SPIRITUALITÀ
San Josemaría Escrivá, un contemplativo itinerante
dal Numero 26 del 28 giugno 2020
di Aurora de Victoria

«Non hai forse compreso anche tu la necessità di essere anima di orazione, di avere con Dio un rapporto che ti “deifichi”? Questa è la fede cristiana, e così l’hanno sempre intesa le anime d’orazione: “Diventa Dio – scrive Clemente Alessandrino –, l’uomo che vuole tutto ciò che Dio vuole”»

«I tratti salienti della sua figura non si trovano soltanto nelle straordinarie doti dell’uomo d’azione, bensì nella sua vita di preghiera e in quell’assidua esperienza unitiva che fece di lui un contemplativo itinerante. Fedele al carisma ricevuto, fu esempio di un eroismo cercato nelle situazioni più normali: nella preghiera continua, nella mortificazione ininterrotta “come il battito del cuore”, nell’assidua presenza di Dio, capace di attingere i vertici dell’unione persino nel frastuono del mondo e nell’intensità di un lavoro senza risparmio». Così si esprime il Decreto sull’eroicità delle virtù (9 aprile 1990) di san Josemaría Escrivá de Balaguer.

Interessante questa descrizione che registra i tratti più caratteristici di questo spirito eccezionale. Ciò che maggiormente incuriosisce è il ripetersi della dimensione contemplativa sottolineata più volte in poche righe. Una dimensione contemplativa che vive e prospera tra la molteplicità dei viaggi e delle attività apostoliche svolte da un Santo che sembra identificarsi con uno spirito orante. Vogliamo discoprire questo mistero...

Albori della sua spiritualità

Nacque in Spagna a Barbastro (provincia di Huesca) il 9 gennaio 1902, quarto dei 6 figli di José e Dolores. Un ambiente pio e moralmente sano, dove imparò ad essere figlio di Dio e amante della Chiesa Cattolica.

La culla domestica di san Josemaría conferma la verità mai abbastanza ripetuta che molto, nella santità dei figli, dipende dalla santità dei genitori. Egli stesso ricordava, ormai adulto, con dolcezza la serenità dell’ambiente casalingo in cui apprese le basi di una fede solida e laboriosa. Il papà dava ai figli l’elemosina da portare ad un mendico presso il palazzo episcopale, da cui il piccolo Josemaría si affrettava a tornare presso i suoi per portar loro l’acqua benedetta. Con gioia ricordava da adulto la Santa Messa cui partecipava l’intera famiglia e le pie devozioni che praticavano insieme.

Il papà dedicava molto tempo ai suoi figli; la mamma era una donna laboriosa e serena, mai la vide «con le mani in mano». Portava loro molta gratitudine soprattutto per averlo consacrato, piccolino, alla Madonna. Aveva due anni quando si trovò in fin di vita e i medici un giorno dissero: «Non supererà la notte»; ma José e Dolores fecero una promessa alla Madonna: se lo avesse guarito, lo avrebbero condotto in pellegrinaggio alla cappella mariana di Torreciudad. Il giorno seguente il bambino era completamente guarito, di fronte allo stupore dei medici.

Un episodio dice molto sul seme della fede che innestarono quei pii genitori nell’animo del piccolo Josemaría, e che dovette mettere profonde radici. Così racconta il Santo: «Quando indossavo un abito nuovo, mi nascondevo sotto il letto e mi rifiutavo di uscire in strada, cocciuto...; e mia madre, con un bastone di quelli che usava mio padre, batteva dei colpetti per terra, dolcemente, e allora uscivo: per paura del bastone, non per altro. Poi mia madre mi diceva con affetto: “Josemaría, vergognati solo di peccare”. Molti anni dopo mi sono reso conto che in quelle parole c’era una verità molto profonda».

Sì, una verità davvero profonda: l’unico vero male su questa terra, di cui vergognarsi e da cui fuggire con estrema destrezza, è il peccato.

