SPIRITUALITÀ
Luci sul capitolo più incompreso della vita di San Giuseppe / 1
dal Numero 33 del 12 settembre 2021
del Servo di Dio Pier Carlo Landucci

Niente più di questo passo evangelico dà la misura della santità, nobiltà e rettitudine dell’animo di san Giuseppe. Ma va ben interpretato. E ciò oggi non è scontato. Spesso tocca sentire in merito interpretazioni ambigue, arbitrarie, o irriverenti. L’occasione dell’Anno di San Giuseppe è propizia per approfondire il tema e scoprire, con il nostro fine Autore, nell’arco di 4 puntate, le ragioni dei silenzi, delle ansie, delle decisioni che coinvolsero i due santi Sposi l’indomani del grande evento dell’Incarnazione.

Questo tratto evangelico [Mt 1,18-25] è ai nostri fini particolarmente prezioso, perché la sua analisi ci permetterà di vedere gli atteggiamenti di Maria e di Giuseppe nella loro caratteristica relazione vicendevole e di scoprire così la meravigliosa corrispondenza dei loro spiriti. Ne trarremo quindi – anche solo da ciò – la più alta glorificazione oltre che, in genere, di quella perfettissima unione di sposi, anche, in particolare, della santità di Giuseppe, il «giusto» per eccellenza... Quanto poi alla Vergine Santissima, Ella mostrerà, al solito, gli sconfinati orizzonti della sua perfezione. Siamo cioè sempre al medesimo livello di grandezza, si intravedono sempre le medesime smisurate profondità. Così doveva essere, trattandosi di manifestazioni del medesimo animo ricolmo di grazia, del medesimo Immacolato Cuore. E il ritrovare questa costante misura è bellissima conferma della veridicità evangelica, tanto più significativa in questo caso, trattandosi d’un altro Evangelista e d’un episodio assai diverso. 

Il silenzio della Vergine 

Maria Santissima si rivela anche qui, come già nell’Annunciazione, profondamente pensosa e ponderata. Ma, mentre nell’Annunciazione avevamo da contemplare la conseguente tipica scarsezza delle sue parole, qui dobbiamo addirittura restar stupiti davanti al suo totale e misterioso silenzio: il silenzio della Vergine con il dilettissimo sposo Giuseppe, sui grandi misteri compiutisi in Lei. Nessun dubbio sul fatto: giacché dovrà venire un Angelo a rivelare a san Giuseppe il divino mistero e a toglierlo dalle penosissime ansie in cui si trovava. Inoltre il versetto 18 parla chiaro: «La madre di lui, Maria, essendo fidanzata a Giuseppe, prima che venissero a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo». Dunque Maria non disse niente, ma fu trovata coi segni esteriori della maternità, ormai visibile, al ritorno da santa Elisabetta, dopo più di tre mesi dal divino concepimento. 

Già vero matrimonio 

La cosa è talmente sorprendente – come meglio vedremo tra poco – da indurre alcuni a ritenere che tra Maria e Giuseppe non vi fosse fino allora un vero legame di sposi e quindi mancasse tra essi quella reciproca intimità che avrebbe altrimenti dovuto escludere tanto riserbo. La Vergine Santissima, ritengono tali autori, non sarebbe stata fino allora che una «promessa», una «fidanzata», ancora tutta racchiusa nel suo verecondo riserbo e le relazioni si sarebbero svolte, più che altro, tra le rispettive famiglie. 

Per diminuire cioè la sorprendente enormità di quel silenzio s’è cercato di attenuare il legame dei due prescelti da Dio. Ma obiettivamente bisogna fare invece il processo inverso. Bisogna considerare tal legame come è dato dagli elementi positivi, senza alcuna arbitraria attenuazione e dedurne tutta la grandezza di quel silenzio; non per trarne scandalo, ma per ammirare ancora una volta la immensa grandezza della Vergine e la proporzionata perfezione del suo sposo diletto... 

Assicuriamo subito la questione di fatto, poi procederemo all’analisi. Tale questione si risolve facilmente, non negando che la parola greca qui usata – in inciso genitivo assoluto – significhi propriamente desponsatafidanzata; ma osservando che, secondo gli usi ebrei, il fidanzamento non era la semplice promessa di futuro matrimonio, bensì era il perfetto contratto legale di matrimonio, ossia il vero «matrimonium ratum». Quindi la donna fidanzata era già moglie, poteva avere vere relazioni matrimoniali, poteva ricevere la scritta di divorzio dal suo fidanzato-marito; in caso di peccato veniva egualmente punita con la lapidazione (cf. Dt 22,22-24); alla morte del fidanzato diventava regolarmente vedova e godeva della legge del levirato che obbligava il fratello del defunto senza prole a prenderla in moglie. Con le nozze, che consistevano nell’introduzione solenne della sposa in casa dello sposo – e avvenivano, di solito, in vista dei necessari preparativi, dopo un mese per una vedova e dopo dodici mesi per una vergine –, il vero fatto nettamente nuovo era solo la coabitazione pubblica. Era effettivamente questa coabitazione che mancava ancora tra Maria e Giuseppe. Così – come vedremo meglio in seguito – va intesa infatti l’espressione: «Prima che venissero a stare insieme», sia in considerazione delle espressioni dei seguenti versetti 20.24: «Prendere», «Prese la sua sposa», che significano ovviamente far entrare e coabitare nella propria casa Maria, sia perché il non uso del matrimonio – che alcuni ritengono indicato con quella frase – è espresso invece nel versetto 25 dall’eufemismo “non conoscere (cf. Gen 4,1.17; Lc 1,34) [...].

