RELIGIONE
Dialogo interreligioso e ideologia del dialogo
dal Numero 41 del 22 ottobre 2017
di Don Matteo De Meo

Credere “in un solo Dio” non equivale a credere “nello stesso Dio”; bisogna dunque controbattere quella tendenza, sempre più diffusa e radicata, che vuol dare ad intendere che ogni religione sia per se stessa una via valida di salvezza.

Spesso a seguito di eventi interreligiosi – soprattutto se hanno come sfondo gesti rituali di preghiera – sorgono spontanee delle domande, se non delle inquietanti perplessità. Eccone alcune che credo facciano un po’ da sfondo a tante altre.
La fede ma soprattutto la preghiera fatta da chi appartiene ad altre religioni, soprattutto se “monoteiste”, hanno tutte un valore salvifico? Credere in un solo Dio può costituire un fondamento comune di unità fra tutte le religioni? Infine, che senso ha la missione (missio ad gentes) se in fondo tutte le religioni hanno un valore salvifico?
Premesso che le opinioni personali, anche se teologiche, hanno tutte un valore relativo e non possono e non devono sostituirsi alla Dottrina e al Magistero autorevole della Chiesa, mi atterrò, anche se in forma sintetica a quanto insegnato da quest’ultimo.
Intanto, della preghiera in comune tra religioni diverse, vorrei ricordare quanto sosteneva il card. Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo le perplessità che in molti aveva suscitato la preghiera interreligiosa per la pace di Assisi nel 1986 per volontà di Giovanni Paolo II. Dubitando fortemente della positività di un tale gesto, precisa comunque che devono essere garantite tre condizioni elementari, «senza le quali tale pregare diverrebbe la negazione della fede»:
1) si può pregare insieme solo se sussiste unanimità su chi o cosa sia Dio;
2) sulla base del concetto di Dio, deve sussistere pure una concezione fondamentalmente identica su ciò che è degno di preghiera e può diventare contenuto di preghiera;
3) richieste che fossero in direzioni opposte alle richieste del Padre nostro, per un cristiano non possono essere oggetto di preghiera interreligiosa, di nessun tipo di preghiera.
L’avvenimento deve svolgersi nel suo complesso in modo tale che la falsa interpretazione relativistica di fede e preghiera non vi trovi alcun appiglio. La fede dei cristiani nell’unicità di Dio e in quella di Gesù Cristo, il Redentore di tutti gli uomini, non sia offuscata davanti a chi non è cristiano (1).
Lo stesso don Divo Barsotti, mistico, ora servo di Dio, ebbe qualcosa da ridire con Giovanni Paolo II a proposito dell’incontro interreligioso di Assisi. Glielo scrisse: «Il dialogo nel quale è ora impegnata la Chiesa mi sembra sia molto efficace e importante, ma volere estendere il tavolo del dialogo a tutti a me fa paura». Certo don Divo temeva l’equivoco di un certo sincretismo, non certo il dialogo e l’ecumenismo autentico (2).
Pertanto, la prima cosa da ribadire con fermezza è: credere “in un solo Dio” non equivale affatto a credere “nello stesso Dio”.
In questi ultimi anni il dibattito sul rapporto fra Cristianesimo ed altre religioni si è molto vivacizzato. E sicuramente ciò costituisce un fattore positivo. Lo studio e la conoscenza di quei valori propri del tentativo religioso dell’uomo di conoscere Dio è necessario per un dialogo autentico.
Ma dobbiamo anche prendere atto che si sta sempre più facendo strada la tendenza a ritenere che tutte le religioni siano di per se stesse e allo stesso modo vie valide di salvezza. Un’idea che si sta diffondendo e radicando sempre più, non solo in ambito prettamente teologico ma che abbraccia anche vasti settori dell’opinione pubblica, cattolica e non, come già più volte ribadito da Benedetto XVI. Si è continuamente sottoposti ad una pressante logica di potere ideologico, un “orientamento culturale” oggi prevalente in Occidente in ogni ambito, da quello culturale-etico a quello politico, che si può definire, senza timore di essere smentiti, con la parola: relativismo. Una tendenza che prende sempre più forma in ambito teologico ed ecclesiale attraverso quei variegati tentativi di voler interpretare i contenuti stessi della Scrittura prescindendo dalla Tradizione e dal Magistero autorevole della Chiesa.
Quanto detto fin qui è autorevolmente contenuto nella Dominus Iesus, del 6 agosto del 2000 (3). La natura di un tale documento? Si tratta di una «dichiarazione dottrinale, circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa». Ovvero, un pronunciamento autorevole del Magistero della Chiesa attraverso cui si ribadisce una verità fondamentale che, se alterata, muta la forma cattolica della Fede (cf. Dominus Iesus, n. 4); un documento della Congregazione della Dottrina della Fede direttamente voluto dal papa Giovanni Paolo II in occasione del grande Giubileo del 2000.
Un piccolo approfondimento. Perché la Chiesa mette in guardia dall’egualitarismo religioso (tutte le religioni sono uguali, tutti crediamo sempre nello stesso Dio)? Rispondo in maniera sintetica ma non approssimativa.
