SPIRITUALITÀ
PASSIONE | Con Gesù, sul Calvario
dal Numero 13 del 28 marzo 2021
di Paolo Risso

“Da allora amo stare con Gesù sul Calvario, a guardarlo, a contemplarlo, a ricevere da Lui luce e forza, a imparare “il da farsi” verso di Lui, da coloro che in quel primo Venerdì Santo gli fecero compagnia e lo consolarono nel dolore atroce cui Lui era sottomesso”.

Ti ho visto, per la prima volta, guardando il Crocifisso di casa mia. «Chi è?», domandavo. «È Gesù, ed è morto per noi», rispondeva la mamma. Restava pensoso il piccolo bimbo (5 anni!). «Raccontami la sua storia, dimmi tutto, dimmi perché...», insisteva il bambino. Una sera d’estate – le stelle gremivano il cielo – nella vecchia cucina la mamma raccontò al suo bambino la Passione, il Sacrificio e la Morte di Gesù, sfogliando il piccolo catechismo con le immagini di Lui, percosso, coronato di spine, condannato, inchiodato alla Croce, consumato per espiare il peccato.

Il bambino singhiozzava e non c’era più nessuno capace di calmarlo. E decise: «Sarò tuo, Gesù, tuo amico, ti amerò e ti farò amare». Se il bambino di allora è cristiano cattolico, è felice nella Verità, in mezzo a tanta confusione, lo è solo a causa del Crocifisso. Grazie, Gesù, mio Salvatore. “Sii per me Gesù, sii per tutti Gesù”.

Le pie donne

Da allora amo stare con Gesù sul Calvario, a guardarlo, a contemplarlo, a ricevere da Lui luce e forza, a imparare “il da farsi” verso di Lui, da coloro che in quel primo Venerdì Santo gli fecero compagnia e consolarono il patibolo atroce cui Lui era sottomesso.

Lungo la sua via, “la via regale” della Croce, «una gran moltitudine» seguiva Gesù. Gruppi di donne gementi che piangono sulla sua sorte avanzano tra i soldati, la turba, i “preti” del Tempio, suoi implacabili giudici. È l’unico tenue conforto che Gerusalemme, la città dei Padri, ha serbato al Figlio di Davide: l’ultima eco delle folle osannanti, già rapite dall’annuncio del Regno di Dio; l’ultima nota di riconoscenza degli innumerevoli sfamati nel deserto, rianimati da un suo sguardo, guariti da un suo comando. È la voce della pietà umana di tutti i secoli, preludio di una partecipazione più illuminata e amorosa al suo olocausto, la quale crescerà per Lui nell’avvenire.

Gesù è affranto, ma non è un debole, vittima soltanto delle beghe di rivali abietti. Il mistero del dolore di Gesù trascende il loro odio. I lamenti di quelle madri, pur mescolandosi alle ingiurie che accompagnano i passi del suo doloroso cammino, non tolgono nulla alla sua angoscia, che conserva intatta e gusta con compiacenza di Redentore.

Quei gemiti gli richiamano quelli più laceranti che i loro figli alzeranno per la caduta della patria (di lì a circa 40 anni, nel 70 d.C.) colpevole del suo Sangue innocente. Che sarà di loro – di quelle donne piangenti – legno secco, se l’ira di Dio è così con quello verde della sua umanità innocente?

Gesù si ferma, si volta, le guarda con tristezza accorata, quasi dimentico della sua terribile ora, e ne ricambia la compassione. Forse, nessuna comprende a fondo; Gesù svela un mistero più denso del fosco avvenire della sua nazione che l’ha rifiutato: quello, spaventoso, del fuoco eterno implacabile, riservato a quelli che calpestano il prezzo del loro riscatto.

«Non sanno quel che fanno»

Non ha aperto bocca, Gesù, quando si è lasciato inchiodare alla Croce, mentre poteva fulminarli tutti con un suo batter di ciglio. Non si è difeso, non ha minacciato alcuno. Contro di Lui hanno potuto osare tutto e in nome di una legge tradita, speculando sulle passioni più ignobili di complici di ogni risma. Sulla terra, per ora, Gesù ha perduto tutto.

Suo resta il dolore che lo penetra in ogni fibra, ricercando il fondo più intimo della sua anima. Suo è ora lo sfacelo di una natura da Lui assunta con i limiti e gli orrori della catastrofe provocata dalla colpa dell’uomo. Ecco: i carnefici si dividono le sue vesti. I soldati, seduti intorno, gli fanno da guardia. Il popolo, crudele e beffardo, lo contempla con malvagia soddisfazione. I più insolenti ancora lo oltraggiano, scuotono il capo, gongolanti. “L’Eletto” che ha confidato nel Padre. “Il Re d’Israele”, “il Figlio di Dio”, ora deve morire nel modo che Lui stesso ha previsto e voluto: sommerso nell’ignominia, sprofondato nella desolazione più cupa.

Uno solo è il prodigio che Gesù opera: «Essi non sanno quel che fanno». È la grande voce di Gesù Mediatore, che scusa e intercede per quelli che ignorano e sbagliano, per i distratti, gli apatici e i lontani. È il perdono invocato per quella povera umanità intorpidita, quale estremo miracolo della Misericordia, che non discolpa, ma scuote e redime.

Così J. J. Rousseau, benché empio, potrà dire che se “Socrate è morto come un saggio, Gesù è morto come un Dio”.