 

Misterioso silenzio 

Ed ora la Madonna Santissima e san Giuseppe ci illuminino nella umile analisi che ci proviamo di fare dei loro intimi sentimenti. 

Il riserbo silenzioso di Maria è certo incredibilmente profondo. Per tre gravi ragioni Ella avrebbe dovuto parlare col diletto suo sposo. Innanzi tutto per omaggio alla sua autorità maritale. Era lui il capo di famiglia, a lui apparteneva la sua persona di sposa e conseguentemente a lui apparteneva pure il divin frutto del suo purissimo seno, con un titolo giuridico di appartenenza – come vedremo ampiamente in seguito – ben superiore a quello delle comuni paternità adottive, nelle quali il fanciullo adottato è nato da altra madre e non dalla sposa. Poi per la necessaria affettuosa intimità di buoni sposi tra loro, che se doveva indurli a una grande apertura reciproca in tutte le cose anche puramente personali, molto più lo doveva per fatti che avrebbero avuto tanta imminente risonanza nella famiglia stessa. Infine per impedire caritatevolmente tanta ansiosa pena al cuore di Giuseppe, pena ed ansie facilmente intuibili e che di fatto vennero a ferire quel giusto in modo acutissimo, come il Vangelo lascia comprendere. 

Per capire bene la portata di questi tre grandi motivi che parrebbe avessero dovuto indurre Maria Santissima a spiegarsi con il suo sposo – e per comprendere meglio anche altri punti riguardanti la Sacra Famiglia – bisogna riflettere sulla sublime perfezione del matrimonio della Madonna con san Giuseppe. Escluso in esso ogni elemento materiale, incompatibile con la verginale castità eletta dalla Madonna – e ovviamente, in corrispondenza, anche da san Giuseppe – vi doveva essere una unione e armonia di cuori e di affetti straordinariamente perfetta. 

A prescindere infatti anche dall’appellativo di «giusto»dato a Giuseppe nel Vangelo, non è ordinatamente concepibile che il Signore, che si era preparato una Madre così perfetta, non avesse anche corrispondentemente preparato, arricchendolo delle più sublimi grazie, lo «sposo» della Madre sua, il capo della famiglia e quegli che, con piena verità legale, Egli avrebbe chiamato “Padre”. Ciò è tanto più evidente, in quanto senza l’armonia di cuori e quindi la comprensione e affettuosa intimità tra Maria e Giuseppe, l’armonia stessa tra Gesù e Maria sarebbe mancata del naturale appoggio: alla Sacra Famiglia sarebbe mancato il fulcro normale. 

Ora si badi che dire armonia e comprensione rispetto al Cuore Immacolato della Madre di Dio, è affermare la più sublime grandezza in san Giuseppe e la più ineffabile congiunzione di cuori. Si pensi quale grandezza e, per restar anche solo all’angelica virtù, quale castissimo cuore doveva avere quel giusto al quale appartenevaquale sposa, la Vergine Immacolata. L’estrema perfezione di uno dei due sposi, la perfezione cioè di Maria, creava una specie di dilemma nei riguardi dell’altro: o massima perfezione anche in esso e massima armonia col cuore di Maria e allora si aveva veramente la più sublime unione matrimoniale; o scarsa perfezione e quindi, relativamente a Lei in quanto così altamente perfetta, massima discordanza, e si aveva la più infelice unione. Non potendosi ammettere questa seconda ipotesi, si deve affermare la prima. 

Alla luce di questa perfetta armonia di mente e di cuore della Vergine con Giuseppe, si comprenderà bene quale potente impulso dovesse spingere la Madonna a onorare l’autorità maritale di lui confidandogli il grande segreto, a dimostrargli in tal modo la più giusta e affettuosa intimità, per impedirgli tanta angosciosa pena. Eppure Ella tacque completamente. Essa vedeva il suo diletto sposo pensoso, e taceva; ne intuiva l’interna crudelissima angoscia, poteva con una parola trasformare tale angoscia in un comune nuovo «Magnificat», e pur taceva. Taceva, come chi non avesse cuore, Colei che lo aveva traboccante di carità, ricolmo di tenerezza materna, pieno della più dolce premura di sposa! Profondo mistero! 

