RELIGIONE
Evangelium vitae. L’enciclica più attuale del Magistero morale di Giovanni Paolo II
dal Numero 21 del 30 maggio 2021
di Fabrizio Cannone /2

Nel ricercare le radici più profonde della lotta tra la “cultura della vita” e la “cultura della morte”, Giovanni Paolo II non si ferma all’idea perversa di libertà tipica del nostro contesto socio-culturale ma giunge al cuore del dramma vissuto dall’uomo contemporaneo: l’eclissi del senso di Dio a cui segue immancabilmente lo smarrimento del senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita.

8) Dato che il delitto e il male, come nell’esempio di Caino, è presente sin dai primordi dell’umanità, perché scaldarsi tanto per altri mali come l’aborto?
Perché essi «presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere paradossalmente quello di “diritto”» (n. 11).

9) Dunque la legalizzazione dell’aborto è un male peggiore dell’aborto stesso, in modo tale che voler limitarsi a combattere quest’ultimo, mantenendo in piedi quella, è assolutamente contraddittorio e immorale?
Evidentemente. Da tutta l’enciclica si evince che per Giovanni Paolo II l’aspetto più iniquo dei delitti odierni non è il loro più grande numero rispetto ai delitti antichi, ma il fatto che i delitti odierni vengono legalizzati, spacciati per diritti e i loro autori non siano perseguibili: in questa realtà diventa perseguibile e reo, non il criminale abortista, ma il pro-life cattolico!

10) Ma come si è potuti arrivare a tanto, specie in nazioni e società già profondamente cristiane?

Pare un mistero, ma la secolarizzazione, soprattutto a partire dalla Rivoluzione francese e la sua Dichiarazione dei diritti dell’uomo, ne è una delle cause. «Sullo sfondo c’è una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti stessi del sapere e dell’etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso dell’uomo» (n. 11). In fondo, ci troviamo oggi davanti ad una “eclissi” del valore della vita (cf. n. 11).

11) Ma come conciliare queste analisi del Pontefice polacco con i cosiddetti “segni dei tempi”, iniziati col Concilio, che avrebbero aperto un’epoca di pace e sicurezza per l’intera umanità?
E come conciliare questo fosco scenario con la condanna dei profeti di sventura e l’idea, tipicamente post-conciliare, che la condanna dell’errore oggi non serva più, dato che la maturità dell’uomo contemporaneo avrebbe quasi da sé tolto l’errore di mezzo? Effettivamente sono realtà assolutamente inconciliabili. Tutto l’ottimismo che ha preceduto il Concilio Vaticano II, lo ha accompagnato, e lo ha seguito fino ai nostri giorni, falsa le prospettive, inducendo gli uomini di Chiesa a credere in una svolta umanistico-cristiana dell’umanità... Basta dire che se i profeti di sventura di ieri, purtroppo condannati dall’alto, avessero potuto conoscere la situazione odierna, sarebbero stati ancora più duri nei loro giudizi. Se peccarono fu per difetto, non per eccesso, visto che, solo 30 anni dopo la chiusura del Concilio, secondo il Sommo Pontefice, ci troviamo immersi in una «vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come una vera “cultura di morte”» (n. 12).

12) Ma parlare di “cultura di morte” non è eccessivo per indicare il fenomeno dell’aborto e degli altri attentati alla vita?
No, perché questa “cultura” «è attivamente promossa da forti correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica della società» (n. 12). Non si tratta di delitti di singoli, più o meno frequenti, ma della cultura contemporanea come tale, che possiamo chiamare «dittatura del relativismo» (Benedetto XVI), «nuovo totalitarismo» (Giovanni Paolo II) e in molti altri modi, e che coincide con ciò che altri Pontefici, all’inizio dell’epoca contemporanea, chiamarono «Rivoluzione» (Pio IX e Leone XIII). Nel suo nucleo dottrinale più denso, essa si identifica con il progressismo, nella sua doppia matrice liberale e socialista, comunque laica, immanentista, a-morale e assolutamente incompatibile con l’etica naturale e cristiana.

