SPIRITUALITÀ
Un Tabernacolo nel deserto. Charles de Foucauld sarà presto santo
dal Numero 24 del 14 giugno 2020
di Claudia Del Valle

C’era almeno un’anima tra le dune del Sahara che adorava il Santissimo Sacramento. Era Charles de Foucauld. Viveva nel suo povero romitorio come un’ostia nel tabernacolo, offrendo per i Tuareg il suo sacrificio quotidiano di amore, che sarebbe culminato nell’immolazione cruenta.

Lo scorso 26 maggio, nell’udienza al cardinal Angelo Becciu, il Santo Padre ha autorizzato la promulgazione del decreto che riconosce un nuovo miracolo attribuito all’intercessione del beato Charles de Foucauld, il quale sarà quindi proclamato presto santo.

Nato a Strasburgo in Francia, il 15 settembre 1858, e rimasto orfano a 6 anni, è cresciuto assieme alla sorella Marie dal nonno, del quale seguirà la carriera militare. Dopo un’adolescenza vissuta lontano dalla fede, immerso nei piaceri di una vita facile e agiata, comincia ad avvertire un’inquietudine esistenziale durante una pericolosa esplorazione in Marocco e, rientrato in Francia, continua la sua ricerca stimolato dai buoni esempi di persone cristiane: «Ho iniziato ad andare in chiesa, senza essere credente, non mi trovavo bene se non in quel luogo e vi trascorrevo lunghe ore continuando a ripetere una strana preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!”». Con l’aiuto di un santo sacerdote, il padre Huvelin, ritrova la fede e torna ai Sacramenti nel 1886; ha 28 anni.

«Come credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui solo». Il cammino di fratel Charles, dal giorno del suo rinnovamento interiore, continua ad essere ricerca appassionata di Cristo, delle sue orme, da ricalcare amorosamente una per una, in modo tale che la sua vita sia insieme imitazione fedele di Gesù e perdita di sé nel “Beneamato”: «Amo Nostro Signore Gesù Cristo e non posso sopportare di condurre una vita diversa dalla Sua... Non voglio attraversare la vita in prima classe, quando Colui che amo l’ha attraversata in ultima classe...».

L’anima di fratel Charles è un’impareggiabile anima di convertito, ansiosa di compiere un dono assoluto, in totale spogliamento di sé. Questa tensione interiore trova un momento di pace nella Trappa, dove si consacra a Dio, ma trascorsi 7 anni torna a pungerlo dolorosamente e finirà col portarselo via.

Assetato di maggior povertà, maggior penitenza, maggior conformità a Gesù, con il beneplacito dei superiori e del direttore spirituale, lascia la Trappa e si reca a Nazareth come eremita presso un monastero di Clarisse; il suo scopo è quello di «condurre il più fedelmente possibile la vita di Nostro Signore, vivendo soltanto del lavoro manuale e seguendo alla lettera tutti i Suoi consigli...».

Ma fratel Charles vuole condividere questa “vita di Nazareth” con altri fratelli. Per questo scrive la Regola dei Piccoli Fratelli, che codifica come una “vita di famiglia attorno all’Ostia consacrata”. «La mia regola – scrive – è così strettamente legata al culto della Santa Eucaristia che è impossibile che molti la osservino senza che ci siano un prete e un tabernacolo; solo quando sarò diventato prete sarà possibile avere un oratorio attorno al quale riunirsi e solo allora potrò avere qualche compagno...».

Tornato in Francia, viene ordinato sacerdote a 43 anni (1901), nella diocesi di Viviers. Da lì si reca nel deserto algerino del Sahara, prima a Beni Abbès, povero tra i più poveri, poi più a Sud a Tamanrasset con i Tuareg dell’Hoggar.

Cosa fa fratel Charles nel deserto? Vive in un’umile capanna, sostenendosi con i frutti di un piccolo orto che lui stesso coltiva. Traduce i santi Vangeli nella lingua locale. Quando può celebra la Santa Messa e custodisce la Presenza reale di Gesù nel Santissimo Sacramento. È qui che pulsa il cuore di tutta la sua esistenza spirituale, in Gesù Sacramentato. Il suo desiderio è uno solo: rendere vivo Gesù fra i musulmani del deserto attraverso la presenza del Santissimo Sacramento. Il suo amore, la sua occupazione resterà sempre il Cuore di Gesù e la sua presenza nell’Ostia consacrata, di fronte alla quale passa notti intere in preghiera. I fratelli desiderati non arrivano ma confida: «Non tormentatevi nel vedermi solo, senza amici, senza aiuti spirituali; non soffro affatto di questa solitudine, la trovo dolcissima; ho il Santo Sacramento, il migliore degli amici, a cui parlare giorno e notte. Sono felice e non mi manca niente».

