Il personaggio storico del re Manfredi, colpevole di molti peccati, viene collocato da Dante tra le anime salve dell’Antipurgatorio. Il messaggio del sommo poeta è chiaro: non importa la quantità dei peccati, ma se c’è il pentimento sincero l’anima si salva.

Nel 1266 (760 anni fa) fu combattuta la battaglia di Benevento, in cui trovò la morte Manfredi, figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia: morì combattendo contro Carlo d’Angiò, sostenuto dal Papa francese Clemente iv, per il dominio sul regno di Napoli e Sicilia, da lui ricevuto dal padre ma insidiato appunto dall’angioino.
Tale battaglia, fondamentale per il destino dell’Italia meridionale – che da quel momento rimase, fino alla conquista aragonese del Regno, saldamente in mano francese –, è stata in qualche modo “immortalata” da Dante Alighieri che, nel canto III del Purgatorio, e quindi nell’Antipurgatorio, colloca appunto il personaggio del re Manfredi.
Tale figura è dunque importante per almeno tre motivi.
Il primo è più attinente alla personalità del poeta ed al suo rapporto con la sua stessa opera. Egli era infatti avversario di un re come Manfredi (ghibellino, mentre Dante era guelfo), ma tuttavia il poeta lo colloca tra i salvati dell’Antipurgatorio, dimostrando così che le sue scelte nell’inserire alcune anime tra i dannati ed altre tra i salvati (anche nel Purgatorio infatti si tratta di anime comunque salve) non dipendono assolutamente dalle sue simpatie o antipatie (il suo amato maestro Brunetto è all’inferno, Manfredi è in Purgatorio), ma da una sua precisa scelta sia teologico-morale – sostenere cioè la possibilità di salvezza per chiunque, purché pentito – che poetica: alcuni personaggi indubbiamente sono più fortemente “lirici” a seconda se siano nell’inferno o nel Purgatorio (diverso è il caso del Paradiso: la santità di vita è evidente e non discutibile).
Il secondo motivo serve a confutare l’opinione di alcuni storici (specie di formazione marxista ed in particolare Jacques Le Goff), secondo cui il Purgatorio, elaborato nel Medioevo per scopi più economici e politici che non teologici, ospiterebbe in particolare le anime di quei peccatori macchiatisi solamente di peccati veniali. Dante, che di Teologia ne capiva ben più di molti storici del Novecento, sa perfettamente che la condizione necessaria per entrare in Purgatorio non è certo la gravità (maggiore o minore) dei propri peccati, ma la volontà di pentirsi di essi, per quanto gravi siano stati (“orribil furon li peccati miei”, dice per l’appunto Manfredi), pentimento che può avvenire (come nel caso di Manfredi) anche in punto di morte.
Il terzo, e più importante, motivo è il sottolineare come Dio perdoni, sì, tutto il perdonabile, essendo Egli più pronto ad accogliere che non ad allontanare il peccatore ed a rifiutare la salvezza, ma tuttavia il pentimento del peccatore deve essere sincero, frutto di vera contrizione e non di semplice attrizione, ed accompagnato inoltre dal proposito, fermo e costante, di non più peccare.
Manfredi, gran peccatore, nemico del Papa e della Chiesa, tanto da venir scomunicato, colpevole di peccati “orribili”, si è pentito, seppur in punto di morte, ed è stato da Dio perdonato ed ammesso quindi nel Purgatorio (seppur con il divieto di entrarvi per un lungo periodo di tempo, in cambio del tempo che Dio ha dovuto attendere per il pentimento del re svevo), mentre Francesca da Polenta – per citare un altro personaggio dantesco molto famoso –, pur gentile e leggiadra, pur vista da Dante con una certa simpatia, per un solo peccato (l’adulterio) è condannata alla dannazione eterna insieme al suo amante Paolo. Poteva Dante immaginare (così come ha fatto per Manfredi) che anch’ella si fosse pentita e quindi salvata? E lo stesso per il suo maestro Brunetto Latini, colpevole di sodomia? Certo, ma a Dante quasi certamente interessava proprio questo: dimostrare che non è la qualità o la quantità dei peccati a decretare la condanna, bensì se la persona si penta o no. Anche un solo peccato mortale non perdonato condanna; ma anche mille (e orribili) peccati, se oggetto di pentimento, confessati e perdonati, possono evitare la dannazione.
Un’ultima osservazione che il testo dantesco ci consente è ancora questa. Il pentimento (e la conseguente salvezza) di Manfredi è noto solamente a Dio ed all’anima pentita: nessun altro essere umano (nemmeno il Papa) si può arrogare il diritto di conoscere fino in fondo le decisioni di Dio, così come il foro interno di ognuno è sconosciuto a tutti tranne che a Nostro Signore. Il Papa non permise la sepoltura del cadavere di Manfredi. In realtà solo Dio può decidere se dannare o salvare, mentre gli uomini, prudentemente, dovrebbero evitare ogni giudizio affrettato. Ciò non esime tuttavia l’anima pentita dal dover pagare il residuo temporale della sua colpa, e quindi ecco il tempo che ogni scomunicato pentito deve attendere nell’Antipurgatorio prima di poter entrare nel Purgatorio vero e proprio, dove dovrà inoltre scontare ancora la sua penitenza.