SPIRITUALITÀ
Pasqua, la notte brillerà come il giorno.
dal Numero 14 del 4 aprile 2021
di Carlo Codega

Con il suggestivo rito della benedizione del fuoco e la processione del cero pasquale ha inizio quel mistico duello tra luce e tenebre che si dipana lungo la Veglia pasquale per concludersi con la definitiva vittoria della luce nel mattino di Pasqua. Una multiforme e affascinante simbologia, che il Preconio pasquale raccoglie e svela meravigliosamente.

La straordinaria opera della Creazione, con cui l’Onnipotente con un atto della sua volontà dal nulla fece scaturire tutte le cose, iniziò con la creazione della luce: «Sia la luce» (Gen 1,3). Una luce misteriosa, quella del terzo versetto della Genesi, perché – al contrario di quanto siamo abituati – non proveniente dagli astri luminosi, che saranno creati solo il quarto giorno, ma direttamente da Dio, quasi come se fuoriuscisse dalla sua stessa essenza, facendosi largo tra le tenebre del nulla. Basterebbe anche solo questo per comprendere il simbolismo della luce nell’immaginario cristiano e per capire come lo stesso Cristo, in più occasioni, la applichi a se stesso: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). E basta anche solo questo per invitarci, mistagogicamente, ad entrare nella Liturgia della veglia pasquale, che trova una sua solenne introduzione nel famoso preconio pasquale, cantato dal diacono al principio della celebrazione, appena dopo la benedizione del fuoco nuovo e il rito del Lumen Christi. La luce è protagonista dell’intera veglia pasquale, prima in una sorta di lotta tra luce e tenebre, e poi nel suo trionfo, di cui un solenne preannuncio è proprio costituito dall’Exsultet, ovvero il preconio pasquale.

La Veglia pasquale: dalla notte al giorno

Dobbiamo pensare infatti che anticamente la veglia pasquale era una lunga veglia condotta durante la notte in attesa del sorgere del sole, simbolo di Cristo: solo nel momento in cui il sole avrebbe cominciato a illuminare la terra e a spingere i suoi raggi, attraverso le vetrate, sin nelle aule delle chiese (o più anticamente nelle stanze delle Domus Ecclesiae), i “figli della luce” avrebbero potuto celebrare il rito del Battesimo e quello della Sacra Eucaristia, ma per il momento, nelle tenebre e con l’ascolto della parola di Dio, bisognava prepararsi al sorgere del sole, preannunciate dalle poche lampade ad olio che garantivano un minimo di visibilità. Le veglie erano in realtà celebrate in preparazione di tutte le domeniche dell’anno, in quanto il Cristianesimo primitivo, benché la celebrazione della Pasqua stessa sia stata quasi da subito introdotta nel calendario liturgico, era molto più sensibile del nostro nel cogliere l’aspetto pasquale di ogni domenica. Col passare del tempo la struttura delle veglie fu comunque ristretta alla veglia pasquale, la quale, per la sua unicità ed eminenza, si arricchì di molti suggestivi riti complementari, atti ad esprimere il contenuto spirituale e teologico della festa centrale dell’Anno liturgico.

Ad ogni modo, dobbiamo immaginarci questo progressivo rituale passaggio dalle tenebre alla luce: all’inizio della veglia, quando il sole era ormai tramontato, le chiese erano buie e le lampade rimanevano spente, mentre un suggestivo rito di benedizione del fuoco – ancora esistente nei vespri ambrosiani e nella sola veglia pasquale del Rito romano – iniziava un duello tra la luce e le tenebre da combattere nella penombra della chiesa. Nella veglia pasquale questo momento di combattimento prese la forma del rito del Lumen Christi: mentre il cero pasquale (oppure un particolare candelabro detto “arundine”) avanza lungo la navata della chiesa, si celebra la “Luce di Cristo”, fermandosi tre volte lungo il tragitto, facendo un solenne annuncio a tono di voce crescente e inginocchiandosi davanti alla luce nuova di Cristo Risorto, che progressivamente si fa spazio tra le tenebre dell’edificio sacro. Poi ecco che, una volta che il cero pasquale ha trovato posto sull’altare – da dove non si sposterà se non alla fine del Tempo pasquale –, il diacono inizia a cantare la sua lode – la laus cerei – che non è altro che il preconio pasquale, detto anche Exsultet, dal significativo incipit del suo testo.