Prima difesa

Persino uno dei malfattori crocifissi a lato di Gesù lo oltraggia, facendo eco alle provocazioni dei farisei. Si sfoga come un infame, che forse si attacca all’ultimo tenuissimo filo di speranza offertogli da quanto sente ripetere con il Nazareno, forse capace di salvare se stesso e lui. Più che invocazione, è scherno, sfida, beffa, che conclude la serie dei disprezzi finora vomitati contro la sua Persona divina. Ma a favore di Gesù, questa volta insorge il secondo dei suppliziati.

Lo si è chiamato Disma, e di lui sappiamo solo che era un malfattore, distinguendosi nella storia del processo di Gesù, per un passato di soprusi e di violenze. Forse aveva visto e udito, ammirato e temuto, quel Rabbi della Galilea. Con la spavalderia del fuorilegge, ha conservato la sincerità dell’uomo, cacciato da una società spesso ipocrita e ingiusta.

Anche Disma agonizza tra spasimi inauditi, ma ha spiato nel silenzio che un grande stupore spesso impone ai primitivi e agli esuberanti. Non dice nulla contro chi l’ha condannato a morte: riconosce le sue malefatte, accetta la condanna, rassegnato al suo destino.

Ma l’atteggiamento di Gesù in Croce lo turba e lo scuote. Che cosa ha visto in Gesù, come lui, appeso al palo, scorticato vivo, vestito solo di lacrime e sangue, per di più coronato di spine, come un re da burla? In quel Suppliziato, così diverso, Disma ha scoperto sì, l’Innocente, ma il Re del Cielo e della terra, così che lo chiama per nome e lo prega, nella certezza di essere esaudito: «Gesù, ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno!». Al quale Gesù risponde: «Oggi, sarai con me in Paradiso» (Lc 23,39-43).

È vero, Disma ha ritrovato l’antica sua fierezza, che esplode nella più vibrata e commovente difesa dell’innocenza e della divina regalità di Gesù, difesa che è insieme splendente professione di Fede e struggente appello alla sua misericordia.

Il cielo si squarcia sul suo Capo, intorno al suo patibolo. Per Gesù morente, il creato impallidisce e scompare nella notte che si alza a metà del giorno. In Gesù, straziato e deriso, Disma scopre il suo Re e il suo Dio che trascende il tempo e supera la morte.

Disma, rinnovato dalla sua partecipazione all’agonia espiatrice del Redentore, è il primo che sente la promessa dell’eterna pace, così come è stato il primo e l’unico a proclamare la sua maestà divina nella desolazione e nello scarto, in cui è stato gettato dall’odio dei prevaricatori.

«Ecco tua Madre»

Maria era comparsa l’ultima volta in Galilea, quando chiese di parlare a Gesù, mentre predicava alla folla. Gesù, allora, fece l’elogio della Vergine scelta dal Padre e destinata a generare il Figlio, prima nello spirito che nella carne. Poteva essere Madre del Verbo fatto uomo solo un’anima privilegiata su tutte le altre, ricca di tanta grazia quanta Dio Onnipotente può renderne capace una creatura.

Ora Ella gli è di nuovo vicina, in compagnia di Giovanni: ritta presso la Croce, nell’immobilità di un dolore senza confini. Colei che aveva sempre condiviso la sua offerta, nella vigile attesa della sua grande “ora”, non poteva mancare sul Calvario, accanto al Figlio morente.

Guidata dallo Spirito Santo che l’ha adombrata fin dall’inizio della sua vita di Immacolata, ha sempre seguito Gesù, anche invisibilmente, sempre associata alla sua vita di Redentore e di Vittima. Ora gli è vicina nell’ora in cui tutto si compie e si consuma, Corredentrice con Gesù unico Redentore.

La sua angoscia scaturisce da un amore unico, incomparabilmente più sublime di quello che ha fatto gemere i mistici di tutti i tempi. Ma come Gesù, accetta e trascende la propria situazione di donna, ferita nei suoi affetti più sacri. Immersa nel dolore di Gesù, con Lui forma una sola grande Vittima, sacrificata per la gloria del Padre e per la salvezza del mondo.

Questa la “con-passione” espiatrice e redentrice, che la rende Madre di un’umanità rigenerata e redenta anche per le sue lacrime cocenti. Ed è per questo che il Figlio morente, primogenito di una moltitudine di fratelli, la dona a Giovanni, il discepolo amoroso e fedele, il prediletto; per mezzo di Giovanni, Gesù ci affida a Lei, alla quale nulla potrà essere mai negato per i meriti di un martirio che le fa toccare il vertice dell’onnipotenza, l’“omnipotentia supplex” di Maria davanti a Dio.

* * *

Tenendomi per mano a Maria Corredentrice – come bambino di 5 anni mi tenevo per mano alla mia mamma – scendo dal Calvario per riprendere la mia vita. La quale però non varrebbe nulla, se non restassi, con il cuore e con il mio essere più profondo, lassù su quel “monte” dirupato, dove Roma superba inchiodava quelli che per essa erano i reietti.

È solo Gesù Crocifisso e la sua e mia Madre Corredentrice che danno salvezza e senso e bellezza e gioia e superiore letizia ad ogni uomo che l’accoglie, alla storia in ogni sua età, tanto più se triste e fosca di disperazione, come oggi.

Non temere: anche noi oggi possiamo vedere, come e più di Costantino – l’imperatore che nel 313 d.C. darà libertà ai cristiani – nel cielo di questa ora del mondo il segno della Croce, il Volto del Crocifisso e la promessa: «In hoc signo vincens». In questo segno vincerai.
Gesù, sii per noi Gesù.

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