Quel clima caldo e amabile di famiglia, l’ordine esterno e spirituale in cui si svolgevano le sue giornate dovettero radicare nel fanciullo una pietà profondamente cristiana; quella pietà che si fonda sulla consapevolezza di una paternità e una maternità supreme che si riflettevano nei suoi genitori: la paternità e maternità di Dio altissimo, che è Padre amantissimo e amabilissimo.

Così scorgiamo, agli albori della sua fede ancora in germe, un elemento fondamentale della spiritualità di san Josemaría, che sarà uno dei capisaldi del suo carisma fondazionale: la realtà della filiazione divina.

Una chiamata “invisibile”

La grazia in lui si fece strada con soavità e soavemente lo illuminò, senza invadere. Aveva 16 anni quando scorse sulla neve bianca delle impronte che lo incuriosirono. Era il 9 gennaio 1918. Si trattava delle orme di uno dei frati Carmelitani da poco giunti in città. I piedi scalzi di quei personaggi più celesti che terrestri gli suggerirono un pensiero che divenne subito proposito: «Se tanti fanno tanti sacrifici per amore di Dio, io non sarò capace di offrirgli nulla?».

Cominciò pochi mesi dopo gli studi per diventare sacerdote. Quando rivelò al padre il suo desiderio di divenire un uomo tutto di Dio, questi pianse: «Fu l’unica volta che lo vidi piangere. Egli per me aveva altri progetti, ma non si ribellò. Mi disse: “Figlio mio, pensaci bene. I sacerdoti devono essere santi... È molto duro non avere casa, non avere focolare domestico, non avere un amore sulla terra... Pensaci ancora un po’; io però non mi opporrò». Il giovane poté considerare queste parole un testamento da parte di suo padre: «I sacerdoti devono essere santi». Josemaría non andava in seminario per condurre una vita mediocre, inutile, persa. Andava a consacrarsi a Dio per rispondere ad una chiamata universale e particolare: farsi santo, e grande santo.

Nel 1920 si trasferì nel seminario di Saragozza, dove rivelò di avere una pietà molto intensa. Trascorreva numerose ore in preghiera, anche di notte. S’impegnava a rimanere sempre inosservato, eppure quel nascondimento colpì i suoi superiori, che si accorsero ben presto della grandezza di quell’anima.

Josemaría era uno spirito contemplativo. Quella contemplazione assidua creò in lui una disposizione importante che fa da base all’edificio spirituale: l’umiltà. In alcuni suoi scritti insegna che quando ci poniamo in preghiera dobbiamo comprendere che ci stiamo mettendo in contatto con Dio, consapevoli di trovarci di fronte ad un mistero. Dobbiamo accettare il mistero con un atto di fede; solo a questo punto sarà possibile approfondirne il contenuto, guidati ancora dalla fede. «Abbiamo bisogno, pertanto, delle disposizioni di umiltà proprie dell’anima cristiana. Non vogliate ridurre la grandezza di Dio ai nostri poveri concetti, alle nostre umane spiegazioni; cercate piuttosto di capire che, nella sua oscurità, questo mistero è luce che guida la vita degli uomini».

È interessante notare come questa sua umile propensione al nascondimento, invece di raggiungere lo scopo diretto cui tende, ottiene l’effetto decisamente opposto: lo fa notare, incuriosisce i superiori, rivela la sua grandezza. Questi, compresi della solidità della sua virtù, ben presto cominciarono ad affidargli incarichi di responsabilità. E così trova conferma la grande verità di evangelica memoria: «Chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Lo stesso Santo illustrava tale verità commentando il mistero dell’Annunciazione, in cui fu l’umiltà della Vergine Maria ad attrarre potentemente la grazia di Dio su di Lei, fino a renderla feconda dello stesso Verbo di Dio e la Donna più sublime della creazione. Ella «fu una testimone discreta, che seppe rimanere nascosta; non amò ricevere lodi, perché non ambiva la propria gloria. Maria partecipa ai misteri dell’infanzia di suo Figlio, misteri rivestiti di apparenze consuete; ma quando giunge il momento dei grandi miracoli e dell’osanna delle folle, Ella si nasconde. Quando Gesù, che cavalca un asinello, è acclamato a Gerusalemme come Re, Maria non c’è. Ma riappare accanto alla Croce, quando tutti fuggono». Questo nascondimento attirò a tal punto lo sguardo, e l’amore di Dio da renderla protagonista, con Gesù e a Lui subordinata, della storia della salvezza. E qui san Josemaría afferma: «Questo contegno ha il sapore – non studiato – della grandezza, della profondità, della santità della sua anima».

