SPIRITUALITÀ
La devozione agli angeli, un tesoro per i Francescani
dal Numero 29 del 1 agosto 2021
di Padre Stefano M. Manelli, FI

Quanta luce di sapienza negli insegnamenti del Serafico Padre, soprattutto per i suoi figli, che dovrebbero portare fedelmente avanti questo “tesoro” della sua devozione agli angeli, immunizzandosi contro la secolarizzazione che ottenebra la mente e aliena ogni pensiero che possa andare oltre il mondo e i suoi interessi materiali o carnali.

La devozione di san Francesco agli angeli è sicuramente diventata fervida e continua dal giorno in cui egli decise di riparare la chiesetta di Santa Maria degli angeli, detta la “Porziuncola.

Già il Celano afferma che secondo san Francesco «il luogo che conteneva la chiesetta di Santa Maria della Porziuncola era favorito e onorato di grazie celesti più abbondanti e da frequenti visite di spiriti angelici» (Fonti Francescane [FF], n. 503), e san Bonaventura aggiunge che proprio là, nella “Porziuncola”, san Francesco «godeva spesso della visita degli angeli [...]. Perciò la scelse come sua residenza, a causa della sua venerazione per gli angeli e del suo speciale amore per la Madre di Cristo» (Ff 1048).

Inoltre, ancora san Bonaventura spiega l’intonazione tutta mistica e sublime con cui il Serafico Padre era unito sempre agli angeli e li amava con grande fervore. Scrive infatti san Bonaventura, affermando che san Francesco «agli spiriti angelici, i quali ardono di un meraviglioso fuoco, che infiamma le anime degli eletti e le fa penetrare in Dio, era unito da un inscindibile vincolo d’amore» (Ff 1166). Anche qui è presente la seraficità dell’amore di san Francesco.

E non è certamente un insegnamento da poco, questo di san Francesco d’Assisi nei riguardi degli angeli. E abbiamo davvero tutti da imparare la devozione di san Francesco agli angeli, a questi spiriti celesti che si fanno presenti con frequenza nella vita del Serafico Padre.

Il Celano, infatti, porta ragioni belle e convincenti sulla devozione di san Francesco agli angeli: ragioni che possono valere ancor più per noi, che siamo molto più bisognosi di aiuto e di assistenza. Il Celano ci fa perciò sapere che san Francesco «venerava col più grande affetto gli angeli, che sono con noi sul campo di battaglia e con noi camminano in mezzo all’ombra della morte. Dobbiamo venerare, diceva, questi compagni che ci seguono ovunque e allo stesso modo invocarli come custodi. Insegnava che non si deve offendere il loro sguardo, né osare alla loro presenza ciò che non si farebbe davanti agli uomini» (Ff 785).

Quanta luce di sapienza in questi insegnamenti del Serafico Padre, soprattutto per noi Francescani, suoi figli, che dovremmo portare fedelmente avanti questo “tesoro” della sua devozione agli angeli, e che invece siamo così secolarizzati ormai e ottenebrati dalla vita intramondana che ci aliena ogni pensiero che possa andare oltre il mondo e i suoi interessi materiali o carnali. Chi ci libererà da questo penoso ottenebramento capace di renderci grossolani, dimentichi di realtà nobili ed elevanti come quella della presenza degli angeli «che sono con noi sul campo di battaglia»? Ed essi sono con noi proprio per aiutarci, illuminarci, consigliarci, guidarci: come possiamo trascurare e sciupare questi amici così grandi e benevoli, non facendo neppure caso della loro presenza?... 


Angeli e musica

Delicati e belli sono i due episodi in cui san Francesco ha bisogno – anche lui! – di un po’ di musica, e vengono gli angeli a servirlo per allietarlo. 

Racconta san Bonaventura: «Una volta il Santo, prostrato da molte malattie insieme, sentì il desiderio di un po’ di bella musica, che gli ridonasse la gioia dello spirito.

Convenienza e decoro non permettevano che ciò avvenisse ad opera degli uomini, e allora intervennero gli angeli compiacenti a realizzare il suo desiderio.

