PASSIONE
Meditazione di un Sacerdote sulla sacralità del Sacerdozio
dal Numero 12 del 22 marzo 2026
di Padre Luca M. Trestini
Il Sacerdozio ministeriale, frutto dell’amore di Gesù che ci ha amati “fino alla fine”, è un dono grande e prezioso da non sottovalutare o abbassare ad una semplice carica onorifica o ad un lavoro come tutti gli altri. Preghiamo la Madonna, Madre dei Sacerdoti, affinché venga compreso e custodito questo gran dono fatto da Dio a tutta l’umanità.
Il Giovedì Santo «Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). È in questo amore di Gesù, portato fino in fondo, fino alla fine, che ogni Sacerdote è chiamato a meditare e riscoprire ogni giorno la grandezza, la preziosità e il sacro mistero di quel dono immenso di cui è stato reso partecipe, indelebilmente, nel giorno della sua Ordinazione: il dono del Sacerdozio ministeriale. Un dono, questo, che non può essere ridotto a una mera carica onorifica, a un ufficio ecclesiastico o a una qualsivoglia dedizione di sé, sia pur nobile, in favore degli uomini. Esso è molto di più. Il Sacerdozio cattolico è anzitutto un dono di elevazione soprannaturale e di intima conformazione sacramentale a Cristo Sacerdote. Un dono di tale grandezza che Gesù volle trasmettere ai suoi Apostoli – e tramite essi ai Sacerdoti di tutti i tempi – spingendo la sua sconfinata capacità di amare, come vero Dio fatto uomo, fino in fondo, fino all’eccesso, fino alla sua massima perfezione e fino alla sua ultima consumazione. Ora vorrei avvicinarmi un poco al mistero di questo “sacro roveto” che brucia senza consumarsi. Infatti se si consumasse, come potrebbe durare fino alla fine? Ma chi potrebbe presumere di accostarsi a un tale incendio di amore divino, se tu o Gesù non ve lo introduci? Per questo, come un tempo Dio chiamò Mosè dal roveto e gli ingiunse di togliersi i sandali (cf Es 3,5), così nell’augusta sera dell’istituzione del Sacramento dell’Ordine fu lo stesso Verbo di Dio fatto uomo a chinarsi sugli Apostoli per scioglierne i calzari e lavare loro i piedi. Perché se non li avesse lavati non avrebbero avuto parte al suo sacro Sacerdozio (cf Gv 13,8). Così ti prego, oh mio Gesù, per il Cuore purissimo della tua Mamma Immacolata, Madre dei Sacerdoti, e per le preghiere dei tuoi Santi che sono sulla terra, che a te si offrono, concedi a me poverello e a tutti i tuoi Sacerdoti di essere potentemente rafforzati dal tuo Spirito nell’uomo interiore. Sì, Gesù buono, vieni in questa santa Quaresima a purificare il mio cuore, vieni a lavare i piedi dell’anima dei tuoi Sacerdoti – specialmente quelli più bisognosi – affinché tu possa abitare per la fede nei nostri cuori, e così radicati e fondati nella carità siamo in grado di comprendere con tutti i Santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di quel tuo amore eccessivo nel quale ci hai amati fino alla fine (cf Ef 3,14-18). E lo hai fatto imprimendo in noi il segno indelebile del tuo Sommo ed Eterno Sacerdozio. È certo infatti, che ogni tuo Sacerdote ha bisogno di conoscere le dimensioni del tuo amore sacerdotale per potersi conformare al dono che tu gli hai impresso come sigillo indelebile nel giorno della sacra Ordinazione. Tu sai bene, oh buon Gesù, quale estremo, primario e assoluto bisogno noi abbiamo di vivere a contatto con te, per respirare il tuo amore sacerdotale e con esso dilatare, estendere, elevare ed approfondire sempre di più – anche noi fino alla fine – la conoscenza e l’adesione a questo tuo atto supremo, nel quale e per il quale ti offri a noi e per mezzo nostro al mondo intero, nel quotidiano Sacrificio della Santa Messa. Che cosa significa dunque questo “fino alla fine”? Quali sono le dimensioni di questo amore sconfinato? Ora, se ne considero l’ampiezza, intuisco – pur senza poterlo comprendere – che essa si estende da un confine all’altro della Creazione, poiché tutto ciò che esiste, se non lo avessi amato non lo avresti neppure creato. Ma tu Gesù ti rivolgi in modo speciale ai tuoi che sono nel mondo, ovvero agli uomini, che tu hai fatto per te, creandoli capaci di conoscerti e amarti. Ed è per loro