E Luce fu...

La prima riflessione su questo momento liturgico ci riporta proprio alla luce della Genesi, e tale menzione non è per nulla gratuita e fantasiosa, considerando che la prima Lettura della veglia pasquale – in tutte le forme del Rito romano – è proprio il racconto della Creazione. L’intera Liturgia della Parola della veglia pasquale va intesa infatti nel puro senso ebraico della midrash, dove il testo biblico viene letto in chiave attualizzante, ovvero compreso alla luce dell’evento che si celebra, in modo tale che non sia solo “ricordato” ma “riattualizzato”, rivissuto nel presente: per questo più volte nel corso del testo del preconio il diacono insiste che “questa è la (stessa) notte” (Haec est nox) in cui gli ebrei furono liberati dalla schiavitù egiziana e in cui l’agnello fu ucciso. Ciò vale anche per il testo genesiaco. Difficile immaginare cosa sia successo all’inizio del tempo, quando Dio Creatore, esistente da sempre nell’eternità, dà inizio all’universo e alla storia con un atto della sua volontà. L’unico modo in cui la mente può figurarsi la creazione della luce, con cui Dio inizia la sua meravigliosa opera creatrice, è quello di un progressivo irradiarsi di questa nelle tenebre del non essere, nelle tenebre del nulla. Chiaro che tutto ciò non è che un’immagine figurativa, con cui rappresentarsi un evento inaccessibile alla nostra mente. Tuttavia proprio questo progressivo incedere della luce sembra ben rappresentato dalla “luce nuova” che al principio della veglia pasquale viene condotta lungo la navata della chiesa dal diacono. Una luce portata da fuori – dal sagrato della chiesa – e scaturita dal fuoco nuovo, generato dalla silice, e che irrompe tra le tenebre, facendosi progressivamente strada, fino all’altare principale.

Inoltre va segnalato che nel Rito antico la luce nuova viene portata dal diacono il quale, unico tra tutti i ministri, veste già i paramenti bianchi anziché quelli viola, tipici della celebrazione vigiliare. La Pasqua è infatti, nella tradizione ecclesiastica, l’ottavo giorno, nel senso che segue al sabato ebraico (il settimo giorno) senza però riniziare il cerchio chiuso della settimana ebraica, ma aprendosi ad una nuova epoca, contraddistinta dalla Risurrezione di Cristo. In tal senso l’ottavo giorno, la Pasqua, è come una nuova “Creazione”, o meglio una “Ri-creazione”, nel senso che la natura umana creata già in grazia in Adamo ed Eva, ma caduta in disgrazia con il peccato originale, viene “ricreata” in grazia tramite la Morte e Risurrezione di Cristo. In tal senso la Pasqua è un’effusione di luce creatrice che si spande sull’universo e per questo, a giusto titolo, il preconio pasquale può cantare: «Gaudeat et tellus tantis irradiata fulgoribus, et, aeterni Regis splendore illustrata, totius orbis se sentiat amisisse caliginem» («Gioisca anche la terra, inondata da così tanto fulgore e, illustrata dallo splendore dell’eterno Re, senta scomparire le tenebre di tutto il mondo»).

Non solo la terra però, ma anche la Chiesa in generale e i fedeli presenti in particolare, «radunati alla solare chiarezza di questa nuova luce» («astantes vos ad tam miram huius sancti luminis claritatem») che si specchia nei lumi che brillano nel tempio, può gioire di questa nuova luce “creatrice”. Una luce ri-creatrice che non procede più dalla Parola di Dio («E Dio disse...»), ma dal Verbo di Dio incarnato, dal suo corpo glorioso risorto, rappresentato proprio dal cero pasquale, del quale il diacono intesse la lode.

