SPIRITUALITÀ
San Giovanni Eudes, apostolo dei Sacri Cuori
dal Numero 32 del 16 agosto 2020
di Paolo Risso

Dopo essersi dedicato per molti anni con frutto alla predicazione nelle parrocchie, fonda la Congregazione di Gesù e Maria per la formazione dei seminaristi, che donerà alla Francia centinaia di zelanti sacerdoti. A san Giovanni Eudes si deve anche un notevole incremento della devozione verso i sacri Cuori di Gesù e Maria.

Era un adolescente discendente degli antichi Normanni, dal sangue ardente. Si chiamava Giovanni Eudes ed era nato il 14 novembre 1601 a Ri (diocesi di Séez), piccolo villaggio della Normandia. Già sapeva bene chi è Gesù e che cosa importa seguirlo.

Un giorno un compagno gli appoggiò un ceffone. Giovanni diventò di fiamma, ma si ricordò delle parole di Gesù: “Se qualcuno ti percuote... tu porgi l’altra guancia” (cf. Mt 5,39). Rispose all’offesa porgendo davvero l’altra guancia e aspettando il secondo schiaffo. Il “duello” finì così, con la vittoria della forza di amare.

Stava frequentando le scuole dei Gesuiti a Caen, come altri ragazzi del tempo, ed era uno studente esemplare. La figura di Gesù lo affascinava: vedeva in Lui l’amore supremo e presto decise di consacrarsi a Lui, di prolungare la sua missione nel Sacerdozio santo. Per questo entrò nella Compagnia dell’Oratorio di Pierre de Berulle, dove completò gli studi: venticinquenne, era ordinato sacerdote. Sarà un vero prete, un autentico prolungamento di Cristo.

Dalla botte al pulpito

In Normandia scoppia la peste, una delle frequenti epidemie del tempo; un disastro. Il giovane Prete – che ama gli studi e la meditazione – ottiene di mettersi subito al servizio degli ammalati. Si riserva il tempo di celebrare la Messa e di pregare con l’Ufficio divino, poi è a totale servizio in mezzo alla sua gente, a qualunque ora del giorno e della notte.

Dimostra una carità sconfinata, un coraggio senza limiti. Per non contagiare nessuno, pone la sua dimora in una botte, in mezzo a un prato. Si ammala anche lui, ma guarisce. Per tutta la vita gli resteranno diversi malanni fisici che lui nasconderà dietro la sua apparenza robusta e solenne. La peste finisce. Padre Giovanni Eudes si dà allora alla predicazione: ore e ore sui pulpiti delle chiese di campagna e delle città. Presto fa una constatazione: la Francia ha un grande bisogno di essere rievangelizzata.

In un accesso di santa collera, grida: «Che cosa fanno a Parigi tanti dottori e baccellieri, mentre le anime periscono a migliaia?». Lui non può confinarsi tra i libri e negli studi, neppure nelle scuole, anzi si getta nell’azione apostolica, «per risuscitare i morti», come suole dire. Prende con sé alcuni preti, li prepara in un breve ritiro, poi a turno vanno a scuotere or questa or quella parrocchia.

La sua parola, dal pulpito, è attraente, calorosa, dolce e terribile. Commuove, ma anche spaventa. Trascina a Dio. A decine di migliaia i suoi “normanni” vengono a sentirlo e si lasciano convertire da lui. Mormora: «Ecco ora questa povera gente in disposizioni eccellenti, ma che cosa dobbiamo aspettarci se a guidarli ci sono dei preti scadenti? Non è quasi inevitabile che dimentichino presto le grandi verità della Fede da cui sono stati toccati durante la missione, e ricadano nei loro disordini?» (è un discorso assai attuale oggi!).

Conclude padre Eudes: «Occorrono dei buoni preti, per continuare l’opera, per farla durevole». Si pone subito all’opera. Nel 1641, a Remilly-sur-Lozon, durante una missione al popolo convoca i preti dei dintorni a colloquio sui problemi della vita spirituale e pastorale. Quelli vengono... e ripartono migliori, rinfrancati, lieti.

