I FIORETTI
“Ti vuoi fare monacello?”
dal Numero 31 del 3 agosto 2014

Nell’estate del 1919, padre Clemente Centra, mio zio materno, Lettore di Teologia dommatica nello studentato cappuccino di Montefusco, venne a San Giovanni Rotondo [...]. Dopo i soliti convenevoli, Padre Pio, guardando me, disse: «Questo ragazzo è tuo nipote? Mi pare di averlo visto qualche altra volta». Padre Clemente: «Sì, è mio nipote, figlio della mia sorella defunta».
Padre Pio, posandomi la mano piagata sul capo, mi domandò: «Ti vuoi fare monacello?». Immediatamente risposi: «No». Padre Pio: «Perché non ti vuoi fare monacello?». «Voglio farmi prete salesiano». «Perché vuoi andare tra i salesiani e non tra i Cappuccini, dove c’è tuo zio?». «Perché voglio andare a Roma, dove sono andati alcuni miei compagni». «Ho capito. Vuoi andare a conoscere Roma. Ora vai nel giardino del Convento: ci sono i collegiali che giocano».
Andai nel giardino e vidi i fratini, che giocavano alla guerra francese; mi trattenni pochi minuti a guardare e tornai subito dallo zio che discorreva con Padre Pio, il quale, prima di congedarsi da padre Clemente, mi diede la benedizione e con affetto paterno mi disse: «Tu sarai frate come tuo zio. Ti aspetto in questo collegio». Non risposi nulla; forse l’invito non mi garbava.
Non ricordo più come andassero le cose. So che non capivo nulla di vocazione religiosa. Nell’ottobre entrai nel Collegio Serafico per iniziare le scuole ginnasiali. Nel Collegio Serafico di San Giovanni Rotondo ebbi la fortuna e la gioia di vedere, d’incontrare, di avvicinare più volte al giorno Padre Pio, di fargli qualche servizio e di baciargli la mano [...].
    Padre Pio, come direttore spirituale del Seminario, veniva a pranzo nel nostro refettorio, insieme al direttore disciplinare, che in quei tempi era padre Romolo Pennisi da San Marco in Lamis [...]. Padre Romolo con facilità ci dava punizioni da eseguirsi in pubblico refettorio, durante il pranzo. Padre Pio, vedendoci in ginocchio con il piatto nelle mani, o privati di parte del cibo, soffriva molto e da buon padre si adoperava per farci dispensare dalle punizioni. Il rigore del direttore disciplinare non ci distolse dalla vocazione, ma giovò tanto alla formazione del nostro carattere e alla conoscenza del sacrificio nella vita religiosa [...].
Dopo il ringraziamento della mensa, si andava a baciare la mano al caro Padre. In quel periodo Padre Pio portava i mezzi guanti e noi, l’uno dopo l’altro con celerità incredibile, sollevavamo l’orlo del guanto e baciavamo la piaga. Nonostante che qualche volta ci bagnassimo le labbra di sangue stillante dalle spaccature delle croste, pure non prendemmo mai un’infezione. Padre Pio ci lasciava fare, non ci riprendeva, sapeva che le piaghe non erano infettive, anzi erano le gemme preziose del Signore, come un giorno egli stesso le chiamò nel dare la risposta a padre Romolo, che gli chiedeva di dividerne il dolore.

Padre Alberto D’Apolito,
Padre Pio da Pietrelcina.
Ricordi, esperienze, testimonianze
, pp. 69-71

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