
A partire dal 1919, quando il fatto delle stimmate divenne di dominio pubblico, migliaia e migliaia di fedeli cominciarono ad arrivare al convento di San Giovanni Rotondo per vedere Padre Pio. E questa folla di peccatori, penitenti, curiosi e malati, formata da ogni tipo di persona, non si è più fermata. Il convento dei Cappuccini non era in paese, ma bisognava salire su una collina ed era un tragitto non semplice. Nei primi anni era solo una mulattiera, ma poi il vecchio percorso rurale divenne progressivamente una vera arteria di collegamento. Il comune e gli enti religiosi intervennero col tempo per migliorarne il tracciato e renderlo adatto al traffico dei pellegrini.
Quando il convento era ancora fuori dall’abitato, il percorso veniva fatto quasi sempre a piedi o con carri e vetture, ma con l’aumento enorme dei pellegrini negli anni ’40 e soprattutto negli anni ’50, il convento e la chiesa divennero una destinazione quotidiana per residenti e visitatori. E così vennero attivati collegamenti automobilistici locali verso la zona del convento.
«Mio papà portava con l’autobus la gente da Padre Pio», mi ha detto Antonio Centra, che dirige l’azienda di trasporti a San Giovanni Rotondo fondata da suo padre Donato negli anni Sessanta. «Con una Fiat 680 portava le persone dal centro del paese fino al convento e all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, che al tempo stavano fuori dall’abitato. Papà quindi aveva occasione di vedere spesso Padre Pio e di parlare con lui. Lo conosceva fin da quando era un ragazzino, e nel 1962 fu anche testimone di una prodigiosa guarigione».
Oggi la piccola azienda di trasporti della famiglia Centra è diventata una bella realtà con decine di dipendenti e una sede operativa anche a Roma. Tutti in paese ricordano con affetto papà Donato e il suo primo autobus. Donato Centra è scomparso nel 2018, a 88 anni di età e negli ultimi anni di vita era diventato instancabile nel raccontare ai pellegrini fatti sulla vita di Padre Pio. In paese, Donato era conosciuto anche per un altro motivo. «Suo padre, cioè mio nonno, era Antonio Centra e nel 1922 aveva minacciato con una pistola Padre Pio», mi ha spiegato Antonio che per tradizione ha lo stesso nome del nonno. «Non era un criminale, non c’è da pensare male. Il suo fu un gesto dettato dal grande amore che aveva per Padre Pio. Fin dal 1919, infatti, il Sant’Uffizio aveva pensato di trasferire il Padre. La gente di San Giovanni lo aveva saputo e si era opposta con energia. Nel 1922, poi, altri ordini precisi erano arrivati da Roma contro Padre Pio e il popolo era insorto. Una mattina, al termine della Messa, il giovane Antonio Centra, mio nonno appunto, si avvicinò all’altare e puntò una pistola contro Padre Pio gridando: “Piuttosto che ci abbandoni, preferisco farlo restare morto a San Giovanni!”. La sua era solo una minaccia a vuoto, non andò oltre quel gesto, ma fa capire bene il clima che c’era a quel tempo e la paura che la gente aveva di perdere il Frate cui era tanto affezionata.
Tanti sono gli episodi che mi raccontava papà – mi ha detto ancora Antonio. Ad esempio, mi diceva che un giorno era arrivata a casa loro una damigiana di vino indirizzata a Padre Pio. C’era anche una lettera di accompagnamento. Mio padre, che all’epoca era un ragazzino, fu mandato da mio nonno a portare la missiva al convento. Come lo vide, prima ancora che potesse aprire bocca, Padre Pio gli disse: “Hai una lettera per me!”. E poi, riferendosi a mio nonno: “E bravo mastro Antonio! Mi manda la lettera e si tiene il vino!”. Non aveva neppure aperto la busta eppure sapeva tutto quanto. Padre Pio leggeva nel cuore e nella mente delle persone come fossero stati dei libri aperti.
