EDUCAZIONE
Emergenza educativa per una gioventù senza maestri
dal Numero 11 del 15 marzo 2026
di Cristina Siccardi
Possiamo parlare oggi, a buon ragione, di un’emergenza educativa perché mancano veri maestri per i nostri giovani. Cosa fare? Solo educando i nostri ragazzi alla luce della fede si potrà fare di loro delle persone autentiche e mature.
Ormai, da diversi anni, si parla di “emergenza educativa”. Si vive, infatti, in un tempo in cui è diventato indispensabile riflettere sulla pedagogia che viene messa in campo, che non riesce a gestire il crescente malessere che ha investito, come un fiume in piena, il pianeta dell’infanzia e della gioventù. L’alluvione è misurata dalle statistiche, impressionanti e impietose, in cui versano le condizioni dei minori, fagocitati da una cultura mediatica, social, rappista e cinematografica che inocula ideologie malsane. Siamo in una società iperconnessa e fragilissima dove non solo genitori, insegnanti e docenti hanno necessità degli psicanalisti – se non degli psichiatri, nonché di psicofarmaci –, ma anche i bambini e gli adolescenti sono entrati nella spirale dei disturbi mentali e psicosomatici. In Italia, circa 1 minore su 5 (circa 2 milioni) soffre di un disturbo neuropsichiatrico, con un netto aumento degli accessi al pronto soccorso (+500% in dieci anni all’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma) e una prevalenza che cresce del 30% ogni 15 anni. A livello globale, 1 adolescente su 7 (10-19 anni) convive con un disturbo mentale diagnosticato, tra cui ansia e depressione sono le più diffuse e rappresentano circa il 40% dei disturbi mentali diagnosticati negli adolescenti. In Europa, l’8% dei giovani tra 15 e 19 anni soffre di ansia e il 4% di depressione. Il 75% delle patologie psichiatriche esordisce prima dei 25 anni e la metà dei casi mostra sintomi già entro i 14 anni. In crescita è l’aumento dell’autolesionismo: all’ospedale romano Bambino Gesù, gli accessi per autolesionismo sono passati da 25 nel 2013 a 607 nel 2023. Si cerca di tamponare il malessere scolastico attraverso l’arruolamento di sempre più psicologi, tenuti ad assistere e curare bambini e giovani in preda a fobie, manifestazioni di panico e disagi caratteriali. Ma non è certo questo il rimedio. Invece di fare saggia autocritica e recuperare i valori sani attraverso maestri sani, si amplia sempre più il labirinto nefasto, senza via d’uscita, attraverso cattivi maestri e funeste ideologie. Le radici della crisi educativa affondano nella rivoluzione socio-culturale del ’68, che venne indetta da studenti, operai e intellettuali, quando si andava in piazza per gridare contro l’autorità, a cominciare da quella paterna, contro i “baroni” (i docenti d’università), i “padroni”, i “matusa”, la scuola cattolica e per urlare la liberazione sessuale, la “libertà” della donna, l’aborto, il divorzio. Da allora ad oggi la moderna concezione educativa è rotolata su un piano inclinato verso il basso, passando dalle idee ai fatti e diventando concretamente distruttiva nei confronti della famiglia (prima cellula di ogni società) e della scuola. I cattivi maestri, come Louis Althusser, Herbert Marcuse, Theodor Adorno, Max Horkheimer, Jürgen Habermas, Wilhelm Reich, Michel Foucault, Ronald Laing, hanno dettato le linee culturali; intanto ha preso sempre più piede la pedagogia di Maria Montessori, protagonista dell’educazione spontanea dei bambini, dove gli istinti personali, lasciati liberi di agire, dominano sulle regole del buon senso. Ben altra è la pedagogia di San Giovanni Bosco (di cui avremo modo di parlare prossimamente), geniale formulatore del “metodo preventivo”. Si è così giunti alle derive dei nostri giorni con un’emergenza educativa che non trova risposte adeguate a questo tsunami che si è abbattuto su educatori genitoriali e scolastici e su figli ed allievi, a motivo della perdita di autorevolezza degli adulti, con padri e madri che