Una sera, mi ero assentato per qualche minuto dalla stanza di Padre Pio per andare a fare un altro servizio che interessava anche lui. Quando stavo tornando, incontrai un fraticello che usciva proprio dalla stanza del Padre. Era fra Dionisio. Costui era un fraticello malato, che aveva studiato Teologia a Venezia, e che era venuto a San Giovanni Rotondo a cantare la sua prima Messa. Quando era giovane, era malatissimo. Si recò dal Padre a chiedergli preghiere, e gli fece questa domanda precisa: «Padre Pio... posso almeno sperare di prendere la Messa?». E Padre Pio: «La prenderai... la prenderai!». Era stato ordinato Sacerdote a Venezia, e per una certa deferenza del Padre, era venuto a celebrare Messa nella Chiesa di San Giovanni Rotondo col Padre che vi assisteva dal matroneo. [...] Per questa cerimonia, si era fermato a San Giovanni Rotondo diversi giorni, ma ora doveva rientrare in sede, per completare gli studi.
Una sera, quasi al buio, il Padre si ritirava in cella per il riposo. Io lo tenevo sottobraccio al lato sinistro, mentre dalla parte destra c’era padre Michele Placentino. Ci viene incontro fra Dionisio e dice: «Padre spirituale, sono venuto a salutarla, perché domani parto». E Padre Pio: «E dove devi andare?». Il fraticello, con un filo di voce, perché tanto gliene aveva dato madre natura, rispose: «Vado a Venezia, per continuare i miei studi». Padre Pio, imperioso: «Che Venezia e studi! Preparati piuttosto alla morte... così quando viene...». Restammo esterrefatti, dinanzi a un’imposizione così drastica... Premetto che in quei giorni il giovane frate stava benissimo. Aveva affrontato bene tutte le lunghe cerimonie della sua Messa.
Presi la parola io e dissi: «Padre spirituale, ed è questo il modo di salutare la gente che parte?!». Lo guardai in volto da vicino, e vidi che alzò le ciglia e poi le riabbassò tristemente, come per dire: “Non c’è nulla da fare!”.
Padre Michele, che come me aveva sentito tutto ed era rimasto scioccato, intervenne: «Padre spirituale, per quanto riguarda me e la mia salute, la prego... non mi dica niente!». Un sorrisetto da parte di tutti, e riprendemmo il cammino verso la cella. Fra Dionisio baciò la mano del Padre e andò via: non so fino a che punto convinto delle parole del Padre, dal momento che, come ho detto, stava abbastanza bene.
Il giorno dopo, nella tarda mattinata, fra Dionisio è ricoverato in Clinica: ha l’azotemia altissima. Quelle parole del Padre cominciavano ad avverarsi, ma lo sapevamo solo padre Michele ed io.
In Clinica fra Dionisio era conosciuto da tutti, per le sue precedenti malattie. Gli volevano bene, e si diedero da fare, praticandogli tutte le cure del caso. Io andavo spesso a trovarlo, e gli portavo la benedizione del Padre.
Dopo una quindicina di giorni, fra Dionisio stava proprio bene e doveva essere dimesso nello spazio di qualche giorno. Io, che ero al corrente di tutto, pensavo, soddisfatto fra me, che questa volta la profezia... aveva fatto cilecca. Con quella benedetta sfacciataggine che mi porto addosso, scherzavo anche col Padre: «Padre spirituale, meno male che stavolta si è sbagliato! Pazienza! Qualche volta anche i santi fanno cilecca!» [...].
Il sedicesimo giorno, quando il giovane doveva essere dimesso dall’ospedale, morì. [...] Portai la triste notizia a Padre Pio, e il Padre, che gli voleva bene e gli era affezionato, si commosse fino alle lacrime. Nemmeno lui aveva potuto farci nulla.
Padre Eusebio Notte,
Padre Pio e Padre Eusebio.
Briciole di storia,
pp. 217-218, 221-223