I FIORETTI
Vero figlio del Poverello
dal Numero 34 del 30 agosto 2015

Padre Pio nacque nella più assoluta povertà, in una piccola stanzetta di circa 13 metri quadri, al termine di un vicolo del rione Castello.
Le sue tenere membra non furono adagiate su morbida lana, ma su un fragoroso materasso di foglie di granturco. Quella stanzetta era illuminata da un lume a petrolio e da una lucerna di terracotta colma di olio di oliva sulla cui superficie galleggiava un esile stoppino.
L’ambiente in cui visse fu anch’esso povero, sia in paese che a Piana Romana, che in convento.
Egli era felice di questo suo stato che gli permetteva di imitare più facilmente il Poverello d’Assisi.
Quando, per ragioni di salute, i Superiori vollero che nella sua cella fosse sistemato un termosifone, si oppose con tutte le sue forze, dicendo: «Se mi vedesse il Serafico Padre san Francesco!». Si dovette far ricorso al precetto di ubbidienza per realizzare l’impianto di riscaldamento, necessario alle sue condizioni di salute. Solo per ubbidienza piegò la sua volontà agli ordini ricevuti.
Le sue mani furono come un grande canale. Passò tanta moneta, tanta provvidenza, ma nulla rimase ad esse attaccato.
Uno dei segni più evidenti della sua povertà conventuale fu notato nel cibo. Padre Pio mangiava poco o niente non soltanto per spirito di mortificazione, ma per gustare il sapore della povertà francescana. Tra i cibi, preferiva quelli semplici e comuni, quelli della povera gente.
Se qualche volta era costretto a prendere qualcosa di particolare, lo faceva solo per ubbidienza. Dire che Padre Pio «mangiava» è un’esagerazione. Meglio sarebbe dire che Padre Pio «non mangiava».
Da frate, parecchie volte ho avuto la fortuna di portargli cibo in camera, quando egli era malato. Una volta, Padre Onorato, suo assistente, lo forzava per fargli mangiare qualcosa. Padre Pio (non esagero) ne prese quanto potesse bastare ad un uccellino e disse: «Fate la carità di non forzarmi. Ho fatto l’ubbidienza di mangiare e ho mangiato». Gli tolsi allora i piatti davanti e consumai tutto il contenuto.
Mai ebbe per lui cibi speciali. Raramente prendeva carne o pane. A sera gradiva un po’ di vino, sperando con quello di poter riposare. Quando, malato, per ubbidienza era costretto a prendere qualche cibo particolare, il suo mangiare si trasformava in autentica mortificazione.
Nel 1959, Padre Pio fu gravemente infermo e quasi in fin di vita. Per tirarlo un po’ su gli portavano ogni giorno dalla clinica un bicchiere di brodo di pollo. Un giorno mi trovavo nella sua cella, quando gli portarono detto bicchiere.
Già altre volte avevo consumato ciò che il Padre lasciava, per cui, anche in quell’occasione, pensai tra me: “Se Padre Pio me ne lascia un po’, lo prendo volentieri”.
Arrivato a metà bicchiere, Padre Pio smise di bere e mi disse: «Tè, paesà, prendi e bevi». Lo ringraziai; ma, appena avvicinai il bicchiere alle labbra e incominciai a bere, fui preso da nausea e da urti di vomito, talmente quel brodo era disgustoso, forse perché troppo carico o perché pieno di medicine.
Tuttavia, per non fare brutta figura, lo mandai giù d’un fiato, ma con una inevitabile smorfia.
Padre Pio se ne accorse e, quasi scherzando, mi fece: «Che!, paesà; non ti piace?... Ed io che devo fare la mortificazione tutti i giorni?...».
L’indomani mi offrì nuovamente un mezzo bicchiere di quel brodo, ma, chiedendogli scusa, lo rifiutai ammettendo di non riuscirlo a bere.
Poi gli chiesi: «Padre, ma lei lo prende davvero volentieri questo brodo di pollo?». Rispose: «È la più grande mortificazione che l’obbedienza mi richiede. In verità, non mi va affatto».
Lo dissi in giro e da quel giorno non glielo portarono più.
A refettorio, Padre Pio faceva quasi sempre solo atto di presenza. Arrivava per lo più con ritardo perché, lungo il corridoio, veniva fermato, ora per un consiglio, ora per una benedizione. Entrava col sorriso sulle labbra e, dopo aver salutato il Superiore e i confratelli, ringraziava il Signore per tanta provvidenza, quindi prendeva posto.
Era quella l’occasione per fare un’ora di «vita comune» con i Frati. Rispondeva alle loro domande, approfittando, anche nella brevità delle risposte, di impartire lezioni di vita.
Mangiava qualche forchettata di pasta, un po’ di anguilla arrostita o qualche pesciolino fritto. Poi, senza farsi notare, passava furtivamente il resto al confratello che gli sedeva accanto.
Un giorno l’osservai a pranzo. Finito il parco desinare, lo vidi raccogliere le briciole di pane che erano davanti a lui sulla mensa e, con l’indice della mando destra, se le portava alla bocca.
Sembrava che stesse purificando la patena sull’Altare.
Rimasi ammirato per quell’atto delicato e gentile, proprio dei poveri. Quando, dopo pranzo, l’accompagnai sulla veranda, mi disse: «Figlio mio, come siamo cattivi noi uomini».
Chiesi: «Perché, Padre?».
Rispose: «Perché mangiamo e beviamo alle spalle di questo Dio che non ci fa mancare nulla e, alla fine, nemmeno lo ringraziamo».
Ammisi che aveva proprio ragione!...

Fra Modestino da Pietrelcina,
Io... testimone del Padre, pp. 49-52

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