Infatti, una notte, mentre vegliava in meditazione, improvvisamente sentì una cetra suonare con un’armonia meravigliosa e una melodia dolcissima. Non si vedeva nessuno, ma si avvertiva benissimo l’andare e venire del citaredo dal variare del suono, che ora proveniva da una parte ed ora dall’altra.

Rapito in Dio, a quel canto melodioso, fu invaso da tanta dolcezza che credette di trovarsi nell’altro mondo» (Ff 1100).

Nel libro dei Fioretti, ancora, leggiamo che un giorno, sentendosi san Francesco spossato nel corpo, per le astinenze e per le lotte contro i demoni, desiderando confortare un po’ il corpo, «cominciò a pregare Iddio che gli concedesse la grazia di assaggiare un poco di quel gaudio dei beati in cielo; e stando in questo pensiero, subito gli apparve un angelo con grandissimo splendore, il quale aveva una viola nella mano sinistra, e l’archetto nella destra; e stando san Francesco tutto stupefatto alla vista di questo angelo, questi menò una volta l’archetto sopra la viola, e subito tanta soavità di melodia addolcì l’anima di san Francesco e la sospese da ogni sentimento corporale, in maniera tale che, come disse lui stesso ai suoi compagni, pensava che se l’angelo avesse tirato un altro colpo di archetto, l’anima si sarebbe separata dal corpo» (Ff 1914). 

Queste stesse cose avvenivano in uno dei santi figli di san Francesco dei nostri tempi, nel secolo scorso: avvenivano nella vita di san Pio da Pietrelcina, del quale è stato scritto anche qualche volume intero di episodi straordinari sulla presenza degli angeli attorno a lui, e soprattutto del suo angelo custode. Episodi, miracoli, grazie…: è stata una ricchezza di angelofania che forse può stare benissimo accanto a quella di san Francesco d’Assisi, dopo otto secoli di tempo! Così come è vero che nella “Porziuncola” di Santa Maria degli Angeli, ancora oggi, a qualche figlio di san Francesco è successo, qualche volta, di sentire i cori degli angeli che san Francesco sentiva!

La devozione a san Michele arcangelo

Tra tutti gli angeli del Paradiso, san Francesco preferiva sicuramente l’arcangelo san Michele, il Principe delle schiere angeliche del Paradiso. Già nei suoi scritti primari, il Serafico Padre non mancava mai di includere san Michele in molte cose importanti. 

Così leggiamo nel capitolo XVIII della Regola non bollata: san Francesco stabilisce che «ciascun ministro può riunirsi con i suoi frati, ogni anno [...] nella festa di san Michele arcangelo per trattare delle cose che riguardano Dio» (Ff 50). E nel capitolo XXIII, in una preghiera corale rivolta a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, fa pregare la divina Madre con tutti i cori degli angeli e dei santi insieme, nominando prima, espressamente «il beato Michele, Gabriele, Raffaele» (Ff 67).

E ancora, nella sublime preghiera mariana nella quale san Francesco chiede alla Madonna di pregare le tre Persone della Santissima Trinità per noi, domanda espressamente alla divina Madre di pregare «per noi con san Michele arcangelo e con tutte le virtù dei cieli» (Ff 281). Appare ben evidente, già da questi tre punti citati, che san Michele arcangelo per il Serafico Padre, per importanza e prestigio viene subito dopo la Beatissima Madre di Dio, nel Regno dei cieli.

Possiamo noi chiederci: perché san Francesco ha questa particolare preferenza per san Michele arcangelo?... C’è qualche motivo speciale?... Oppure, è soltanto perché l’arcangelo san Michele è il Principe dei cori angelici?... Di certo, questo potrebbe anche essere davvero un motivo serio e sufficiente. Ma viene ugualmente da pensare che per il Serafico Padre ci possa essere un motivo di interesse particolare che sarebbe bene conoscere anche noi, suoi figli.

Già il Celano, in effetti, ci fa conoscere l’interesse di san Francesco nell’inculcare una devozione speciale all’arcangelo san Michele. Scrive infatti il Celano affermando che il Serafico Padre «ripeteva spesso che si deve onorare in modo più solenne il beato Michele, perché ha il compito di presentare le anime a Dio» (Ff 785). Qui c’è un motivo di interesse non soltanto grande, ma primario. Se san Michele, infatti, «ha il compito di presentare le anime a Dio», al momento della nostra morte, la cosa è per ciascuno di noi estremamente importante!

