RELIGIONE
Assolvere perfino Giuda?
dal Numero 18 del 9 maggio 2021
di Padre Serafino M. Lanzetta

La Tradizione della Chiesa non ha mai avuto dubbi circa la sorte eterna di Giuda, definito da Gesù stesso «figlio della perdizione». Ma ai nostri giorni si leggono articoli, si vedono quadri, si ascoltano prediche in favore della sua salvezza, con la scusa che in fondo la Chiesa non ha mai stabilito la dannazione di alcuno in particolare. Come stanno in verità le cose?

Siamo diventati così buoni e misericordiosi da assolvere anche Giuda. Certamente la Chiesa non ha mai fatto una canonizzazione al contrario, dichiarando che un’anima è all’Inferno, nemmeno nel caso di Giuda, definito comunque, in tutti i passaggi biblici a lui relativi, “il traditore”. Chiariamo però un fatto: la Chiesa non si è espressa con un pronunciamento solenne nel caso di Giuda, non perché ci fossero mai stati dei dubbi circa la sorte del «figlio della perdizione» (Gv 17,12), ma solo per essere fedele al potere delle chiavi affidato a Pietro, che non riguarda i dannati ma i salvati. Eppure, lo stesso san Pietro negli Atti degli Apostoli descrivendo la morte di Giuda quale condanna di un empio (cf. At 1,16-20 in relazione a Sap 4,19) non lascia molto spazio al pensiero della sua salvezza in extremis.

Non dimentichiamo le parole inequivocabili di Gesù: «“Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”» (Mt 26,24-25).

Nonostante i vari tentativi di Gesù di vincere il male che si annidava nel cuore di Giuda, non ultimo il suo dargli, durante l’Ultima Cena, il boccone (cf. Gv 12,36) quale segno di affetto e di onorificenza verso colui che rimane «il traditore», Giuda, incallito nel male, volta le spalle a Cristo ed esce dal Cenacolo quando «era notte» (Gv 12,30). Nel cuore di Giuda scende la notte. Giuda agisce nelle tenebre e va nelle tenebre (cf. Mt 22,13).

Il peccato che indurisce Giuda nel male non è tanto il tradimento di Cristo, quanto il disperare della misericordia del Figlio, il cui segno più evidente è l’impiccagione (come descritta dagli Atti degli Apostoli). Santa Caterina da Siena descrive questo peccato contro lo Spirito Santo in questo modo: «Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché il peccatore non ha voluto, spregiando la mia misericordia; perciò mi è più grave questo che tutti gli altri peccati che ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia; e perciò sono puniti con le dimonia e cruciati eternamente con loro» (Dialogo della Divina Provvidenza, c. 37).

Oggi invece si assolve Giuda in nome dell’abisso della misericordia di Dio, evidentemente confondendo i termini del problema. Giuda rifiuta la misericordia e dispera: questo è quanto la Chiesa ha ritenuto sempre e unanimemente, mai contraddicendo con dottrine misericordiose la sua certezza morale circa la dannazione di Giuda. Da un po’ in qua, invece, con le tesi avventate in materia di Hans urs von Balthasar, si prova a metterlo in discussione, ipotizzando la salvezza anche dell’Iscariota. Nella Chiesa di Magdala in Terra Santa, si è esposta, accanto a quelle degli altri Apostoli, anche l’icona di Giuda (senza aureola e con il gruzzolo di monete in mano). Forse si va ora verso la sua venerazione! Si giunge però così a compromettere il retto rapporto tra giustizia e misericordia. Cosa si prova a fare?

Il problema risiede nella comprensione di ciò che è veramente la misericordia, provando a scambiarla con la carità (o la bontà) perché sia incessante, illimitata e autoreferenziale. Invece misericordia e carità non si identificano, sono due virtù distinte. La sostanziale differenza tra carità e misericordia risiede nel fatto che mentre la carità è Dio in se stesso e quindi Dio che si comunica a noi e ci rende capaci di amare nel dono della sua grazia e del suo amore, la misericordia è la carità donata come riconciliazione e perdono: è amore che ci guarisce e ci restituisce la santità persa con il peccato. Nella carità c’è il dono di Dio a se stesso, nella comunione delle Tre Persone divine, la cui sovrabbondanza è stata riversata su di noi nel dono del Figlio e della sua Redenzione. Nella misericordia di Dio invece confluiscono sempre due elementi: compassione (rahamim) e fedeltà (hesed) verso il suo popolo (cf. Os 2,21 in relazione a Lc 1,78).

La misericordia presuppone da parte di Dio la sua giustizia e la sua carità; da parte dell’uomo il dono della grazia e della carità e queste presuppongono la fede (dopo la prima giustificazione operata dal Battesimo, dono di una giustizia che ci santifica). La misericordia perciò non potrà mai essere automatica. L’amore di Dio non si esaurisce ma è necessaria la risposta dell’uomo, la volontà di essere riconciliato con Lui. Quindi se la misericordia è carità donata, non potrà essere donata ciecamente, senza una sincera contrizione dei peccati da parte dell’uomo. Infine, la misericordia non potrà neppure essere un dono che copre i peccati lasciandoci in una condizione oggettiva disordinata pur ritenendoci perdonati ma senza esigere una trasformazione della propria vita. La misericordia di Dio dipende dalla sua giustizia e la sua giustizia si compie nella carità. Come la carità esige la verità, così la misericordia esige la giustizia, altrimenti è falsa.

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