SPIRITUALITÀ
Il beato Wyszynski e la solennità dell’Immacolata vissuta in prigione
dal Numero 45 del 5 dicembre 2021
di Suor M. Elisabetta Daniello, FI

La devozione mariana del cardinal Stefan Wyszynski è un tesoro che non si finisce mai di esplorare. Estrapoliamo dai diari del novello Beato alcuni stralci che rivelano la presenza dell’Immacolata accanto a lui negli anni della prigionia.

Il cardinal Stefan Wyszynski era chiamato il “primate di Maria” per il suo amore delicato e appassionato alla Madonna. Ci ha lasciato tantissimi scritti – purtroppo la maggior parte redatti in lingua polacca e non ancora tradotti in italiano – nei quali ha parlato a profusione della Madonna, delle sue glorie, delle sue virtù e prerogative, dei suoi dogmi. Non ha mancato di predicare e scrivere anche sull’Immacolata Concezione, mistero mariano tanto caro al suo compatriota san Massimiliano M. Kolbe, “Folle dell’Immacolata”.

In una meditazione dell’8 dicembre 1964, il beato cardinal Wyszynski espresse il seguente pensiero: «“Gaudens gaudebo...”, due parole dell’Introito (1) della Messa di oggi, dedicata all’Immacolata Concezione, ci rivelano i sentimenti della Madre di Dio e quelli dell’umanità, mentre la Chiesa celebra e medita uno dei suoi più grandi privilegi.

Si tratta di una “gioia rafforzata”: la poesia ebrea raddoppia sempre le espressioni quando intende mettere in evidenza grandi verità ed eventi importanti. Questo evento non si poteva racchiudere in una sola parola, c’era bisogno di elevarla, potenziarla: “gaudens gaudebo in Domino”».

Da queste parole piene di gioiosa esultanza, passiamo ora a quanto egli scrisse nel suo diario di prigionia, in occasione delle tre solennità dell’8 dicembre che egli visse tra gli anni 1953 e 1955. 

Wyszynski era stato arrestato dai comunisti il 25 settembre 1953 e fin da subito, in prigione, incominciò a vivere in una singolare comunione spirituale con la Madre di Dio (Bogurodzica), a valorizzare ogni occasione che potesse avvicinarlo alla Madonna. Viveva ogni sabato con rinnovato amore verso di Lei; ad ogni festa mariana ne approfondiva i misteri e i privilegi; cercava di crescere nell’imitazione delle sue virtù; viveva intensamente i mesi mariani di maggio e ottobre; per tutto il tempo della prigionia osservò un orario giornaliero da lui preparato che prevedeva ogni giorno la recita del Rosario intero, come un tempo privilegiato da vivere con la sua Signora.

Nella pagina di diario dell’8 dicembre 1953, prima solennità dell’Immacolata Concezione vissuta da prigioniero, così leggiamo: «Durante le ultime tre settimane ho preparato la mia anima a questo giorno. Seguendo le indicazioni del beato Luigi Maria Grignion da Montfort, contenute nel libro Trattato della vera devozione a Maria, oggi mi sono messo nelle mani della mia amatissima Madre in totale schiavitù al Signore Gesù. Il fatto che Dio stesso mi abbia dato il tempo per farlo lo considero come la “grazia di oggi”. Ho deciso che la prima parrocchia che potrò fondare sarà intitolata alla divina Maternità di Maria».

Segue l’atto di consacrazione a Maria che scrisse e pronunciò quel giorno: «Santa Maria, Vergine Madre di Dio, oggi ti eleggo mia Signora, Protettrice, Patrona, Avvocata e Madre.

Propongo fermamente e giuro di non abbandonarti mai, di non dire e fare nulla contro di te. Non permetterò mai che altri ti oltraggino in alcun modo. Ti prego, accoglimi per sempre come tuo servo e figlio. Aiutami in tutte le mie necessità spirituali e corporali e nel mio ministero sacerdotale.

Mi dono totalmente a te, Maria, in schiavitù, e come tuo schiavo. Ti consacro il mio corpo e la mia anima, i miei beni interiori ed esteriori, il valore delle mie opere buone passate, presenti e future, lasciando a te ogni diritto su di me e su tutto ciò che mi appartiene, per la gloria di Dio nel tempo e nell’eternità. Desidero attraverso di te, con te, in te e per te divenire schiavo del Figlio tuo; donami tu, o Madre, a Gesù in schiavitù, così come io mi sono dato a te. Offro attraverso le tue mani immacolate, o Mediatrice di ogni grazia, tutto ciò che farò per la gloria della Santissima Trinità. Soli Deo! Maria di Jasna Gora, non abbandonarmi nel lavoro quotidiano e mostrami il tuo volto luminoso nell’ora della morte. Amen» (2). È certamente ben evidente l’influsso della lettura del Trattato di san Luigi M. da Montfort in espressioni come “desidero attraverso di te, con te, in te e per te divenire schiavo del Figlio tuo». Come per Giovanni Paolo II, è il Trattato e la consacrazione in schiavitù proposta dal Santo montfortano ad essere adottata in questo momento, anche se in futuro scriverà un altro atto di consacrazione in cui la spiritualità di consacrazione mariano-kolbiana sembra avere in lui il sopravvento. 

