RELIGIONE
Il ruolo pubblico della Fede
dal Numero 17 del 2 maggio 2021
di Riccardo Pedrizzi

Lo scorso aprile ha compiuto 94 anni. Benedetto XVI invecchia, ma il suo magistero resta giovane. Riprendiamo alcuni suoi “pensieri forti” in grado di inquadrare e spiegare molto bene il nostro presente.

«Un mondo privo di Dio è un mondo nel quale prevalgono l’arbitrio e l’oppressione, lo spargimento di sangue e l’ingiustizia, i poteri e gli interessi di parte. Se Dio viene tollerato solo come fatto privato – ripeteva spesso Benedetto XVI – se viene espulso dalla vita pubblica, la società smarrisce la bussola della misericordia e dell’amore verso il prossimo». Ed inoltre ai nostri giorni l’uomo è tentato «di usurpare il dono della creazione», di sottrarlo dalle mani di Dio per servire egoisticamente solo i propri fini. «Vogliamo possedere il mondo e la nostra stessa vita in modo illimitato – ammoniva il Pontefice –. Dio ci è d’intralcio. O si fa di Lui una semplice frase devota o Egli viene negato del tutto, bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato».

Questo è uno degli insegnamenti più attuali e sempre validi che ci ha lasciato Benedetto XVI e che vogliamo ricordare. Egli era convinto che una verità esiste e che da questa verità discendono quei valori fondamentali che sono inscritti nella natura stessa della persona umana. Non solo, che questi valori sono parte di ogni giurisdizione statale che voglia dirsi giusta, e dunque fondata su quei diritti fondamentali – a partire dal diritto alla vita – riconosciuti come tali anche dai non credenti nel cristianesimo perché trovano il loro fondamento appunto nell’essenza stessa dell’uomo, aggiungendo che quella «tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia». E che «laddove però l’uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso, non può esistere la giustizia [...]. Là può dominare solo l’arbitrio del potere e degli interessi». E del resto non è proprio l’arbitrio, il potere esercitato sul più debole, il delirio luciferino di onnipotenza che oggi fa credere a molti uomini e donne di questa parte di mondo che è lecito praticare l’omicidio attraverso l’aborto legalizzato, oppure manipolare la vita attraverso una scienza intrusiva e scatenata, priva di conoscenza vera e dunque cieca circa le devastazioni e le mostruosità che produce?

Non c’è bisogno di essere degli integralisti cattolici per tener presente ancora oggi le parole di papa Ratzinger come un insegnamento saggio e ponderato, come il segno della preoccupazione di un magistero religioso che non distoglie lo sguardo dalle sfide tremende che la modernità secolarizzata pone all’uomo attuale.

E del resto poi che cosa si vorrebbe? Che il Cristianesimo, e ancor più il Cattolicesimo, che sono religioni storiche, etiche e per le quali il giudizio di Dio dipende dal comportamento che l’uomo assume sulla terra, si disimpegnasse dalle battaglie culturali più urgenti dell’ora presente?

Per questo papa Benedetto invitava i cattolici a testimoniare la propria fede, a non nascondersi, a tenerne conto nella vita pubblica, ma anche a non sostenere i politici abortisti, oppure condannava la pillola del giorno dopo.

Forse che la Chiesa non ha la libertà di fornire orientamenti dottrinari e di esercitare il suo magistero su chi liberamente accetta di ascoltarla?

L’importante è, però, che nelle fila di chi è consapevole della gravità del momento attuale e dell’enormità della sfida che poggia sulle spalle della Chiesa e di ogni cattolico non si arretri e non ci si rassegni.

Perché ancora una volta: qui non si tratta più solamente di essere cattolici e di rimanere tali, si tratta di restare uomini, di difendere l’integrità psicologica, fisica e spirituale dell’uomo. Come ci invitava a fare Benedetto XVI.

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