La colonna di fuoco


C’è però nell’Exsultet un riferimento biblico ben più esplicito di quello che abbiamo già rinvenuto: è il riferimento alla fuga degli ebrei dall’Egitto e al loro passaggio nel Mar Morto («Haec nox est, in qua primum patres nostros, filios Israel eductos de Aegypto, Mare Rubrum sicco vestigio transire fecisti»), che era in effetti l’oggetto della festa ebraica della Pesach, la festa del “passaggio” degli ebrei nel Mar Rosso e della loro liberazione dalla schiavitù egiziana, segno della presenza di Dio con loro, in quanto popolo eletto.

Non a caso tra le Letture della veglia pasquale, sia nella forma antica che in quella nuova del Rito romano, vi è anche quella della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Come è ben noto l’itinerario degli ebrei nel deserto fu guidato da una colonna di nubi di giorno e da una colonna di fuoco di notte, ed è proprio a quest’ultima colonna che fa riferimento il preconio pasquale: «Sed iam columnae huius praeconia novimus, quam in honorem Dei rutilans ignis accendit» («Riconosciamo nella colonna gli antichi presagi di questo lume pasquale, che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio»).

In effetti la particolare forma del cero pasquale, ricorda proprio la colonna che guidava gli ebrei nel deserto: anzi in certe realizzazioni artistiche nelle basiliche paleocristiane e più tarde il cero pasquale assunse proprio la forma di una vera e propria colonna di marmo o di altra pietra, finemente ornata e decorata, sul cui culmine veniva innestata la candela di cera. Tra le due colonne, poi, il cero senza ombra di dubbio è proprio la colonna di fuoco che guidava gli ebrei nel deserto di notte e la processione di ingresso con la cerimonia del Lumen Christi è proprio una realizzazione efficace di questa. Nel buio della chiesa infatti si fa largo il cero illuminato, che viene seguito dai ministri, dal clero e da tutto il popolo in ordinata processione verso l’altare, dove si celebrerà la Santa Messa, dopo l’astinenza dei giorni precedenti.

Tutto ciò per indicare che, come il popolo dell’Antica Alleanza veniva guidato nel deserto da questa colonna, affinché tra le sabbie insidiose del deserto e la tenebra accecante della notte non perdesse la strada verso la libertà e la Terra promessa, così il popolo della Nuova Alleanza, non si perda nelle insidie del mondo e nelle tenebre del peccato, ma riguadagni la libertà seguendo la luce di Cristo, nostro Liberatore e Redentore. Per questo il diacono può cantare nel preconio: «Haec ígitur nox est, quae peccatórum ténebras colúmnae illuminatióne purgávit» («Questa è la notte in cui hai vinto le tenebre dei peccati con la luce della colonna»)...

Seguendo la colonna di fuoco, che è il cero pasquale, la Chiesa dunque guadagna la sua libertà dalle tenebre del peccato, ma questo solo per un motivo: perché questo cero e questa luce non sono altro che Cristo.