La succitata Dichiarazione ci mette in guardia dall’egualitarismo religioso, la cosiddetta teologia del pluralismo delle religioni. Mentre sembra affermarsi sempre più come un’ottima occasione di dialogo fra le religioni, in realtà essa introduce oggettivamente un’idea errata: tutte le religioni del mondo sono complementari alla rivelazione cristiana. Ovvero, ogni religione rivela e apporta una faccia della verità. Se le mettiamo tutte insieme si avrà finalmente il vero volto di quella verità perfetta che ancora non si conosce e che nessuna religione, compresa chiaramente quelle cristiana, possiede nella sua interezza. Siamo al cuore del “dogma relativista”.
Una simile concezione esclude l’affermazione di una verità universale, vincolante e valida nella storia stessa. Quindi la stessa figura di Gesù Cristo come verità universale di salvezza per tutti gli uomini, come centro della storia, così come viene trasmesso da sempre dalla Fede della Chiesa, potrebbe essere ritenuta una concezione fondamentalista. Di fatti essa costituirebbe in tal modo una specie di attentato contro quello spirito moderno impegnato a difendere e a diffondere quei valori non negoziabili della tolleranza e della “libertà”.
Ecco ciò che avvelena alla radice lo stesso concetto di dialogo. Nutrendosi di una simile concezione, esso subisce una sorta di mutazione genetica assumendo un significato del tutto estraneo da quello inteso dallo stesso Concilio Vaticano II. Esso si ideologizza a tal punto da sostituirsi a quella dimensione primaria propria della missione e dell’evangelizzazione, che hanno come fine la conversione di «tutte le genti, battezzandole nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
In tal modo il dialogo non è più un mezzo attraverso cui conoscere la Verità, già data; quel procedimento che impegnando la ragione dimostra la bontà e la bellezza dell’esperienza religiosa, svelandone l’incompiutezza che si compie solo in Cristo, “via, verità e vita”, ovvero, nell’incontro con la Rivelazione definitiva e completa di Dio in Gesù Cristo.
Presentando la dichiarazione Dominus Iesus il card. Ratzinger ribadì questo grave rischio di fraintendimento del dialogo. Ideologizzandosi, e penetrando anche all’interno del mondo cattolico attraverso certi ambienti teologici e culturali, esso costituisce «un varco molto pericoloso per il diffondersi del relativismo anche nella Chiesa». Sostituendosi alla “conversione” e alla “missione”, pone tutto sullo stesso piano; la propria convinzione, la propria fede e quella degli altri non devono avere nessuna pretesa di verità.
In tal modo il tutto si riconduce ad un mero scambio di posizioni tra loro relative, con l’unico scopo di raggiungere solo il massimo di collaborazione su valori comuni (pace, ecologia, accoglienza, ecc...) e una perfetta integrazione tra le diverse concezioni religiose.
Sicuramente, in un mondo come il nostro in cui vi è una sempre più ampia convivenza di culture e religioni diverse, bisogna favorire un loro incontro e una loro conoscenza. È comprensibile che in un mondo che cresce sempre più assieme, anche le religioni e le culture s’incontrino; che ogni forma di odio e di violenza di matrice religiosa vada condannato senza mezzi termini. Ma ciò non ha nulla a che vedere con l’abbandono della pretesa da parte della Fede cristiana di aver ricevuto in dono da Dio, in Cristo, la rivelazione definitiva e completa del mistero della salvezza, e anzi si deve escludere quella mentalità indifferentista improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che «una religione vale l’altra» o che «tutti si crede in un solo Dio» (4) (cf. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 36).
La stima e il rispetto di tutte le persone di diversa religione, e delle loro culture (se non sono contrarie alla ragione, alla natura, e alla oggettiva dignità dell’uomo), costituiscono sicuramente elementi necessari al retto progresso e alla civiltà, ma non possono diventare un pretesto per relativizzare l’unicità della rivelazione di Cristo e, ancor più, il compito missionario della Chiesa.
In conclusione, la pretesa di unicità e universalità salvifica del Cristianesimo proviene essenzialmente dal mistero di Gesù Cristo che continua la sua presenza nella Chiesa, suo Corpo e sua Sposa.
«Perciò la Chiesa si sente impegnata, costitutivamente, nell’evangelizzazione dei popoli». Anche nel contesto attuale, segnato dalla pluralità delle religioni e dall’esigenza di libertà di decisione e di pensiero, la Chiesa è consapevole di essere chiamata «a salvare e rinnovare ogni creatura, perché tutte le cose siano ricapitolate in Cristo e gli uomini costituiscano in Lui una sola famiglia e un solo popolo» (Concilio Vaticano II, Decreto Ad gentes, n. 1).  


NOTE
1) Cf. J. Ratzinger, Fede verità tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Siena 2003, pp. 112-114.
2) Cf. A Fagioli, Don Divo Barsotti. Il cercatore di Dio, Firenze 2006.
3) Dichiarazione Dominus Iesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, è un documento dottrinale emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 6 agosto 2000, a firma dell’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Joseph Ratzinger con l’esplicita approvazione di Giovanni Paolo II.
4) cf Concilio Vaticano II, Dichiarazione Nostra Aetate, n. 2.

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