13) Si può arrivare a chiamare tiranno quel governo, e tiranniche quelle forze politiche e culturali, che pretendono di legalizzare lo sterminio dei bambini non nati?
Lo si giudichi a partire dal paragone poco lusinghiero proposto dal Pontefice. «L’antico faraone, sentendo come un incubo la presenza e il moltiplicarsi dei figli di Israele, li sottopose ad ogni forma di oppressione e ordinò che venisse fatto morire ogni neonato maschio delle donne ebree (cf. Es 1,7-22). Allo stesso modo si comportano oggi non pochi potenti della terra» (n. 16, corsivo mio).

14) Ma visto che l’aborto oggi ha molte cause, come la politica anti-umana delle democrazie, il relativismo morale della cultura e degli intellettuali, le conquiste del femminismo, le spinte di potenti gruppi economici, la legittimazione di apparati internazionali come il WWF o Amnesty International, e perfino gli interessi materiali della classe medica, si può attribuire a tutti questi soggetti una responsabilità?
Il Pontefice proprio dalla vastità delle responsabilità abortiste trae la conclusione della gravità assolutamente inedita e sconvolgente del male contemporaneo. Sentiamolo: «L’umanità di oggi ci offre uno spettacolo davvero allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei quali si sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro singolare proporzione numerica, nonché al molteplice e potente sostegno che viene loro dato dall’ampio consenso sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal coinvolgimento di parte del personale sanitario» (n. 17). Citando se stesso, il Papa aggiungeva che «con il tempo, le minacce contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono dimensioni enormi. Non si tratta soltanto di minacce provenienti dall’esterno, di forze della natura o dei “Caino” che assassinano gli “Abele”; no, si tratta di minacce programmate in maniera scientifica e sistematica» (n. 17).

15) Come il Pontefice vede questo scontro culturale e morale?
Sono possibili mediazioni, tregue o intese tra i due campi? Si tratta evidentemente di uno scontro di civiltà: da una parte vi sono i cultori del male, dall’altra i difensori del bene. Nessuno può chiamarsi fuori e guai ad essere a “equidistanza” tra i due schieramenti (come fanno i cattolici modernisti e i falsi pro-life). Infatti, «al di là delle intenzioni, che possono essere varie e magari assumere forme suadenti in nome della solidarietà, siamo in realtà di fronte a una oggettiva “congiura contro la vita” che vede implicate anche Istituzioni internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e l’aborto. Non si può, infine, negare che i mass-media sono spesso complici di questa congiura, accreditando nell’opinione pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla contraccezione, alla sterilizzazione e all’aborto e alla stessa eutanasia come segno di progresso e conquista di libertà, mentre dipinge come nemiche della libertà e del progresso le posizioni incondizionatamente a favore della vita» (n. 17).

16) Quale assurda concezione e quali conseguenze sociali ci sono dietro una politica del genere?

«Ogni volta che la libertà, volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e sociale» (n. 19), «la convivenza sociale viene profondamente deformata» (n. 20).

17) Cosa accade allora al sistema politico democratico in una realtà del genere?
In tale contesto la democrazia «cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo. Lo Stato non è più la “casa comune”» (n. 20). 

18) A cosa si riduce la millantata libertà quale conquista epocale vantata dagli illuministi vecchi e nuovi?
«Rivendicare il diritto all’aborto, all’infanticidio, all’eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire alla libertà umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera libertà» (n. 20). Appare evidente che per Giovanni Paolo II la modernità non ci ha dato la vera libertà, ma la schiavitù al male, sotto apparenza di libertà. Ed anche che sono in questa logica liberticida e tirannica tutti coloro che accettano la legalizzazione del crimine, fosse pure per poi applicare il crimine in senso restrittivo.

19) È possibile secondo il Pontefice polacco costruire una società, una cultura, una civiltà su base laica, neutra e a-religiosa?
Assolutamente no, perché «quando viene minacciato il senso di Dio, anche il senso dell’uomo viene minacciato e inquinato» (n. 22). «Del resto, una volta escluso il riferimento a Dio [come fa la società laica moderna], non sorprende che il senso di tutte le cose ne esca profondamente deformato, e la stessa natura, non più “mater”, sia ridotta a “materiale” aperto a tutte le manipolazioni» (n. 22). «In realtà, vivendo “come se Dio non esistesse” [come proposto da larga parte della a-teologia contemporanea seguendo Bonhoffer], l’uomo smarrisce non solo il mistero di Dio, ma anche quello del mondo e il mistero del suo stesso essere» (n. 22).

