SPIRITUALITÀ
Il “martire del Titanic”
dal Numero 43 del 21 novembre 2021
di Paolo Risso

Salpato il 10 aprile 1912, percorreva la rotta tra Regno Unito e New York, quando nella notte tra il 14 e il 15 aprile il celebre transatlantico inizia a inabissarsi nell’oceano, dopo la collisione con l’iceberg. Seguono le manovre di salvataggio sulle scialuppe. Ma i più rimangono sulla nave destinata ad affondare. Per loro, unica àncora di salvezza è un giovane sacerdote cattolico che papa Pio X ha definito “martire della fede”.

Tra il 1911 e il 1912 fu costruito il “Titanic”, la più grande nave del mondo, inaffondabile per chi l’aveva ideata e confezionata, così che qualcuno arrivò a dire che “neppure Dio l’avrebbe affondata”. Il nome stesso, Titanic, le era stato dato come sfida a Dio, così come nel mito i Titani fecero la guerra alla divinità ma furono vinti e buttati all’inferno.

Quando fu inaugurata, fece il primo viaggio tra Gran Bretagna e Stati Uniti, con il carico di 2.200 passeggeri, tra i quali vi erano soltanto tre preti cattolici. Nella fredda e oscura notte, tra il 14 e il 15 aprile, il Titanic, spaccato da un iceberg, si inabissò nell’Oceano Atlantico.

I tre preti erano un benedettino bavarese, un lituano diocesano e uno inglese. I primi due morirono per lasciare vivere, per mezzo delle scialuppe, su cui non salirono, donne e bambini. Supremo sacrificio della vita a immagine di Gesù che dichiarò (e lo fece) che “non c’è amore più grande di chi dà la vita per coloro che ama” (cf. Gv 15,13). Mentre ci fu chi, anche tra l’equipaggio, impose con la violenza, anche con le armi in pugno, di salvare se stesso, buttando nell’acqua le donne che avevano trovato un posto sulla scialuppa.

Del prete bavarese e di quello lituano sappiamo solo che trovarono la loro fine tra i 1.500 naufraghi. Invece sappiamo qualcosa del prete inglese. Si chiamava Thomas Byles, figlio di una famosa famiglia nobile, laureato all’Università di Oxford. Era nato anglicano e cresciuto nell’anglicanesimo. Avviato a brillante carriera, a 40 anni si era fatto cattolico ed era stato ordinato sacerdote.

Era un uomo di cultura, autore di libri, ma che ora aveva come unica passione Gesù, la Chiesa Cattolica, la salvezza delle anime. Così aveva accettato di essere parroco in un piccolo povero paese di contadini cattolici irlandesi, emigrati in Inghilterra. Nella primavera del 1912, aveva accolto l’invito di un suo fratello in USA per celebrare il suo matrimonio. La Compagnia di navigazione lo fece salire sul Titanic, che doveva raggiungere il “tutto esaurito”, fin dal primo viaggio.

Sulla nave portò un altare portatile con cui attrezzò a cappella un angolo di terza classe. Tutti i giorni celebrava la Messa davanti a fedeli di terza classe, buona e povera gente che sperava di far fortuna in America.

La Pasqua di quell’anno 1912 cadeva il 7 aprile. Il 14 aprile, Domenica in Albis, padre Thomas celebrò quella che sarebbe stata l’ultima Messa e di fatto aveva ricevuto il “santo Viatico”, dalle sue stesse mani. Chi assistette, ricorderà come il Padre nella predica avesse parlato del «naufragio spirituale che tutti ci minaccia se non stiamo con Cristo».

Avevano poi confessato, lui e i due suoi confratelli, molti dei fedeli. 

La notte successiva, tra il 14 e il 15 aprile, un iceberg squarciò la nave e a nulla servirono i decantati accorgimenti della più avanzata (per allora) tecnologia. I superstiti racconteranno che padre Thomas in quella tragedia seppe imporsi con stile inglese e sacerdotale di fortissima fede e coraggio. Collaborò con l’equipaggio perché la salita sulla scialuppa avvenisse secondo la norma: “prima le donne e i bambini”, poi “i più giovani tra gli uomini”. Lui stesso fu invitato a salvarsi, ma rispose con “humor tutto inglese”, rifiutando ben due occasioni.

Quelli che sul Titanic si accorsero che presto sarebbero scomparsi nell’Oceano, si adunarono allora attorno a lui, l’alter Christus, rimasto a infondere fiducia e ad accompagnarli alla Vita eterna. Lui li fece mettere in fila e ordinò che gli passassero davanti per lo scambio di poche parole, una brevissima preghiera, poi l’assoluzione in articulo mortis. Nelle due ore che il Titanic impiegò ad affondare, ascoltò la confessione di moltissimi passeggeri, rimasti intrappolati sulla poppa della nave. Poi, essendo vicino l’abisso, impartì l’assoluzione generale, quindi intonò il Rosario che riuscì a terminare in mezzo ai morituri, anche di altre religioni.

Alla prima luce del giorno, dalle scialuppe, quelli che erano sfuggiti all’immane naufragio, diranno che fino all’ultimo istante, sentirono le risposte dei passeggeri alle invocazioni di padre Thomas e il canto della Salve Regina a Maria Santissima “Spes desperantium” (speranza dei disperati), fino a quando la nave “che nemmeno Dio avrebbe potuto affondare” sprofondò tra i cavalloni dell’Oceano.

Nel 1913, il fratello e la moglie che dovevano essere sposati da padre Thomas, da New York andarono a Roma in udienza dal Santo Papa Pio X, il quale volle che gli fosse raccontata la storia di padre Thomas Byles. Grosse lacrime scesero dagli occhi del Pontefice, il quale dichiarò che padre Thomas era «un autentico martire della fede, per il rifiuto di salvarsi, salvando altri, e un coraggioso testimone di Cristo». Tra tanti cattolici inglesi è ancora ricordato come “il martire del Titanic”. Nel 2015 si è annunciato l’inizio della causa di beatificazione.

Amici, pensiamo che Gesù solo – e Maria Santissima – ci salvano dal naufragio spirituale, più grave, infinitamente più grave di quello del Titanic.

E pensiamo pure, senza timore di smentita, che solo la Chiesa Cattolica ha sacerdoti e uomini come padre Thomas. Anzi ne ha un numero “senza numero”.

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