Ma si domanda lui: «Non sarebbe meglio creare un vero seminario?». Molti lo incoraggiano: i vescovi di Lisieux e di Bayeux, alcuni Gesuiti esemplari, il benedettino dom Tarisse, e soprattutto Marie des Vallées, la “santa di Coutances”, che gli assicura di sapere, per ispirazione divina, che Dio attende da lui proprio quest’opera. Si confida con i superiori dell’Oratorio. Gli dicono che è più dotato per la predicazione che per la guida di un seminario.
La Congregazione di Gesù e Maria

È un momento difficile. Il buon Padre domanda a Dio che cosa vuole da lui: se sarà sua volontà, si staccherà dall’Oratorio, e andrà per la sua strada. Due uomini lo spingono a intraprendere il nuovo cammino. Il card. Richelieu lo convoca, gli parla a lungo e gli lascia lettere patenti di fondazione. San Vincenzo de’ Paoli, nel 1642, gli è prodigo di consigli luminosi.

Il 25 marzo 1643, festa dell’Annunciazione di Maria Santissima, Giovanni Eudes ritorna a Caen e va a pregare la Madonna nel grande pellegrinaggio della Délivrande che gli è tanto caro. Poi, con cinque compagni, apre il suo seminario e fonda la Congregazione di Gesù e Maria, per dedicarsi alla formazione di ottimi preti e per predicare le missioni al popolo.

I seminari “eudisti” saranno case di intensa formazione spirituale e uniranno la preparazione dei preti all’apostolato in mezzo alla gente, in primo luogo gli umili, senza escludere nessuno, con vero stile apostolico: l’intimità di Gesù e l’annuncio di Lui (cf. Mc 3,14).

Il progetto ha successo ma non mancano le difficoltà. Ci sono intrighi contro il Padre fondatore. I giansenisti, fautori di un cristianesimo aspro e tetro, che allontana le anime da Dio, detestano questo Prete che predica l’amore infinito di Dio, il Cuore di Gesù, sede di questo amore, che chiama a conversione.

Egli resiste a tutti gli assalti. La Normandia continua a vederlo, di parrocchia in parrocchia, predicare sui pulpiti. Il seminario che ha fondato a Caen prospera e i sacerdoti di Francia, in assemblea, gli mandano una lettera di congratulazioni. I vescovi della regione lo invitano a fondare seminari nelle loro diocesi: Coutances nel 1650, Lisieux nel 1653, Rouen nel 1658, poi Évreux nel 1667. La Bretagna lo chiamerà nel 1670. Nel medesimo tempo, fonda le Religiose di Nostra Signora della carità, che lavorano per la redenzione delle donne fuorviate. Ma che cosa lo ha spinto a questo immane lavoro?

Nella sua contemplazione di Gesù, che ama perdutamente fin dalla sua infanzia, padre Eudes ha visto nel suo Cuore la sintesi dell’amore divino. Tutti i grandi misteri del Cristianesimo, la Creazione, l’Incarnazione del Verbo, la Redenzione, egli li scopre nel Cuore di Gesù. Questo Cuore deve muovere gli uomini all’amore per Dio, alla riparazione degli oltraggi e delle sofferenze che il peccato gli infligge. Questo Cuore deve mobilitare nuovi apostoli, sacerdoti e semplici fedeli a farlo conoscere e amare.

Traboccante di questa passione – che riassume in fondo tutta la Teologia cattolica – il padre Eudes compone nel 1670 il suo mirabile Ufficio del Sacro Cuore di Gesù, e nel 1672 fissa nelle sue case la sua festa liturgica. Ma da quasi 30 anni, già celebra la festa del Cuore di Maria, alla quale dedica un’opera sublime: Il Cuore ammirabile della Santissima Madre di Dio, forse l’opera più grande, insieme al Trattato della vera devozione a Maria del Santo di Montfort, che sia stata scritta sulla Madonna, sul suo Cuore.