Eroico abbandono in Dio 

Ci vuol ben altro, per chiarire l’enigma, che la sbrigativa soluzione di coloro che non vedono in ciò che lo spontaneo pudico silenzio di una riservata fanciulla divenuta madre! Risulta invece, per le ragioni suddette, che doveva essere spontaneo proprio il contrario. Trattandosi di meraviglie così altamente soprannaturali, le labbra di Maria, invece che esser trattenute dal pudore, dovevano con pena contenere, di fronte al sensibile svolgersi della sacrosanta umanità del Signore nel suo purissimo seno, un nuovo cantico di riconoscenza, come un tempo con Elisabetta. 

La soluzione dell’enigma, la spiegazione cioè di questo misterioso atteggiamento di Maria, che sembrerebbe tradire tanta durezza, va proprio trovata invece nell’amore che inondava il suo Immacolato Cuore. La carità la congiungeva prima di tutto intimamente a Dio. La sua materna tenerezza prima di irradiarsi sugli altri si riversava tutta sul suo divin Figlio; e la sua delicatissima premura di sposa – Lei, mistica Sposa dei cantici – la volgeva innanzi tutto al suo Dio, a penetrarne i desideri anche più piccoli, a raccogliere del divino Spirito tutte le ispirazioni. Il fiat della sua amorosa immolazione al divino Volere la rendeva assetata di conformità a questa divina Volontà, al di fuori della quale niente poteva essere amabile, desiderabile, veramente santo. 

Da tutto il complesso dei fatti Ella dovette pertanto intuire che i divini prodigi avvenuti in Lei, come al loro inizio erano stati preparati, compiuti e rivelati direttamente da Dio, col ministero degli angeli, così – coerentemente – lo sarebbero stati nel loro svolgimento e nella loro consumazione. A Lui dunque doveva affidarsi, abbandonarsi in tutto interamente a Lui. Se il gran mistero del concepimento del Verbo Incarnato e quindi della sua divina Maternità s’era compiuto a insaputa di san Giuseppe, se l’Angelo che a Lei era apparso ed era pure apparso a Zaccaria non aveva ancora rivelato niente al suo sposo, un motivo doveva esserci e bisognava rispettosamente lasciar fare al Signore e ancora pazientemente aspettare. 

Che nei disegni di Dio ci fosse effettivamente la volontà di intervenire direttamente in tutti i particolari riguardanti la nascita del Redentore le era stato confermato, del resto, dalle circostanze assai significative della visita a santa Elisabetta. Non fu essa a Lei suggerita, sia pure velatamente, dall’arcangelo Gabriele stesso? Non trovò già divinamente preparato il terreno e illuminata l’interlocutrice, prima che Lei parlasse, onde essere indotta a intonare il Magnificat e ad aprire il suo animo? [...]. 

Ben a ragione dunque la divina Madre rimise il momento della rivelazione completamente al Signore. Fede sconfinata in Dio e nella sua Provvidenza, conformità amorosissima al suo volere, eroismo di immenso sacrificio: ecco gli splendori di Maria, fulgenti di vivissima luce, in questa occasione. E tutto questo venne attuato con un profondo, vorremmo dire, divino silenzio, corrispondente proprio ai profondi silenzi di Dio, dietro i quali maturano i fatti, si preparano gli interventi della Provvidenza divina. 

Saper attendere: tale il grande insegnamento di questo episodio. Saper attendere fiduciosamente ed eroicamente il momento di Dio. E si rifletta, per comprendere tutto l’eroismo di questa silenziosa attesa, che le ansie di Giuseppe non poterono sorgere tutte ad un tratto. I segni della maternità, prima incerti, si andavano poi man mano, secondo le comuni leggi fisiologiche delle madri, accentuando. E pur restando in quei primi mesi sempre con i limitati caratteri esterni incipienti, diventavano sempre più sicuri, specialmente all’occhio della parentela femminile di Lei, che non restò certo in silenzio. 

La Vergine che aveva per vari mesi – tutto il tempo di permanenza da Elisabetta – compiuto l’eroismo di nascondere il grande segreto al dilettissimo sposo, era ora sottoposta al ben più grande eroismo di seguitare a tacere, pur intuendo le progressive ansie e i progressivi timori di lui. E se effettivamente il tempo prestabilito per il matrimonio solenne era imminente, così da aver costituito un motivo del pronto ritorno di Maria, allo scadere dei tre mesi, le ansie erano ancor più cocenti. 

Ma non c’era che una cosa da compiere: attendere l’ora di Dio.

 

/ continua

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