spesso hanno perso la loro reale identità perché intossicati, chi più chi meno, dalle ideologie liberaliste, progressiste, femministe, gender, animaliste, ambientaliste... immersi, quindi, in una maleodorante e indigesta zuppa, dove il male prevale sul bene e il peccato non è più preso neppure in considerazione. Leggi di natura e leggi di Dio sono diventate nemiche della cultura moderna e postmoderna, dove si idolatrano l’immanenza, il “dio mammona”, il piacere fine a se stesso, la scienza atea e l’intelligenza artificiale. Di cattivi maestri è pieno il web, attraverso influencer, intellettuali e social che inneggiano alla competizione, al consumismo sfrenato, alle cattive compagnie, alle vanità, ai gossip, alle esperienze sessuali... e ai bambini viene già consegnato dai genitori (che delegano l’educazione allo Stato, a partire dall’asilo nido) lo smartphone quando hanno 4/5 anni; poi, dalle cronache scopriamo che ci sono borseggiatori e borseggiatrici minorenni e che le baby gang commettono crimini. C’è forse da stupirsi per una società del genere? Togliendo casi eccezionali, molte madri potrebbero seguire i propri figli, dedicando loro il tempo dovuto (invece di andare a lavorare fuori casa per spendere poi lo stipendio in molte cose di cui si può fare tranquillamente a meno), perché di diritto essi ne hanno sostanziale ed essenziale bisogno. Nessuno può sostituire una mamma, e quando accade è una disgrazia. Un buon maestro quale fu, per esempio, il card. Carlo Caffarra, studiò e lottò per la formazione integrale della persona (il bambino, anche quando è ancora nel grembo materno, è già una persona!), costituita da un corpo e da un’anima. Educare non è semplicemente istruire, la qual cosa avviene nella scuola, ma è formare alla vita, possedere una filosofia di vita, ed è questa a dare regole e direttive per camminare. «L’istruzione trasmette verità che non hanno rilevanza sulla vita, sul suo senso; l’educazione trasmette una proposta di vita ritenuta l’unica degna di essere realizzata, se si vuole giungere alla felicità», che è il Paradiso. Questa è la proposta cristiana, quella che ha mietuto nel mondo, in due millenni, un’educazione di civiltà di prim’ordine, che non ha eguali con nessun’altra realtà formativa. È la famiglia ad essere il primo luogo dove si riceve l’educazione: «Chi educa – sosteneva il card. Caffarra – deve vivere con chi è educato. Non è possibile nessuna educazione senza una qualche comunione di vita. Questo non è vero per l’istruttore. Al limite, posso imparare le istruzioni anche da un libro [...]. In che modo una proposta di vita è persuasiva senza essere coattiva? È convincente senza essere necessitante? Non c’è che una via: che l’educatore possa mostrare nella propria vita che la proposta fatta è vera e buona. Che l’educatore possa dire: “Questa è la proposta di vita che ti faccio, e ti assicuro che io la vivo ed i conti alla fine tornano”». Nessuna comunità sociale come la famiglia è più intima, ricca di fiducia, più prolungata nel tempo, più continua nella quotidianità. In qualche modo si può dire che all’interno di una normale vita familiare cristiana i genitori educano quasi senza accorgersene; mentre oggi esiste nel laicissimo Occidente senza Dio una patologica e disperata rincorsa a cercare rimedi educativi là dove non ci potranno mai essere. La «dittatura del relativismo», come l’aveva definita Papa Benedetto XVI, è entrata prepotentemente nella formazione dei bambini e dei giovani, che vengono plasmati per un mondo corrotto e corruttore degli innocenti (i bambini), facendone degli «schiavi, non delle persone libere». La prospettiva cattolica è per la vera libertà: soltanto tornando a Cristo, il Sommo Maestro, è possibile riscoprire chi è il fanciullo per crescerlo come persona autentica, capace di maturare la propria anima razionale umilmente, alla luce della Vita eterna.
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