PASSIONE
I dolori mentali di Gesù nella sua Passione Gli ultimi dolori
dal Numero 12 del 22 marzo 2026
di Fra Paolo M. Pio da Ancona
Gesù soffrì molto a causa dei suoi amati discepoli, per il tradimento di Giuda e per l’ingratitudine del popolo eletto e di tutte le creature. Le rivelazioni di Santa Camilla ci aiutano a penetrare nell’intensità di questi dolori.
Il dolore per i suoi amati e cari discepoli Nel suo infinito amore, il Signore predilesse alcuni dei suoi discepoli, i dodici Apostoli, come «colonne del cielo e fondamento della Chiesa in terra». Gesù rivela a Santa Camilla Battista da Varano che per loro più che per chiunque altro «la sua anima era triste fino alla morte», data la grande tenerezza che provava nel lasciarli soli. In particolare, il quinto dolore che ha sofferto durante la Passione è stato per i tormenti del martirio che avrebbero dovuto subire gli Apostoli nel seguirlo, nel dare la loro testimonianza di amore a imitazione del loro divin Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16,24-26). Con queste parole Gesù, Verbo Eterno di Dio e Somma Verità, stava rivelando la via della vera vita. Seguendo Gesù si ha la giusta concezione della vita e l’amore è ordinato al Sommo Bene; la luce della fede, senza contraddirla, è superiore alla ragione; l’anima, servendosi di esso, è superiore al corpo; la vita soprannaturale di grazia trascende il naturale. Cristo sarebbe stato la “causa” della morte fisica dei suoi Apostoli e di tutti coloro che lo avrebbero amato fino a dare la vita. Nella via che conduce alla Vita non esistono mezze misure, la mediocrità non entra in Paradiso, per questo o si segue Cristo o non lo si segue. San Luigi M. Grignion da Montfort scrive che chi vuole salire sul Calvario con Cristo «deve mettere sotto i piedi il mondo e l’inferno, il proprio corpo e la propria volontà; dev’essere deciso a lasciare tutto e tutto soffrire per Gesù Cristo». Anche i Santi Padri insistono sull’argomento: Sant’Agostino scrive che perdere la propria vita per Gesù significa «estirpare dall’anima l’affetto carnale»; San Basilio Magno scrive che prendere la propria croce è «l’essere pronti a morire per Cristo, la mortificazione delle proprie membra su questa terra, l’essere pronti a qualunque pericolo in cui possiamo trovarci a causa del nome di Cristo»; San Cirillo di Alessandria, riprendendo le parole del divino Salvatore, riporta: «Anche se uno ha benessere e abbondanza di beni, pure quale guadagno ne ha quando ha perso se stesso?». Il demonio, il mondo e la carne danno piaceri effimeri, illudono di una falsa gioia; chi segue Gesù invece «non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Dopo aver rinunciato al fango e alle vanità del mondo, Santa Camilla fu riempita dal Signore di consolazioni celesti, colloqui divini, esperienze mistiche e doni straordinari, ma non era ancora soddisfatta; ecco allora come decise di seguire più perfettamente Gesù sulla via del Calvario: «Veramente mi pareva di avere il cuore più angelico che umano, più celeste che terreno. Non credo che io abbia avuto mai altra presunzione che questa. [...] Allora feci questa santa riflessione in cuor mio per grazia e dono dello Spirito Santo: che tutti i giorni della mia vita volevo e voglio che siano un solo Venerdì Santo, nel quale avrei voluto piangere sempre l’amarissima Passione di Cristo». Il dolore per l’ingratitudine del suo amato discepolo Giuda traditore Tra il collegio degli Apostoli, Gesù aveva eletto anche Giuda Iscariota. Amaramente il Signore rivela a Santa Camilla di quale affetto lo aveva amato, mostrando per lui «sempre continui segni di particolare amore perché tornasse indietro dal suo iniquo proposito». Ricorda la lavanda dei piedi in cui pianse molte lacrime: «O Giuda, che ti ho fatto perché tu così crudelmente mi tradisca? [...] O figlio di perdizione, per quale motivo ti allontani così dal tuo padre e maestro?». Reso dal Signore amministratore dei beni che venivano loro donati, cadde nel terribile vizio dell’avarizia e, di abisso in abisso, finì con il prendere in odio tutti gli insegnamenti di Gesù. Don Dolindo Ruotolo commenta che Giuda Iscariota «da molto tempo seguiva Gesù con animo falso e perverso; [...] era in atteggiamento subdolamente ostile. [...] S’era messo a seguire Gesù con l’entusiasmo di chi aspetta grandi trionfi e grandi vantaggi temporali; aveva visto sfumare queste illusioni», e in un’altra occasione ci dice che «Giuda fu preso da satana, e fu preso perché non corrispose alla grazia, non credette più». Per quanto amore il Signore avesse dato ai suoi cari e amati discepoli, ciò per cui soffrì maggiormente fu l’ingratitudine e l’empietà di Giuda, al quale si può applicare ciò che Gesù rivelò a Santa Maria Faustina Kowalska: «L’ingratitudine per tante grazie è il nutrimento continuo per il Mio Cuore da parte di tante anime elette. [...] Altre non hanno fiducia nella mia bontà e non vogliono mai gustare la Mia dolce intimità nel proprio cuore, ma Mi cercano chissà dove, lontano, ma non Mi trovano. Ci sono delle anime che disprezzano le Mie grazie e tutte le dimostrazioni del Mio amore; non vogliono ascoltare i miei richiami ma vanno nell’abisso infernale». Nelle rivelazioni a Santa Camilla, il Signore contrappone all’ingratitudine di Giuda il luminoso esempio di San Giovanni, «vera aquila dagli