La Vigilia di Natale del 1917, a sera inoltrata, il primo nucleo delle figlie spirituali del venerato Padre Pio era con lui nella foresteria del Convento, dove, nel caminetto allora esistente, ardeva un bel fuoco di cipressi. Tra quel nucleo c’ero anch’io.
Il Padre era seduto all’angolo del caminetto e noi eravamo inginocchiate intorno a lui, beandoci della sua presenza. Si parlava del Natale, con domande e risposte.
Ricordo bene che il Padre, tra l’altro, ci disse: «Nel santo Natale, i cieli sono aperti, infinite grazie piovono sulla terra».
Poi ci interpellò ad una ad una: «Tu che grazia vuoi?... E tu?... E tu?...». Io chiesi la santa umiltà, di cui tanto difettavo, e la santa carità.
Ad un tratto il Padre chiuse gli occhi e si assentò completamente da noi. Comprendemmo subito che un’estasi l’aveva rapito... Lo chiamammo ripetutamente, gli tirammo le maniche dell’abito e il cordone; ma inutilmente. Nella foresteria, allora, non c’erano né sedie, né tavolo; c’era soltanto una branda con pagliericcio, su cui pernottava qualche parente dei ragazzi del Seminario serafico, all’epoca esistente in Convento.
Finalmente, l’Estatico aprì gli occhi e guardò le sue figlie spirituali, girando lo sguardo intorno intorno, confuso e vergognoso che l’estasi l’avesse colto in loro presenza. Un coro di voci femminili l’assalì, gridando: «Padre, dove siete stato?». Ma il Padre ci fece subito zittire: «Fatevi i fatti vostri!».
Il Padre stette con noi in foresteria fino a pochi minuti prima delle undici. Poi andò in Coro per la recita dell’Ufficio divino e noi ci riversammo in chiesa.
Dopo le sacre Funzioni non vedemmo più il Padre. Non tornammo in paese, ma ci arrangiammo alla meglio a sonnecchiare chi in Chiesa e chi in foresteria. L’indomani, giorno di Natale, ascoltammo le tre Messe. Poi, io ebbi, in foresteria, un colloquio privato col Padre, al quale chiesi: «Padre, dove siete stato questa notte?». Ed egli prontamente: «A visitare mio fratello in America». Ed io: «E mio fratello dov’è?». Il Padre s’illuminò tutto in volto, alzò gli occhi al cielo ed esclamò: «È in Paradiso». Una gioia celeste ravvolse il mio animo.
Devo far presente che mio fratello Pasquale Campanile, ufficiale dei bersaglieri ciclisti nella guerra del ’15-’18, era morto sul Carso il 20 settembre 1916. In quella dolorosa occasione io andai la prima volta dal Padre, al quale chiesi dove fosse mio fratello. Egli mi rispose che il caro defunto si trovava in Purgatorio ed aveva bisogno di molti suffragi.
Nelle conferenze che ci teneva in foresteria, il venerato Padre ci parlava, a volte, della predestinazione e dei posti da occupare in Cielo. In quel giorno di Natale gli rivolsi una terza domanda e gli chiesi: «Padre, avete visto allora anche la predestinazione», intendendo con “predestinazione” i posti delle sue figlie spirituali nel Cielo. Egli mi rispose semplicemente e brevemente: «Sì, anche quelli!».
Mai il venerato Padre m’ingiunse di parlare dei suoi carismi dopo la sua morte. Egli mi dava le sue lettere da spedire al suo Direttore Padre Benedetto, aperte. Io le leggevo, le chiudevo, apponevo il francobollo sulla busta e le spedivo. In tal modo conoscevo tutto il sacro dramma che si svolgeva in lui: anche quello iniziato nella festa dei Santi Pietro e Paolo del 1918 e terminato al Natale dello stesso anno.
Oh, beati quei tempi quando il Padre era ancora in mezzo a noi!
di Nina Campanile