che tu immoli la tua vita e offri il tuo Sangue. Se poi considero la lunghezza del tuo amore sacerdotale, oh Gesù, mi si spalanca dinanzi l’abisso dell’eternità, poiché ci hai amati di amore eterno e ci ha chiamati all’amore della beatitudine che non ha fine. Per questo ci hai amati non solo creandoci, ma fino alla fine, ovvero fino al punto di volerci condurre efficacemente “al nostro fine”. E poiché è solo il peccato che ci impedisce di giungere a quel traguardo per il quale esistiamo, ti sei fatto uomo e hai intensificato il tuo amore fino in fondo, fino a renderlo sacrificale. Così hai immolato te stesso, in quanto uomo, come Vittima innocente e Sommo Sacerdote in espiazione dei nostri peccati. E poiché, ahimè, hai previsto che gli uomini non avrebbero cessato di peccare, hai voluto continuare a immolarti ogni giorno nella Santa Messa, per mezzo dei tuoi Sacerdoti, fino alla fine del mondo. E che dire ora che sollevo lo sguardo per contemplare l’altezza dell’amore sacerdotale di Cristo? Egli è Dio, è l’Essere sommo dinanzi alla cui maestà ogni lingua dovrebbe tacere. Non di meno, proprio nel suo amore, Egli mi investe e mi solleva fino alla dignità più alta, partecipando a un misero essere, peccatore quale sono io, il suo potere sacerdotale. Così che ad ogni Santa Messa sono reso capace di chiamare e far discendere sulla terra, come in una nuova Incarnazione, il Figlio di Dio, e con Lui ed in Lui mi innalzo fino al punto di penetrare i Cieli, per presentare all’Eterno Padre, sopra il suo sublime altare, al cospetto della sua divina maestà, l’Ostia a Lui sommamente gradita, il Figliolo suo benedetto. Finalmente, non potendo più resistere a tanta altezza, piego le ginocchia e chino la fronte prostrato in adorazione. Ma qui trovo ancora il mio buon Gesù, il cui amore per me, Sacerdote poverello, non è ancora pago. Egli allora mi scopre il suo divin petto e mi incoraggia a reclinarmi su di Lui, come un novello San Giovanni, per scrutare la profondità del suo amore sacerdotale. Oh amore, oh amore, oh amore che sorpassa ogni conoscenza e mi si offre, affinché io sia ricolmo di tutta la pienezza di Dio (cf Ef 3,19)! Cos’è mai questa profondità? Essa è il cuore del Cuore sacerdotale di Cristo, ed è la piena partecipazione alla vita divina, nello Spirito Santo, per la quale il Padre è in Lui e Lui è nel Padre. È nelle profondità imperscrutabili di questa sua vita intima che Gesù, come Sommo Sacerdote, vuole introdurre i suoi che sono nel mondo per avvolgerli e compenetrarli del suo amore, perché in Lui «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Di queste profondità parlava il Salmista dicendo: «Un abisso chiama l’abisso, al fragore delle sue cascate, tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati» (Sal 42,8). E Gesù: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7,37-38). È logico quindi che a queste profondità vivificanti del suo amore, Gesù chiami anzitutto i suoi diletti Sacerdoti, affinché attingendo essi stessi per primi al sacro fonte della sua vita interiore, l’acqua viva della grazia possa poi fluire senza ostacoli, attraverso la trasparenza del loro ministero, per giungere a irrigare più in profondità il vasto campo della Santa Chiesa, fin nel cuore degli uomini per i quali Gesù ha versato il suo Preziosissimo Sangue. Dalla considerazione dell’amore sacerdotale di Gesù, sgorga quindi spontaneo il richiamo appassionato per tutti i Sacerdoti ad approfittare del tempo di grazia della Quaresima per approfondire la propria adesione sacerdotale a Cristo, per conformarsi al suo amore sacrificale sempre di più, fino in fondo e fino alla fine. E a tutti i fedeli l’invito ad offrire la propria preghiera e i propri sacrifici per le vocazioni sacerdotali, per la fedeltà e santificazione dei Sacerdoti. Questo anche in riferimento ad alcuni recenti scandali, i quali tuttavia non sono che sintomi più appariscenti di quella grave infermità che colpisce il Corpo mistico di Cristo, ovvero la Chiesa, in quanto ha di più sacro e vitale: il Sacerdozio cattolico.
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