Dalla Vergine, che egli definì «maestra di tutto il nostro agire», apprese tale sublime virtù, che rivelò ai superiori del seminario la “grandezza, profondità e santità” anche della sua anima quasi sacerdotale.

Cosa chiedeva Josemaría in quelle lunghe orazioni? Anzitutto di conoscere e compiere la volontà divina. Presto, quella grazia soave lo visitò nuovamente. Nel suo intimo Josemaría si rendeva conto di una chiamata più particolare rispetto a quella che stava abbracciando. Sì, il Signore lo voleva sacerdote, ma gli chiedeva qualcos’altro, che però non riusciva a comprendere. «Domine, ut videam!» (Signore, che io veda!); «ut sit! Ut sit! Che sia ciò che Tu vuoi, e che io ignoro»: così pregava e supplicava, mentre nell’orazione Dio forgiava il suo spirito, preparando il terreno spirituale ad accogliere quella “chiamata nella chiamata”, per lui ancora oscura.

L’Opera di Dio

Il 28 marzo 1925 fu ordinato sacerdote. Celebrò la sua prima Messa solenne il 30 marzo nella basilica mariana del Pilar, sotto lo sguardo materno della Madonna. La Santa Messa, da allora in poi, sarebbe stata per lui fonte di grazia e di luci. Iniziò già in quello stesso anno un’intensa attività apostolica a Saragozza. Si trasferì invece a Madrid nel 1927 e un anno dopo, il 2 ottobre, ottenne finalmente la grazia di “vedere” quella sospirata volontà di Dio che fino ad allora gli era parsa oscura. Accadde durante gli Esercizi spirituali nella Casa Centrale dei Lazzaristi a Madrid; dopo la Santa Messa, tornato in camera, si mise a rileggere i suoi appunti. Ad un tratto vide chiaramente la missione cui Dio lo chiamava. Egli stesso utilizzò sempre il termine “vedere” per indicare questa chiara illuminazione divina: il Signore gli mostrava la fondazione dell’Opus Dei. Così raccontava il Santo quell’esperienza indimenticabile: «Da quel giorno l’asinello rognoso [si riferiva a se stesso] si rese conto del pesante fardello che il Signore, nella sua insondabile bontà, aveva posto sulle sue spalle. In quel giorno il Signore ha fondato la sua Opera: da allora ho cominciato a trattare anime di laici, studenti o meno, ma giovani. E a formare gruppi. E a pregare e far pregare. E a soffrire...». In quella luce celeste vide «persone di ogni nazione e razza, di ogni età e cultura che cercano e trovano Dio nel bel mezzo della vita ordinaria, nel lavoro, nella famiglia, nelle amicizie, nei divertimenti. E che cercano Gesù per amarlo e vivere la sua vita divina fino a lasciarsi trasformare completamente e diventare santi. Santi nel mondo. Un santo panettiere o sarto o calciatore o banchiere. Un santo semplice, proprio come tutti gli altri che gli vivono a fianco, ma divenuto Cristo, che passa e che illumina. Un uomo che indirizza a Dio ogni attività, che santifica il lavoro, si santifica nel lavoro e santifica gli altri con il lavoro. Un uomo che cristianizza il suo ambiente, che con la semplicità e il calore dell’amicizia accompagna fino a Gesù chi gli sta vicino. Un uomo che contagia la fede cristiana» (1). Così il Santo concluse il racconto della sua visione: «Ho ringraziato il Signore, e ricordo con emozione il suono delle campane della parrocchia di Nostra Signora degli Angeli». Si celebrava infatti, il 2 ottobre, la festa degli Angeli custodi. E ancora una volta non mancò lo sguardo materno di Maria, Regina degli angeli, che fece udire il suo giubilo di Madre attraverso il suono delle campane della chiesa a Lei dedicata.