Sapendo ciò, chi potrebbe non avere interesse a voler vedere al primo momento dopo la sua morte san Michele “contento” nel prendere la sua anima per presentarla a Dio?... Ma la contentezza dell’arcangelo san Michele non dipenderà anche dalla nostra devozione verso di lui, quaggiù sulla terra?... Non è allora davvero importante questa devozione fervida all’arcangelo san Michele?...

Qui si comprende bene, allora, la chiara preferenza di san Francesco nei riguardi di san Michele, a vantaggio non soltanto della sua anima, ma anche nostro e di tutte le anime da salvare per il Regno dei cieli. Così scrive, infatti, san Bonaventura, spiegando molto bene, con incisività, che il Serafico Padre «per il beato Michele Arcangelo, dato che ha il compito di presentare le anime a Dio, nutriva particolare devozione e speciale amore, dettato dal suo fervido zelo per la salvezza di tutti i fedeli» (Ff 1166). 

Il Celano, da parte sua, non è meno esatto nel farci comprendere l’interesse del Serafico Padre verso san Michele, non soltanto per sé, ma anche per noi. Scrive egli di fatto che san Francesco «ripeteva spesso che si deve onorare in modo più solenne il beato Michele, perché ha il compito di presentare le anime a Dio» (Ff 785). Qual è quindi la nostra devozione nei riguardi dell’arcangelo san Michele?... Certo, a quei tempi, era la stessa Liturgia che affermava espressamente il compito di san Michele «di presentare le anime a Dio», e lo affermava sia nell’Ufficio liturgico per la festa di san Michele (29 settembre), sia in ogni Messa dei defunti. Oggi non c’è più l’aiuto della Liturgia, ma c’è sempre l’insegnamento della devozione del Serafico Padre per noi.

Il Celano, infatti, continua a scrivere che san Francesco, «ad onore di san Michele, tra la festa dell’Assunzione e la sua, digiunava con la massima devozione per quaranta giorni. E diceva: Ciascuno ad onore di così glorioso principe dovrebbe offrire a Dio un omaggio di lode o qualche altro dono particolare”» (Ff 785). Come sempre, nella vita spirituale si va avanti a seconda dell’impegno personale con cui vogliamo ottenere una grazia. Dalla nostra devozione fervida a san Michele, dunque, dipende la grazia del suo aiuto speciale nell’attimo subito dopo la nostra morte.

La quaresima più famosa che san Francesco fece, fra le molte fatte nella sua vita, fu proprio quella fatta in onore di san Michele arcangelo, sul monte della Verna, nel 1224, due anni prima della sua santa morte. La quaresima iniziava dopo la solennità dell’Assunzione di Maria al Cielo, per quaranta giorni, fino alla festa di san Michele, che cadeva il 29 settembre. E fu proprio durante questa quaresima in onore di san Michele – il 14 settembre, festa della Santa Croce –, che il Serafico Padre ebbe quella straordinaria apparizione del Serafino crocifisso, che impresse al vivo le cinque piaghe sanguinanti di Gesù Crocifisso nel corpo di san Francesco, alle mani, ai piedi e al costato.   

Si potrebbe pensare che, preparato dalla Madonna, con la celebrazione della Solennità di Maria Santissima Assunta nella gloria del Cielo (il 15 agosto), e assistito da san Michele arcangelo, di cui stava facendo la santa quaresima sul monte della Verna, san Francesco d’Assisi, il 14 settembre seguente, ha affrontato e vissuto l’evento più straordinario della sua vita spirituale, della sua sublime esperienza mistica, della sua trasformazione anche visibile e corporea nel divino Crocifisso, secondo il particolarissimo piano d’amore di Dio, per la salvezza di tante anime.   

Può essere intanto ben significativo che san Michele arcangelo – molto vicino a san Francesco che sul monte della Verna stava facendo la quaresima in onore di lui –, abbia spiritualmente assistito il Serafico Padre san Francesco nell’evento straordinario della sua cruenta stimmatizzazione: evento di grazia trascendente che può discendere soltanto dal più alto dei Cieli. È significativa quella presenza di san Michele arcangelo, in effetti, perché fa comprendere quanto questo Principe dei Cori angelici sia grande e sia capace di fare e far fare cose grandi.

