CATECHESI
Comunione sulla lingua: ragioni teologiche e spirituali di una prassi secolare
dal Numero 34 del 27 settembre 2026
di Padre Maurizio M. Mazzieri
C’è chi a sentir parlare di Comunione ricevuta sulla lingua e magari addirittura in ginocchio è subito pronto a tacciare di bigottismo. Sfatiamo subito questo mito e spieghiamo perché sia invece conveniente riceve così il Sacramento dell’amore.
Nel precedente articolo abbiamo esaminato le problematiche pratiche che possono accompagnare la distribuzione della Comunione sulla mano, soprattutto in relazione alla custodia dei frammenti eucaristici. Resta ora da considerare una questione più profonda: quali motivi teologici e spirituali hanno condotto la Chiesa latina a sviluppare e custodire per secoli la prassi della Comunione sulla lingua. Il Sacerdote ministro dell’Eucaristia San Tommaso d’Aquino ci ricorda che distribuire (e quindi anche toccare) il Corpo di Cristo è compito solo del Sacerdote e non del laico. Ciò per tre motivi: 1) il Sacerdote consacra in Persona di Cristo: ora, Cristo consacrò il proprio Corpo e poi lo distribuì; quindi al Sacerdote compete sia consacrare che distribuire la Comunione; 2) il Sacerdote è mediatore tra Dio e il popolo, perciò spetta a lui sia offrire a Dio i doni del popolo, che al popolo i doni di Dio; 3) per rispetto all’Eucaristia, essa non viene toccata da alcuna cosa non consacrata: per questo – ossia perché entrano in contatto con le Sacre Specie – sono consacrati il corporale e il calice (nella forma straordinaria), nonché le mani del Sacerdote (in entrambe le forme del Rito Romano). Ad altri, non Sacerdoti, è permesso toccare l’Eucaristia solo in casi di necessità, se per esempio l’Ostia stesse per cadere a terra, o in altre situazioni eccezionali. Il Concilio di Trento, poi, addirittura vede nella Comunione distribuita dai soli Sacerdoti una consuetudine che deriva dalla Tradizione apostolica. Nella Chiesa è sempre stato costume che i laici ricevessero la Comunione dai Sacerdoti, mentre soltanto i Sacerdoti celebranti si comunicavano da sé. Quest’uso deve a buon diritto e con ragione essere conservato in quanto deriva dalla Tradizione apostolica. Il significato teologico della Comunione sulla lingua I motivi a favore della distribuzione della Comunione sulla lingua sono molteplici e non possono essere esaminati qui in modo dettagliato. Ci dobbiamo limitare a dire, senza approfondire, che riservare al solo Sacerdote la distribuzione dell’Ostia consacrata non si basa in alcun modo su un sentimento di disprezzo dei fedeli, quasi che questi fossero indegni di toccare l’Eucaristia. Riposa invece su tutta una serie di elementi teologici, simbolici e spirituali che hanno grande valore per il profitto della vita cristiana dei fedeli stessi. La Comunione come atto di adorazione Lungo i secoli, la Chiesa ha sempre cercato di caratterizzare il momento della Comunione con sacralità e somma dignità, cercando costantemente di sviluppare gesti esteriori sempre più adeguati che favorissero la comprensione del grande mistero sacramentale. Nel suo premuroso amore pastorale, la Chiesa contribuisce a che i fedeli possano ricevere l’Eucaristia con le dovute disposizioni, tra le quali figura il comprendere e considerare interiormente la presenza reale di Colui che si va a ricevere. Tra i segni di devozione propri ai comunicandi, la Chiesa d’Occidente ha stabilito anche lo stare in ginocchio. Una celebre espressione di Sant’Agostino, ripresa dal n. 66 della Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI, insegna: «Nessuno mangi quella carne [il Corpo eucaristico], se prima non l’ha adorata. Peccheremmo se non l’adorassimo». Stare in ginocchio indica e favorisce questa necessaria adorazione previa alla ricezione di Cristo eucaristico. Inginocchiarsi davanti al Signore presente In questa prospettiva, l’allora card. Ratzinger aveva assicurato che «la Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione». Per questo, egli riteneva che «la pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate» (riportato nella Lettera This Congregation della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 1° luglio 2002). San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia, ha insegnato che «dando all’Eucaristia tutto il rilievo che essa merita, e badando con ogni premura a non attenuarne alcuna dimensione o esigenza, ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. Ci invita a questo una tradizione ininterrotta, che fin dai primi secoli ha visto la comunità cristiana vigile nella custodia di questo “tesoro” [...]. Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”». In continuità con l’insegnamento del suo Predecessore, a partire dalla solennità del Corpus Domini del 2008, il Santo Padre Benedetto XVI ha iniziato a distribuire ai fedeli il Corpo del Signore, direttamente sulla lingua e stando inginocchiati. Questi insegnamenti ci ricordano dunque l’importanza che ha il modo di ricevere l’Eucaristia per poter riconoscere sempre più e sempre meglio che in quell’Ostia consacrata c’è veramente Gesù e che quindi va adorata in ogni modo.
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