Cominciò un lavoro assiduo e instancabile per colui che si riteneva un «asinello rognoso». Nella sua umiltà diceva: «Avevo ventisei anni, la grazia di Dio e buon umore: nient’altro. Ma se gli uomini, per scrivere, usano la penna, il Signore si serve della gamba del tavolo, perché si veda che è Lui a scrivere: questa è la cosa incredibile, la cosa meravigliosa». È proprio così e sempre così nelle opere grandi di Dio.

Il 14 febbraio 1930, durante la Messa, un’altra luce dall’alto: Dio voleva che l’Opera si svolgesse anche tra le donne. Il 7 agosto 1931 un ulteriore intervento divino, ancora durante la Santa Messa, gli mostrò come quell’Opera avrebbe portato a Dio immensa gloria. Si pose all’opera con raddoppiata energia.

Con la grazia di Dio, che solo possedeva, già nel 1933 aveva intorno a sé un gruppo di studenti universitari. Inizialmente si riunivano in un locale, dove svelava loro grandi sogni di apostolato. Nel 1933 nacque l’Accademia DYA, dove “DYA” significava “di Diritto e Architettura” ma il cui acronimo aveva per loro un significato più profondo: Dio e Audacia; fu la prima opera apostolica dell’Opus Dei. Seguì la guerra civile, che sembrò ostacolare quel santo progetto e invece Dio andava nella sofferenza plasmando ulteriormente quell’anima già sublime, esperta ormai nella “scienza della croce”, che continuava clandestinamente il suo apostolato e celebrava persino la Messa, nonostante i pericoli. Durante questo periodo qualcuno, presente alla sua celebrazione, testimoniò: «Non ho mai ascoltato una Messa come quella di oggi. Non so se dipende dalle circostanze o perché quel sacerdote è un santo».

Finita la guerra, il Padre – così ormai lo chiamava la schiera dei suoi figli spirituali – si propose di ricominciare.

Da qui procediamo con celerità, appuntando quasi schematicamente alcune date fondamentali della sua opera, per giungere all’essenza del carattere spirituale di questo dono divino che fu l’Opera da lui fondata.

Nel 1943 nacque la Società sacerdotale della Santa Croce, inseparabilmente connessa all’Opus Dei. L’11 ottobre di quell’anno l’Opera ricevette la prima approvazione dalla Santa Sede. Nel 1944 i primi sacerdoti dell’Opus Dei furono ordinati. Nel 1948 eresse il Collegio romano della Santa Croce, ove migliaia di professionisti, membri dell’Opus Dei, di diversi paesi del mondo, avrebbero trascorso periodi di intensa formazione spirituale. A partire dal 1949 l’Opus Dei si espanse in tutto il mondo: Stati Uniti, Messico, Portogallo, Francia, Italia, Inghilterra, Irlanda: nel 1975, al momento della morte del Fondatore, l’Opus Dei fu presente in tutti e cinque i continenti, con oltre 60.000 membri di 80 diverse nazioni. Nel 1950 Pio XII concesse all’Opus Dei l’approvazione definitiva. Nel 1952 fondò lo Studium generale di Navarra, che sarebbe divenuta poi l’Università di Navarra. Nel 1953 eresse il Collegio romano di Santa Maria per la formazione delle donne dell’Opus Dei.

Compì ancora numerosi viaggi nel 1974 in America meridionale, nonostante fosse molto malato. Celebrò infine il 50° anniversario della sua Ordinazione sacerdotale, anno in cui morì a Roma il 26 giugno.

Un altro Cristo: lo stesso Cristo

Un’attività molto intensa la sua, un apostolato di fuoco, ma radicato nella più intensa vita contemplativa. Tutto parte dalla realtà della filiazione divina. «Compresi che la filiazione divina doveva essere una caratteristica fondamentale del nostro spirito: Abba, Pater! E che, vivendo la filiazione divina, i miei figli sarebbero stati pieni di gioia e di pace, protetti da un muro inespugnabile; avrebbero saputo comunicare la loro pace, anche nella sofferenza propria o altrui. Proprio per questo: perché siamo persuasi che Dio è nostro Padre».