San Michele fa molte grazie

Nelle Fonti Francescane, al riguardo, c’è un episodio molto significativo e istruttivo, raccontato nei Fioretti di san Francesco.

Si parla dunque di un giovane santo, frate Pietro da Monticello, che fu visto in estasi, sollevato da terra fino ai piedi del Crocifisso, nell’ultimo giorno della quaresima che stava facendo in onore di san Michele arcangelo. Un altro giovane frate si era messo studiosamente nascosto per assistere a qualcuno dei fenomeni mistici di frate Pietro. E difatti, quel giovane udì che frate Pietro stava parlando con san Michele arcangelo. Udì appunto san Michele che diceva a frate Pietro: «Frate Pietro, tu ti sei affaticato fedelmente per me, e in molti modi hai afflitto il tuo corpo; ecco io sono venuto a consolarti affinché tu domandi qualunque grazia tu voglia, e io te la voglio impetrare da Dio»

Rispose frate Pietro: «Santissimo Principe della milizia celestiale, fedelissimo zelatore dell’amore divino e pietoso protettore delle anime, io ti domando questa grazia, che tu mi impetri da Dio il perdono dei miei peccati».

Rispose san Michele: «Chiedi altra grazia, perché questa te l’otterrò io facilissimamente». E frate Pietro non domandando altra cosa, l’Angelo concluse: «Io per la fede e devozione che tu hai per me, ti procuro questa grazia che tu mi chiedi e molte altre» (cf. Ff 1879).

La grazia del “perdono di tutti i peccati”, nessuno dirà che questa sia una piccola grazia. Tutt’altro. Ebbene, per san Michele arcangelo ottenere una simile grazia è cosa davvero “facilissima”. Grandezza, anche qui, e potenza del santo Principe delle schiere angeliche. Ma anche grandezza, valore e preziosità della devozione a san Michele arcangelo che può ottenere questa grande grazia “facilissimamente”. E chi non ne avrebbe bisogno, soprattutto in punto di morte?...

Ravvivare la devozione

Avanti, perciò, nel riprendere questa devozione fervida al Principe degli angeli, devozione che fu molto cara al Serafico Padre, e anche a molti santi francescani, fino a san Pio da Pietrelcina, chiamato il “Crocifisso del Gargano”, così come san Francesco è chiamato il “Crocifisso della Verna”. Il Gargano è appunto la montagna di san Michele arcangelo, dove si trovano le Grotte-Santuario della celeberrima apparizione di san Michele arcangelo. Colà si recò lo stesso san Francesco d’Assisi in devoto pellegrinaggio al Principe degli angeli. Lo stesso, nel secolo scorso, fece san Pio da Pietrelcina, che poi visse più di cinquant’anni, fino alla morte, a San Giovanni Rotondo, ossia a meno di 30 km da Monte Sant’Angelo.

C’è chi ha scritto che la devozione francescana a san Michele arcangelo non c’è più. La cosa sicuramente dispiace, se è vera. Ma non dobbiamo fermarci e credere che non si possa o non si debba più riprendere una devozione che è stata così cara al Serafico Padre e a molti Santi francescani, fino a san Pio da Pietrelcina, che non è morto cento o duecento anni fa, ma soltanto nel 1968. E proprio san Pio ha cercato di far coltivare a molti la devozione a san Michele. Difatti, egli invogliava ad andare a far visita o pellegrinaggio a san Michele, e spesso dava per penitenza, in Confessione, le preghiere anche lunghe a san Michele arcangelo.

Noi francescani abbiamo il dovere di non far sparire questa devozione a san Michele arcangelo, che fu devozione fervida del nostro Serafico Padre, e dobbiamo, perciò, impegnarci subito a riprenderla, riviverla e farla rivivere anzitutto ai nostri confratelli, tutti figli di san Francesco, puntando molto su qualche preghiera personale frequente, e soprattutto sulla stessa Quaresima di san Francesco, che inizia dopo la solennità dell’Assunta fino al 29 settembre, festa del Santo Principe degli Angeli; e la quaresima si può fare con il digiuno o con qualche penitenza giornaliera equivalente.

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