I FIORETTI
Un tesoro di virtù
dal Numero 19 del 24 maggio 2026
Mediante la grazia santificante, lo Spirito Santo divinizza l’essere dell’uomo; mediante le virtù soprannaturali infuse ne divinizza le facoltà spirituali (intelletto e volontà), rendendole capaci di compiere azioni soprannaturali. Nel Battesimo e poi nella Cresima, lo Spirito Santo dona ad ogni uomo tre gemme preziose: il rubino della fede, lo smeraldo della speranza e il diamante della carità. Padre Pio, nel desiderio di raggiungere la perfezione, ricevuto dallo Spirito Santo questo tesoro, seppe ben custodirlo per tutta la sua vita e, con il quotidiano e instancabile impegno nell’esercizio delle virtù cristiane, lo fece meravigliosamente fruttificare. Le virtù della fede, della speranza e della carità raggiunsero in lui il grado dell’eroicità, perché purificate nel crogiolo delle prove e della sofferenza: né prove, né sofferenze, né umiliazioni valsero a far vacillare la sua cieca fiducia in Dio e nella sua parola. Con il dono della fede lo Spirito Santo trapianta nell’uomo l’occhio di Dio. Padre Pio, con questa “vista divina”, capì che solo Dio è tutto e che la vita vale nella misura in cui si vive in Dio, per Dio e con Dio. Conscio di questo inestimabile tesoro, si preoccupò di alimentare in sé la fede con l’assidua preghiera, sia vocale che mentale, in coro, sul matroneo, in confessionale, in cella, lungo i corridoi con la corona in mano e il pensiero elevato a Dio. A voce e per iscritto, nel confessionale, nei brevi discorsi al popolo e nelle lettere egli si proponeva di illuminare e sostenere anche negli altri la virtù primaria e fondamentale della fede. Le tentazioni contro la fede poi – che, salvo brevi schiarite, si protrassero per anni e anni lungo l’intera vita di Padre Pio – furono la causa delle maggiori amarezze per la sua anima e dei più violenti turbamenti per il suo spirito. Tutto il suo dolore più profondo, in questa prova, era motivato dal «grande timore di offendere Dio da un momento all’altro», poiché pensieri di bestemmie gli attraversavano di continuo la mente e, più ancora, suggestioni, infedeltà e miscredenze (cf Ep I, n. 368). L’8 marzo 1916 Padre Pio scriveva al suo direttore spirituale, padre Benedetto da San Marco in Lamis: «Una infinità di timori mi assale in ogni istante. Tentazioni intorno alla fede e che vuole spingermi a tutto negare. Padre mio! quanto è difficile il credere! Il Signore mi aiuti a non gittare l’ombra del sospetto su ciò che a lui è piaciuto svelarci» (Ep I, n. 326). Se la virtù della fede di Padre Pio non vacillò nella prova, a sostenerla fu la virtù soprannaturale della speranza, con cui lo Spirito Santo accende nel cristiano il desiderio di possedere quei beni conosciuti per mezzo della fede, cioè Dio e i beni eterni. Per questo Padre Pio viveva tutto proteso verso Dio, attendendo d’incontrarlo un giorno per goderlo nell’eternità beata. Da ciò derivava il suo distacco dal mondo e il suo desiderio, l’ansia amorosa di Dio, che inculcava anche negli altri: “Distacchiamoci – esortava – piano piano da ciò che è terra, dagli amori terreni ed esperimenteremo quanto dolce e soave è l’amore”. Anche contro la virtù della speranza Padre Pio subì la tentazione. Il 20 aprile 1921 scriveva a padre Benedetto: «La tentazione assidua è la disperazione di dover andar perduto e per sempre [...]. Mi sforzo a sperare [...]. Il non voler sperare mi spaventa e mi terrorizza» (Ep I, n. 590), chiedendo al padre spirituale direttive per vivere nella speranza. Pur temendo la giustizia divina per i propri peccati, sperava nella Misericordia di Dio. Infatti, confidò un giorno al dott. Francesco Lotti: «Quando penso al giudizio di Dio mi sento tutto gelare e mi si raddrizzano i capelli. Ma anche contro speranza io debbo sperare. La speranza nella Misericordia di Dio è la mia salvezza». Padre Pio chiamava la speranza la «forza dell’anima». Il 18 settembre 1915 scriveva a padre Agostino da San Marco in Lamis questo pensiero luminoso: «Nella scuola di Gesù ho imparato essere il silenzio e la speranza la fortezza dell’anima» (Ep I, n. 284). Per questo, afflitto da tentazioni d’ogni genere, Padre Pio riconosceva e desiderava le «ali fortunate della speranza» (Ep I, n. 490), dichiarandola «virtù sì necessaria per l’abbandono in Dio, quando il colmo della tempesta imperversa» (ibidem). Proprio la sua imperturbabilità nelle frequenti prove fu l’espressione più evidente della sua virtù teologale della speranza. Dopo la Visita apostolica del 1960 alcuni temettero che fosse tolta a Padre Pio la Casa Sollievo della Sofferenza, ma egli con dolcezza rispose: «Io mi devo occupare e non preoccupare. L’Opera è di Dio e Lui ci penserà». Dinanzi ai commenti sulle restrizioni impostegli, Padre Pio rispose all’interlocutore: «È una prova che passerà: ci penserà il Signore!». Anche nel Sacramento della Penitenza egli apriva le anime alla speranza cristiana, parlando della misericordia e bontà del Signore e additando il Paradiso come meta. «Devi sperare – diceva –, dobbiamo sperare!». Padre Pio, fino all’ultimo respiro della sua vita, ha creduto e ha sperato nonostante tutto, perché ha amato. Lo Spirito Santo è Amore e chi vive lasciandosi penetrare da Lui vive d’amore, con amore e per amore. Orbene, Padre Pio è vissuto amando Dio: arrivò a dire che senza l’amore di Gesù sarebbe morto; nell’amore alla Madonna avrebbe voluto avere una voce così forte per invitare i peccatori di tutto il mondo ad amare anch’essi la Madonna; nell’amore ai fratelli, la sua misura era “senza misura”, tanto che un giorno poté arrivare a dire: «Che brutta cosa è vivere di cuore!» (Ep I, n. 611). Una volta avuta in dono una coperta chiese di poterla dare a un poveretto; un’altra volta un confratello, accortosi che sul collo dall’abito fuoriusciva la punta dei calzini, chiestone la ragione, venne a sapere che Padre Pio non aveva la maglia di lana perché l’aveva data a un povero. Mirabile carità! Lo Spirito Santo renda anche noi forti nella fede, vigilanti nella speranza e operosi nella carità! di Suor M. Eucaristica Pia Lopez
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