L’Opera, secondo il Fondatore, era diretta a creare contemplativi nel mondo: «Almas contemplativas en medio del mundo». «L’azione senza contemplazione non vale nulla» scrive san Josemaría, e conclude la frase: «L’orazione si avvalora con il sacrificio». La sua contemplazione – modello di quella dei suoi discepoli – si incentrava sulla penetrazione del mistero di Cristo. Da Lui stesso apprendiamo i principi della vita cristiana: è vita “cristiana” proprio perché appartiene a Cristo! Sappiamo che, per conseguire la vocazione universale alla santità, bisogna raggiungere l’unione intima con Dio. Quale unione più intima di quella di Cristo con il Padre in seno alla Santa Trinità? Dobbiamo far circolare la linfa vitale di Cristo in noi e, per realizzare ciò, bisogna servirsi dei mezzi soprannaturali, il primo dei quali è la preghiera. «Non saremo santi che nella misura stessa in cui la vita di Gesù Cristo sarà in noi. [...] Saremo santi in Gesù Cristo o non lo saremo affatto» (Beato Columba Marmion). Partendo da Cristo, san Josemaría comprese che «ogni vita cristiana, come ogni santità, si riduce a questo: essere per grazia ciò che Gesù è per natura: il Figlio di Dio» (Beato Columba Marmion). Bisogna contemplare Gesù e far proprio il suo atteggiamento di Figlio. Non ci sorprende, quindi, come “il Padre” fosse sempre così pieno di ottimismo, allegria, fiducia. Che, se queste caratteristiche facevano parte anche del corredo naturale della sua personalità, tuttavia sono state rafforzate e sublimate nella preghiera, attraverso una vita tutta protesa al soprannaturale. Né le difficoltà né i pericoli lo fermavano, poiché – diceva –: «Aver paura di qualcosa o di qualcuno [...] non è da figlio di Dio».

Sarebbero ancora molte le cose da dire e da approfondire su questa figura straordinaria donata dalla Santa Chiesa a ciascuno di noi, come modello e come padre e maestro di santità, immensamente sapiente. Ma dobbiamo concludere e vogliamo farlo lasciandoci incoraggiare dal “Padre” a corrispondere a quella chiamata che non è una chiamata d’élite, ma universale: la chiamata alla santità per ciascuno di noi.

Dobbiamo «seguire Cristo: questo è il segreto. Accompagnarlo così da vicino, da vivere con Lui, come i primi dodici; così da vicino, da poterci identificare con Lui. Non tarderemo ad affermare, se non avremo posto ostacoli alla grazia, che ci siamo rivestiti di Gesù Cristo, nostro Signore».

Di ciascuno di noi deve potersi dire «non solo che è alter Christus, un altro Cristo, ma ipse Christus, lo stesso Cristo».

In che modo cominciare il cammino verso una meta così alta? Ciascuno, nel proprio stato di vita secondo la volontà di Dio, compiendo fedelmente i propri doveri, ma con lo sguardo fisso a Cristo Gesù. Nello sguardo divino, poi, troveremo quello della Madre Immacolata. Così morì, difatti, san Josemaría Escrivá: uno sguardo all’immagine della Vergine di Guadalupe e poi si accasciò al suolo. Durante il suo soggiorno in Messico, nel 1970, contemplando un’immagine che raffigurava la Madonna di Guadalupe nell’atto di consegnare un fiore al veggente Juan Diego, aveva espresso il desiderio di morire così: guardando la Madonna mentre gli offriva un fiore.

La Madre Santissima gli ha offerto più che un fiore, in ricompensa di tanto lavoro per la santificazione propria e altrui: gli ha donato una corona di eterna felicità.  

NOTA

1) Michele Dolz, San Josemaría Escrivá, Edizioni Ares, Roma 2002, pp. 20-21.

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