La luce di Cristo Risorto

Tutto quello che abbiamo detto sino a qui è vero, solo se teniamo presente che, appunto, nella veglia pasquale l’intera storia del popolo d’Israele nei suoi eventi più significativi è riletta nel suo compimento che si realizza in Cristo, il Messia promesso e atteso da secoli. Dunque la luce che si aspetta non è in effetti la luce della Creazione, o la colonna di fuoco del popolo d’Israele, ma Cristo Risorto stesso. È del resto lo stesso preconio pasquale – la lode del cero pasquale – a suggerirci questa chiave di lettura della veglia e dell’intero mistero pasquale. La luce del cero proviene infatti dal fuoco nuovo, che – almeno secondo il metodo tradizionale – non doveva venire da sistemi artificiali (come accendini), ma dalle scintille scaturite dallo sfregamento di pietre ferrose. In tal modo, infatti, si rappresentano bene due cose: la prima è che la luce proviene direttamente da Cristo, “la pietra angolare” (come ricorda la benedizione del fuoco), che con la sua Passione e Morte (lo sfregamento della pietra) dà al mondo la luce e la vita divina, nascosta sotto il suo aspetto umano. In secondo luogo ricorda come la luce della Risurrezione di Cristo è scaturita effettivamente da una pietra, cioè dalla pietra del Santo Sepolcro, nel quale il corpo di  Cristo fu deposto. E così dopo che dalla pietra è scaturito il fuoco, da questo si può attingere la luce per il cero pasquale che, portato dal diacono, può entrare nella navata della chiesa per scacciare le tenebre. Fatto sta che il mistero della Risurrezione di Cristo è, per eccellenza, un mistero luminoso, un Trionfo della Luce, della Luce della vita e della grazia, che trionfa sulla morte e sul peccato. E in effetti è questo proprio il centro del preconio pasquale nel quale, con il pretesto di lodare la luce del cero che trionfa sulle tenebre, o di inneggiare alla notte stessa, in realtà canta il trionfo di Cristo sul peccato: «Questa è la notte che sottraendo ai vizi del mondo e alla caligine del peccato quanti credono in Cristo, in tutto l’orbe li rende alla grazia e li riunisce ai santi. Questa è la notte, nella quale, rotti i vincoli della morte, Cristo vincitore sorge dagli inferi».

Della luce di Cristo Risorto però il preconio pasquale ci dà altre due immagini significative. La luce del Risorto, infatti, non è destinata ad essere una candela che può spegnersi o un cero che, prima o poi, si consumerà, bensì deve splendere per l’eternità. Desiderando dunque che il «cero consacrato ad onore del tuo nome per dissipare le tenebre di questa notte, bruci senza sosta» («Ut Céreus iste in honórem tui nóminis consecrátus, ad noctis huius calíginem destruéndam, indefíciens persevéret»), il preconio chiede che la luce del cero pasquale si mescoli alla luce degli astri, in particolare de «l’Astro del mattino, l’Astro che non conosce tramonto» («Flammas eius lúcifer matutínus invéniat: Ille, inquam, lúcifer, qui nescit occásum»), immagine di Cristo che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena («Christus Filius tuus, qui, regressus ab inferis, humano generi serenus illuxit»).

In secondo luogo, prendendo pretesto dall’accensione delle candele dell’altare e delle lampade della chiesa a partire dal lume del cero pasquale stesso, la “Lode del cero” ricorda la straordinaria proprietà della luce di comunicarsi senza esaurirsi: «Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore, ma si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada» («Qui licet sit divísus in partes, mutuáti tamen lúminis detriménta non novit. Alitur enim liquántibus ceris, quas in substántiam pretiósae huius lámpadis apis mater edúxit»). Allo stesso modo infatti Cristo, partecipando agli uomini la sua vita divina tramite la grazia santificante, non viene impoverito ma mantiene in sé la pienezza della divinità e della santità.

La lode del cero e la lode della luce diviene poi, in un ribaltamento prospettico su cui si innesta la trama stessa del preconio, una lode stessa della notte che è stata illuminata da quella luce tanto da divenire essa stessa beata: «O vere beáta nox, quae sola méruit scire tempus et horam, in qua Christus ab ínferis resurréxit! Haec nox est, de qua scriptum est: Et nox sicut dies illuminábitur: Et nox illuminátio mea in deliciis meis» («O notte veramente beata, che, sola, meritò di conoscere il tempo e l’ora, in cui il Cristo risorse dagli inferi! Di questa notte è scritto: La notte brillerà come il giorno; e la notte mi è luce nelle mie delizie»).

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