31). Così il Nome di Gesù contiene in se stesso tutti gli altri significati contenuti negli altri nomi dati al Cristo, come “Emanuele”, Ammirevole”, “Principe della pace”, Sole che sorge”. 

 

«In tutti i nomi applicati al Cristo dalla Sacra Scrittura si trova implicato il Nome di Gesù, di “Salvatore”» (Summa Theol., III, q. 37, a. 2).

 

Dio ha scelto di preferenza il nome di Gesù a un altro, per chiamare suo Figlio, perché possiede il più grande significato ed esprime con precisione la ragion d’essere della sua venuta sulla terra. Questo Nome esprime non una proprietà qualsiasi del Cristo, ma la salvezza universale che Egli è venuto a compiere con la sua Passione redentrice. 

 

In altri passi paralleli, san Tommaso spiega che il nome di Gesù indica la natura umana che Egli ha assunto, così come il nome di Cristo designa la sua natura divina. Per l’uno e l’altro motivo, i nomi di “Gesù” e di “Cristo” giustificano che Egli porti “il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (cf. Fil 2,9).

 

Nel suo commento al Vangelo di san Giovanni, san Tommaso interpreta il nome di Gesù nel senso di “Salvatore del mondo”, espressione data a Gesù dai Samaritani. Nella sua esegesi, san Tommaso cita sull’argomento i passi della Scrittura che riguardano l’imposizione del nome di Gesù: «Il Cristo è veramente il Salvatore, perché Egli libera dai veri mali, cioè dal peccato e dalla dannazione eterna. È Lui che salverà il popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21). È Lui che ci custodisce nel vero Bene, che sono i beni spirituali» (Sull’evangelo di San Giovanni, cap. IV, lezione 5).

 

In una parola: san Tommaso sottolinea che tra i diversi nomi che sono dati al Cristo, quello di Gesù significa al massimo la sua missione di Redentore e ricapitola i significati contenuti negli altri nomi.


“Sii per me Gesù!”

Dunque il nome di Gesù è nome di un Uomo – l’uomo-Dio – che si chiama Salvatore. Un Uomo che si chiama Salvezza, l’unica, la vera, l’eterna Salvezza. Allora dobbiamo essere fieri, orgogliosi, santamente “superbi”, di avere questo Nome nell’anima, nel cuore, sulla fronte, sulle labbra. Mai vergognarci di Lui. Essere “altezzosi”, baldanzosi di Lui. 

 

A volte sento discorsi che dovrebbero essere traboccanti di Gesù, invece non dicono neppure il suo nome adorabile. Se ne vergognano? Non è un nome “ecumenico”? Crea divisioni? Ma Lui l’aveva detto: “Sono venuto per portare la divisione” (cf. Lc 12,51). Il nome di Gesù pare il nome della morte, di cui per essere “corretti”, non si deve mai parlare! Ma Lui è la Vita, la Vita vera: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

 

Succede anche a me di essere come Pietro davanti alla portinaia di Caifa, di non aver il coraggio, la forza di dire Gesù. Ma ho quasi vinto del tutto questa paura e chiedo – dobbiamo chiedere – di saper inserire Gesù nella normale conversazione umana, parlando con un conoscente, un amico, in un negozio, sull’autobus, con chiunque, tanto meglio se giovani o persone che soffrono. Vedo volti che si illuminano a sentire il suo Nome dolcissimo ed eroico, vedo volti che si fanno radiosi ad ascoltarlo. 

 

Devo chiamarlo nella preghiera, di continuo (“Gesù, Gesù... Ma dove sei, ma datti da fare per me”, così come lo chiamavano a Nazareth Maria e Giuseppe, e lo chiamano anche per noi, in Cielo). Devo condividere questo Nome che io ho appreso, appena possibile, dalla mia mamma, con più persone che posso. Non si vuole imporlo, ma condividerlo con altri, perché è la gioia vera, il senso della vita, questo Nome, perché io, noi che lo possediamo, non possiamo fare a meno di raccontarlo agli altri. Gesù è la Verità, Gesù è il dono, la socialità, la carità più alta, che posso avere per un fratello.

 

Allora, amici: Gesù nella preghiera, Gesù inserito nella mia conversazione. Sarò detto “quello che parla più che può di Gesù”? E sia, per me sarebbe la più grande gloria. Gesù, sii per noi Gesù! 

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