Qualche giorno prima, il 29 novembre, aveva scritto: «Un’Ave Maris Stella dà più gioia e libertà di ogni autodifesa». Si trovava nel periodo di preparazione indicato dal Trattato, che invita alla recita frequente di questo inno mariano, e il cardinal Wyszynski dava a quest’inno un significato profondo legato alla sua attuale situazione di prigioniero.

L’anno seguente, nella stessa solennità, scrive: 

«Come ti loderò? Ti loderò con le parole? O Madre del Verbo Incarnato, che valore ha l’arido fruscio di foglie secche delle mie parole? Tutte cariche del peccato originale, grezze, sgraziate, dure, amare, violente, come grandine sui petali delle rose! Le mie parole feriscono la tua freschezza immacolata, storpiano l’ideale bellezza della tua pienezza di grazia e armonia, sono una macchia sulla tua immagine. 

Ti loderò con i sentimenti del mio cuore? Un cuore impuro, con un solo sguardo dell’anima, getta un’ombra sulla Donna eletta nel sole! I sentimenti migliori sono un’esile ombra di fronte alla radiosa purezza di colori senza macchia. 

Ti loderò con il pensiero? Questo uccello temerario si stanca troppo presto, richiude le ali e abbassa il volo. 

Ti loderò con le lacrime... Almeno con quest’unica cosa che c’è in me di puro e senza... macchia!

Non oso neppure guardarti, Immacolata, perché il mio sguardo non deturpi quest’immagine di bellezza che diffondi. Un grande maestro del pennello, che era anche un mistico, ti ha vista nel cielo e ti ha mostrato al mondo nel suo capolavoro: l’Immacolata. Murillo ti ha vista quasi come la piccola Bernadette Soubirous. Ma tuttavia preferisco guardarti senza l’aiuto dei pennelli. Quando ti vedo così, non desidero più nulla, tutto tace. 

O Purissima... O Integra...» (3).

La sua meditazione sull’Immacolata Concezione non si esaurisce nel giorno della solennità (è proprio vero che la bocca parla dall’abbondanza del cuore) ma prosegue ancora il 9 dicembre 1954: «Immacolata – Immaculata, Niepokalana, Immaculée, Umbefleckte, Sünderbare – tutte queste espressioni hanno un significato riduttivo. Contengono delle negazioni, come dei vermi in una rosa. Non serve la negazione, questo “no” privo di senso. Siamo così impuri che non sappiamo trovare una parola pura, purissima, splendente capace di svelare ciò che ha fatto Dio nell’essere concepito, preparato per diventare la Madre dell’uomo-Dio.

Bisogna dunque cercare delle parole pure, comprensive, trasparenti e luminose, che abbraccino la verità ineffabile e non la oscurino».

L’ultima festa dell’Immacolata come prigioniero la festeggiò a Komancza, nel convento delle Suore Nazaretane. Non era più sotto la stretta sorveglianza della pubblica sicurezza, che gli aveva concesso maggior libertà sotto l’autorità dell’episcopato polacco. Erano due anni che si diceva che il Cardinale “stava in convento”, ma solo ora si trattava di un convento vero, dove vi era una comunità che viveva una regolare vita religiosa. 

Così scrive l’8 dicembre 1955: «Per volere di Dio sono di nuovo in mezzo a un gruppo di donne. Mi ripeto: tutte le volte che una donna entra in camera tua, alzati sempre, anche se sei occupatissimo. Alzati sia che sia entrata la Madre superiora, o la suora che accende la stufa. Rammentati che ella ti ricorda sempre l’Ancella del Signore, al cui nome tutta la Chiesa si alza in piedi. Ricordati che in questo modo rendi onore alla tua Madre Immacolata, alla quale questa donna è più strettamente legata di te. In questo modo paghi il tuo debito nei confronti della tua Madre naturale, che ti ha servito con il proprio sangue e con il proprio corpo... Alzati in piedi e non esitare, vinci la tua presunzione maschile e il tuo autoritarismo... Alzati in piedi anche se fosse entrata la più derelitta delle Maddalene... Soltanto allora avrai imitato fino in fondo il tuo Maestro, che si è alzato dal Trono alla destra del Padre, per andare incontro all’Ancella del Signore... Soltanto allora avrai imitato il Padre Creatore, che ha mandato Maria in aiuto di Eva... Alzati senza indugi, ti farà bene» (4).

Così la devozione all’Immacolata Concezione coinvolgeva e trasfigurava ogni avvenimento della vita del nostro Beato ed ogni sua relazione, alimentando in lui uno sguardo contemplativo che lo portava dall’umano al divino, dalla prigionia terrena alla libertà spirituale, dalla donna al vertice della perfezione della donna, dal creato al Creatore. Non è questo il segreto più affascinante e potente del mistero dell’Immacolata Concezione? Il quale ci mette in comunione con Colei che è così pienamente umana e al medesimo tempo così superlativamente celeste. 

 

Note

1) L’antifona d’ingresso con cui aveva inizio il “proprio” della Santa Messa nel Rito Romano antico allora in vigore nella Chiesa. L’Introito menzionato recita: «Gaudens gaudebo in Domino, et exsultabit anima mea in Deo meo...» (Io gioisco pienamente nel Signore, e l’anima mia esulterà nel mio Dio...) ed è tratto dal libro di Isaia (v. 61,10).

2) Questa e tutte le altre citazioni sono tratte da: Stefan Wyszynski, Appunti dalla prigione, Cseo Biblioteca, pp. 52-53.

3) Ivi, pp. 129-130.

4) Ivi, p. 240.

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