20) Quali le conseguenze di questa visione così tipicamente moderna nella vita associata?
Secondo Giovanni Paolo II, «l’eclissi del senso di Dio e dell’uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l’individualismo, l’utilitarismo e l’edonismo» (n. 23). Dunque o Dio è a fondamento della civitas, oppure esiste solo una visione mostruosamente bassa, anarchica e subumana.

21) Questa perdita del senso di Dio e dell’uomo ove si manifesta?
Secondo il Papa ciò avviene «nell’intimo della coscienza morale» (n. 24), ma poi logicamente anche nella coscienza morale «della società: essa è in qualche modo responsabile non solo perché tollera o favorisce comportamenti contrari alla vita, ma anche perché alimenta la “cultura della morte”» (n. 24).

22) Ma il Papa vede la società moderna come un progresso rispetto alla cristianità di un tempo o no?
Lo si valuti da quanto segue: «La coscienza morale, sia individuale che sociale, è oggi sottoposta, anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e il male [...]. Tanta parte dell’attuale società si rivela tristemente simile a quell’umanità che Paolo descrive nella Lettera ai Romani. È fatta “di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia”» (n. 24). E infine: «Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell’anima (cf. Mt 6,22-23), chiama “bene il male e male il bene” (Is 5,20) è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della più tenebrosa cecità morale» (n. 24). Chiaro? Per Giovanni Paolo II, con la modernità siamo tornati al peggiore paganesimo!

23) L’aborto può essere considerato un male chiamato bene, ma quale sarà nella mente papale il bene chiamato male?
Senza dubbio, dallo spirito dell’Enciclica, può essere visto nello Stato cristiano che condanna il crimine aborto, oppure nel pro-life che si batte coraggiosamente per l’abolizione assoluta delle infami leggi abortiste, oppure più in generale in tutti coloro che, per amor di Dio, e senza nessun rispetto delle maggioranze democratiche (come il Pontefice dice di doversi fare), difendono interamente la verità, l’etica e la morale cristiana.

24) Dov’è la speranza?
Secondo l’Enciclica sta nei «movimenti e iniziative di sensibilizzazione sociale in favore della vita» (n. 27) e non in larghe intese, o a metà strada tra la vita e la morte.

25) Qual è dunque lo scenario che ci si presenta dinnanzi agli occhi?
C’è in atto un conflitto, una guerra (non guerreggiata)? «Questo orizzonte di luci e ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto» (n. 28).

26) Si può dire che il Papa ha usato il suo carisma dell’infallibilità condannando l’aborto?
Certamente come si evince da formule come la seguente: «Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf. Rm 2,14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale» (n. 57).

27) Almeno non paragoniamo l’aborto, praticato da migliaia di donne ogni anno, ai crimini più odiosi come lo stupro o il terrorismo, altrimenti colpevolizzeremmo delle persone in buona fede!
«Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile» (n. 58).

28) Certi vescovi, certi cardinali e certi leader di movimenti che si dicono pro-life hanno detto e ripetuto che l’aborto è cosa grave, ma è meglio per prudenza, carità, o altro, non chiamarlo “omicidio”. Che ne pensa il Pontefice?
«Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di “interruzione della gravidanza”, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (n. 58).

29) Su chi ricade la colpevolezza di questo crimine abominevole?
La colpa della donna che abortisce scusa gli altri agenti indiretti del suo aborto? No. La colpa coinvolge la madre, il padre, il “contesto familiare” e gli amici: sempre quando favorevoli all’aborto o indifferenti. «Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario» (n. 59). «Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori [specie se cristiani], che hanno promosso e approvato leggi abortive e [...] gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per procurare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare – e non l’hanno fatto – valide politiche familiari [...]. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione dell’aborto nel mondo» (n. 59). Tra queste ultime spiccano l’ONU, l’UE, l’Unicef, il Planning familial, e non ultima la Massoneria internazionale.

30) Quale pena riceve chi procura l’aborto?
La scomunica (can. 1398) che «colpisce tutti coloro che commettono questo delitto conoscendo la pena, inclusi anche quei complici senza la cui opera esso non sarebbe stato realizzato» (n. 62).

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