Il primo lavoro di papà fu quello di famiglia, il muratore. Mi raccontava che lui e suo padre partivano a piedi per Foggia dove stavano tutta la settimana per lavorare nei cantieri. Si era subito dopo la guerra e c’era molto da ricostruire dopo i bombardamenti. In seguito, poiché era appassionato di motori, papà aveva lavorato in un’officina e quindi era diventato camionista presso una ditta che trasportava bauxite dalla miniera di San Giovanni al porto di Manfredonia. Dopo qualche anno, decise di mettersi in proprio.
Acquistò un camion con rimorchio e diede vita alla “Ditta Centra”. Col suo mezzo, aveva portato tutti i marmi per la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, la chiesa che Padre Pio aveva fortemente voluto. Fare l’autotrasportatore era però un lavoro duro, senza orari, e un giorno papà ne aveva parlato con Padre Pio. Era appena arrivato al cantiere della chiesa, erano le cinque del mattino. Aveva viaggiato tutta la notte per trasportare da Bolzano gli angeli di bronzo che reggono le acquasantiere e che ancora oggi stanno vicino all’entrata. Padre Pio stava celebrando all’aperto perché nella piccola chiesa del convento non c’era più posto per tutti i pellegrini. Al termine della funzione, papà incontrò il Frate in sacrestia. Gli disse che il lavoro era massacrante e che sperava di fare altro. Padre Pio gli rispose: “Non ti preoccupare, prega la Madonna. Lei sa cosa deve fare. Vedrai che le cose cambieranno”. Quando il Padre diceva così voleva dire che avrebbe perorato sicuramente la causa, che avrebbe “parlato” di persona con la Madonna. Infatti di lì a poco papà smise di fare il camionista e colse al volo l’opportunità di guidare l’autobus nel paese per portare i pellegrini al convento. Era un mestiere meno faticoso. Col tempo, la sua ditta divenne sempre più importante.
Come ho accennato, mio padre fu anche testimone di una guarigione straordinaria avvenuta grazie a Padre Pio. Era il 1962. Era nato da poco un nipote di papà, figlio di sua sorella. Il bambino però non stava bene. La fontanella sulla sommità del suo capo non accennava a chiudersi e fu necessario farlo visitare da uno specialista. Fu ricoverato a Casa Sollievo per gli esami e il pediatra comunicò proprio a mio padre la brutta notizia: col tempo il piccolo avrebbe perso la vista, sarebbe diventato cieco. Non c’era rimedio. Era straziante, il piccolo non smetteva di piangere. Col cuore a pezzi, papà uscì dall’ospedale per informare la sorella e sul sagrato della chiesa incontro padre Eusebio Notte che in quel periodo era l’assistente personale di Padre Pio. Chiese a papà il perché di quell’aria triste e lui gli raccontò ogni cosa. Padre Eusebio lo prese per mano. “Andiamo subito da Padre Pio!”, disse. Entrarono in convento, salirono le scale e sul pianerottolo incontrarono proprio Padre Pio. Padre Eusebio gli disse del bambino e della diagnosi terribile fatta dai medici. “Uagliò – rispose il Padre–, i dottori possono pure sbagliare…”. E se ne andò. “Donato, puoi andare a casa tranquillo”, disse allora padre Eusebio che conosceva bene il modo di rispondere di Padre Pio. Se aveva detto così voleva dire una cosa sola: il bambino sarebbe guarito. Il giorno seguente, papà andò in ospedale per avere notizie del nipotino. Il pediatra lo accolse con aria stravolta. Teneva in mano le radiografie fatte poche ore prima e le confrontava con quella del giorno prima. “Il bimbo è perfettamente sano”, diceva. “È tutto a posto. Eppure ieri la situazione era diversa. Le lastre lo dimostrano!”. Lì c’era un’infermiera che non appena aveva sentito la voce di mio papà era accorsa. “Donato, quando sei stato da Padre Pio?”, gli chiese. Papà pensò: come fa a sapere che sono stato da lui? “Alle 10”, rispose. E lei: “Proprio a quell’ora il bambino ha smesso di piangere”. Oggi quel bambino è professore, è sposato, ha avuto due figli. E non ha mai accusato alcun problema».
di Roberto Allegri