Egli, scrivendo l’ineffabile, giunge a dire che il Cuore di Maria “si identifica” con il Cuore del Figlio, è “tutto Gesù”. Il suo Cuore di Madre, con quello di Gesù, non forma che un solo Cuore e pertanto con l’audacia dei santi arriva a chiamare tale cuore: Gesù stesso! «O Gesù, Cuore di Maria, abbi pietà di noi! O Gesù, Cuore di Maria, vieni e vivi in noi! O Gesù, Cuore di Maria, venga il tuo regno».

Non sappiamo scrivere di più su questo capolavoro e invitiamo a leggerlo e a contemplarlo nella bellissima edizione e traduzione di Casa Mariana Editrice (Frigento 2007); un libro meraviglioso.

Ciò che è di Gesù, è nostro

Il papa san Pio X, nella bolla di beatificazione (1909), chiamerà padre Giovanni Eudes «padre, dottore e apostolo del culto dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria: perché fin dalla fondazione della sua congregazione curò di celebrare tra i suoi figli la festa dei Sacri Cuori; dottore, perché compose Messa e Ufficio propri in loro onore; apostolo, perché con tutto il suo impegno si adoperò a diffondere in ogni luogo questo salutare culto». Di questo culto, il Santo Padre venerabile Pio XII, nella sua enciclica Haurietis aquas (15 maggio 1956), dirà che è «maxima catholicae Fidei professio» (la massima professione della Fede cattolica).

Fino all’ultimo, lui e i suoi “eudisti” si impegnano a vivere e predicare che Gesù è l’Amo­re che chiama e innamora le anime, in primo luogo le più deboli e fragili per farne i suoi capolavori. Questo Cuore di Gesù egli lo addita, secondo la sua parola palpitante («Ecco tua madre», Gv 19,27), oltre che in se stesso, nel Cuore Immacolato della sua e nostra Madre Santissima.

Quando muore il 19 agosto 1680, a 79 anni, dalle sue case sono già usciti centinaia di ottimi sacerdoti. Dalle sue opere citiamo la pagina così intensa che è riportata dalla Liturgia delle Ore (vol. IV, 19 agosto, p. 1220), vera sintesi della sua vita e del suo messaggio.

«Pensa, ti prego, che Nostro Signore Gesù Cristo è il tuo vero Capo, e che fai parte delle sue membra. Egli ti appartiene, come il capo al corpo. Tutto ciò che è suo è tuo: il suo spirito, il suo cuore, il suo corpo, la sua anima, e tutte le sue facoltà. Tu ne devi usare come di realtà tue per servire, lodare, amare e glorificare Dio. Tu gli appartieni come le membra al loro capo. Parimenti egli desidera usare, come cosa che gli appartiene, tutto ciò che è tuo per indirizzarlo alla gloria e al servizio del Padre suo. Non solo ti appartiene, ma vuole essere in te, vivendo e dominando in te, come il capo vive e regna nelle sue membra. Egli vuole che tutto ciò che è in Lui viva e domini in te: il suo spirito nel tuo spirito, il suo Cuore nel tuo cuore, tutte le facoltà della sua anima, nelle facoltà della tua anima. Tutto ciò che è in te dev’essere incorporato in Lui e da Lui ricevere vita e guida. Non c’è vera vita per te, se non in Lui solo, che è la fonte esclusiva della vera vita. Fuori di Lui non c’è che morte e perdizione. Tu non devi vivere che di Lui e per Lui. Tu sei una cosa sola con Lui, come le membra sono una cosa sola con il capo. Perciò devi avere con Lui uno stesso spirito, una stessa anima, una stessa vita, una stessa volontà, uno stesso sentimento, uno stesso cuore. E Lui stesso deve essere il tuo spirito, il tuo cuore, il tuo amore, la tua vita, il tuo tutto».

È questo il centro essenziale della vita cristiana, che scaturisce dal Battesimo e si compie nella Santissima Eucaristia, nella vita della grazia santificante: «Non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me» (Gal 2,20). È l’estasi di ogni giorno, possibile a tutti, è la sua santità, cui il Cuore Immacolato di Maria ci conduce e ci forma in vista del Cielo.

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