Fu molto duro perché le componenti della famiglia che mi ospitava, avevano un carattere che mise a dura prova la mia capacità di sopportazione.
Non dimenticherò mai il 22 settembre 1945. Nel pomeriggio di quel giorno ero intento a trasportare delle fascine con la mula appena acquistata dalle predette sorelle. Durante il trasporto recitavo il Santo Rosario. Mentre pregavo, mi accorsi che due di esse borbottavano fra loro.
Presti attenzione alle loro parole e sentii: «Oh! Quanto tempo ci mette a trasportar queste fascine».
Il riferimento era esplicito a me per cui cercai di spronare la bestia per farle accelerare l’andatura ma sentii ancora: «Eh, povera bestia! Non l’ha mica comperata lui. Questo ce l’ammazza!».
Francamente non ne potetti più e ricordando tutti gli altri precedenti subiti, che ometto per amor di carità, fermai la mula e dissi: «Signorine, questa è la mula. Domani me ne torno a casa perché li ho da mangiare, da bere e da dormire. Se sto qui è soltanto per essere più vicino a Padre Pio».
Quelle sorelle, subito mandarono qualcuno ad informare Padre Pio della mia decisione di far ritorno a Pietrelcina.
A sera, quando andai in convento e chiesi a Padre Pio di confessarmi, lo sentii brontolare: «Vieni, vieni. Ti confesso io!». Lo seguii in coro. Qui giunti con tono alterato mi disse: «Che cos’è sta storia?! Me ne vado, non me ne vado! Ti faccio vedere io! Tu devi restare là».
Ero eccitato e irritato per cui mi accorsi che stavo gridando. Ma il Padre gridava più di me. Continuammo così per un poco, lui a dire no ed io a dire sì.
Alla fine Padre Pio disse: «Abbassiamo la voce altrimenti ci sentono i frati che stanno a cena».
Poi diventò mite e con tenerezza aggiunse: «Figlio mio, ti voglio bene io!... Da me ciò che vorrai avrai. Dobbiamo salvarci l’anima. Fallo per amor di Dio e per amor mio».
Risposi: «Padre, per lei il sangue e la vita».
Allora Padre Pio mi attirò a sé facendomi poggiare il capo sul suo cuore e tutta la mia amarezza si trasformò in beata dolcezza.
Ne approfittai per esternargli finalmente il mio desiderio di entrare nell’Ordine dei Benedettini di Santa Francesca Romana in Roma ma egli, per ragioni che al momento non compresi, si dichiarò decisamente contrario.
Seguirono tra noi quotidiane discussioni in proposito fino a quando, un giorno, mi disse queste testuali parole: «Figlio mio, se vuoi andare, va’ pure; ma non ti darò la mia benedizione. Ricordati, inoltre, che ti sarà riservata una grande sciagura».
Mi spaventai per la minacciosa predizione, capii che mi voleva suo confratello e figlio di san Francesco, annullai la mia volontà rinunziando ai Benedettini.
Quando gli confidai che avevo deciso di entrare, come fratello non chierico, nell’Ordine dei Frati minori Cappuccini, Padre Pio mi sorrise quasi per dirmi: «Hai capito finalmente!».
Ottenni la sua benedizione e il suo abbraccio. Commosso, pianse con me.
A distanza di qualche anno, mentre terminavo il noviziato nel convento di Morcone, ebbi modo di verificare come il Padre avesse visto giusto nel preannunziarmi «una grande sciagura» qualora fossi entrato nell’Ordine dei Benedettini.
Seppi, infatti, che il convento di Santa Francesca Romana in Roma era stato preso d’assalto da alcuni ladri che, a scopo di rapina, avevano ucciso l’abate ed il fratello laico portinaio. Forse quella sorte era riservata a me!...
Fra Modestino da Pietrelcina,
Io... testimone del Padre,
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