alti voli»; egli parlava a Gesù con il cuore: «O Gesù, mio caro Maestro, ci lasci un grande esempio. Ma noi poverelli che faremo senza di te che sei ogni nostro bene? [...] O Dio mio, questi nuovi segni d’amore sono per me innegabile fonte di maggior dolore». Santa Camilla ebbe la grazia di essere introdotta nel “sacratissimo talamo” del Cuore di Gesù, dove vide il suo nome scritto a lettere d’oro. Anche il nostro nome è scritto nel suo dolcissimo Cuore, per questo dobbiamo essergli molto grati. Il dolore per l’ingratitudine del suo prediletto popolo giudaico Il Signore, nel rivelare a Santa Camilla il settimo dolore che patì durante la Passione, ricorda i benefici che aveva elargito al popolo eletto, rendendolo «popolo santo e sacerdotale», sua parte di eredità, «al di sopra di tutti gli altri popoli della terra». Al contrario, il popolo ebreo fu ingrato e ostinato all’Alleanza e non riconobbe la venuta del Messia atteso. Già i profeti dell’Antico Testamento, ammonendo il popolo di convertirsi e tornare all’Alleanza, ricordavano, parlando in nome di Dio, i benefici con cui il Signore si era sempre mostrato loro vicino; infatti il popolo eletto spesso cedeva al culto delle false divinità e all’adorazione degli idoli, anziché adorare l’unico e vero Dio, secondo il primo Comandamento del Decalogo «Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altro dio all’infuori di Me». Il Signore aveva liberato il popolo eletto dalla schiavitù dell’Egitto, lo aveva nutrito di manna per quarant’anni nel deserto, gli aveva dato la legge stipulando il patto dell’Alleanza, gli aveva concesso vittorie strepitose contro i nemici; infine il popolo eletto fu visitato da Dio stesso, che assunse la natura umana dalla discendenza davidica per liberare l’intera umanità dalla schiavitù del peccato, dimostrando la sua divinità compiendo miracoli e risorgendo dai morti. San Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), esaltando la luce della fede che si poggia sulla retta ragione, giudicava insipienti coloro che si perdevano in vani ragionamenti distaccandosi da Dio: «Molti filosofi, mentre volevano separarsi dalle tenebre dell’errore, finirono in errori più grandi; mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti; insuperbiti della loro scienza sono diventati luciferini. Presso gli egiziani vi erano dense tenebre, per i tuoi santi, invece, c’era una grande luce. [...] La verità è la luce dell’anima e questa luce non conosce tramonto». A differenza dei pagani, il popolo ebreo era il popolo eletto e aveva tutti i presupposti per accogliere Dio, ma non lo fece, preferendo Barabba e condannando Gesù, che invece era realmente la «luce del mondo» (Gv 8,12), il «buon pastore» (Gv 10,14), il «Salvatore» (Mt 1,21) del mondo e del genere umano dal peccato. Il dolore per l’ingratitudine di tutte le creature Esponendo il discorso in terza persona, Santa Camilla riconosce la sua ingratitudine e incorrispondenza per gli innumerevoli doni e grazie spirituali che il Signore le aveva elargito, affermando che non era necessario che il Signore le rivelasse l’ingratitudine di tutte le creature; infatti, la Santa si riteneva la più vile e la più ingrata di tutte: «Tu, Signore, per grazia sei nato nell’anima mia e mi hai mostrato la via e donato la luce e il lume della verità per giungere a Te, vero paradiso. Nelle tenebre e oscurità del mondo tu mi hai fatta capace di vedere, udire, parlare, camminare, perché veramente io ero cieca, sorda e muta a tutte le cose spirituali [...]. Ma chi ti ha crocifisso? Io. Chi ti ha flagellato alla colonna? Io. Chi ti ha coronato di spine? Io. Chi ti ha abbeverato di aceto e fiele? Io». Così Santa Camilla, elevando al Signore preghiere di ringraziamento, ricorda di come Egli l’aveva strappata dal mare delle vanità mondane e condotta alla santa religione, sperimentando la dolcissima manna delle consolazioni spirituali; ricorda i dolci colloqui con il Signore nell’orazione, quando le imprimeva la sua Legge divina «sulle tavole di pietra» del suo «cuore ribelle», ricorda di tutte le vittorie che il Signore aveva riportato per lei contro tutti i suoi nemici spirituali. Il suo Sposo divino le si comunicava nella pace del chiostro; scrive infatti nella sua Autobiografia: «Come nelle pianure del mondo si trovano il canto degli uccelli, lo splendore dei fiori, i segreti rifugi degli animali [...], così nel santo monastero trovai i dolcissimi canti delle preghiere devote, la bellezza dei buoni esempi, i segreti tesori delle grazie divine e dei doni del cielo», e ancora: «Tutte le piante, i fiori, le rose pareva mi richiamassero la Sua bellezza; e quando vedevo il cielo stellato, molto più forte mi struggevo, dicendo nel mio cuore: “I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle Sue mani annunzia il firmamento”». Quanto è facile per tutte le creature glorificare Dio nella loro inconsapevolezza, quanto è difficile invece per noi uomini, esseri consapevoli e dotati di anima spirituale, glorificare e amare Dio, Creatore di tutte le cose! Ma Dio ci ha amati più di tutte le creature irragionevoli donandoci il suo unico Figlio, affinché avessimo la vita per Lui e lo glorificassimo e lo amassimo. Oh Signore, quante cose belle mi hai donato, e io, quante volte sono stato ingrato?
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