E ancora: «Oggi provo la gioia di riporre – per la prima volta nella terra dei Tuareg – la Santa Eucaristia nel Tabernacolo. Sacro Cuore di Gesù, grazie per questo primo Tabernacolo in terra Tuareg! Che sia il preludio di molti altri e l’annuncio della salvezza di molte anime! Sacro Cuore di Gesù, risplendi dal fondo di questo Tabernacolo verso i popoli che ti circondano senza conoscerti! Rischiara, dirigi, salva queste anime che Tu stesso ami!».

La sua è evangelizzazione «non attraverso la parola, bensì – come lui dirà – attraverso la presenza del Santissimo Sacramento, l’offerta del divino Sacrificio, la preghiera, la penitenza, la pratica delle virtù evangeliche, la carità, una carità fraterna ed universale che divide fin l’ultimo boccone di pane con qualsiasi sconosciuto che si presenti, e che riceve chiunque come fratello amatissimo...».

Imparando la lezione del Vangelo: “Tutto ciò che fate ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”, apre sempre la porta quando qualcuno bussa, rompendo la sua solitudine contemplativa. «Dalle 4.30 del mattino alle 20.30 della sera – scrive in alcuni giorni –, non smetto di parlare, di vedere gente: schiavi, poveri, ammalati, soldati, viaggiatori, curiosi».

La sua vita trascorre così, all’interno del suo recinto, senza uscire a predicare ma pronto a ospitare chiunque passi di lì, amico o nemico che sia.

La morte arriva violenta il 1° dicembre 1916, per mano di un gruppo di predoni. Una morte nitidamente profetizzata: «Pensa – aveva scritto qualche tempo prima – che devi morire martire, spogliato di tutto, disteso a terra, nudo, irriconoscibile, coperto di sangue e ferite, violentemente e dolorosamente ucciso... e desidera che questo accada oggi!». Muore come vittima, docile e silenziosa, nel recinto del suo eremo. Ora perfettamente assimilato all’Ostia del tabernacolo. 

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“Sei qui, a un metro da me”


Della sostanziosa eredità spirituale lasciata dal novello santo Charles de Foucauld, il diamante più prezioso e radioso è quello del suo ardente amore a Gesù Ostia, e vogliamo coglierlo da alcuni appunti di un suo ritiro spirituale.

«Tu sei, mio Signore, nella Santa Eucaristia. Sei qui, a un metro da me, in questo tabernacolo! Il Tuo corpo, la tua anima, la tua umanità, la tua divinità, tutto il tuo essere è qui, nella sua duplice natura. Come sei vicino mio Dio, mio Salvatore, mio Gesù, mio Fratello, mio Sposo, mio Amato!...

Per i nove mesi che la Santa Vergine ti portò nel suo seno, non eri più vicino a Lei che a me quando vieni sulla mia lingua nella Comunione! Non eri più vicino a Maria e a san Giuseppe nella grotta di Betlemme, nella casa di Nazareth, nella fuga in Egitto, in ogni attimo di quella divina vita di famiglia, di quanto sei vicino a me in questo momento, e così spesso, in questo tabernacolo! Santa Maddalena, seduta ai tuoi piedi a Betania, non era più vicina a Te di quanto ti sto vicino io ai piedi di quest’altare! Quando eri seduto in mezzo ai tuoi apostoli, non eri più vicino a loro di quanto sei vicino a me adesso, mio Dio!... Quanto sono felice!...

Essere solo nella mia cella e intrattenermi con Te nel silenzio della notte è dolce, mio Signore, e sei lì perché sei Dio e per mezzo della tua grazia; eppure, se resto nella mia cella quando potrei essere davanti al Santissimo Sacramento, è come se santa Maddalena a Betania Ti avesse lasciato solo... per andare a pensare a Te, da sola nella sua camera...

Baciare i luoghi che Tu hai santificato nella Tua vita terrena, le pietre del Getsemani e del Calvario, il suolo della Via dolorosa, le acque del Mare di Galilea, è dolce e pio, mio Dio; ma preferire questo al tuo tabernacolo è lasciare Gesù che vive accanto a me, lasciarlo solo e andarmene, solo, a venerare delle pietre morte dove Lui non è; è lasciare la stanza dove Lui si trova, la Sua divina compagnia, per andare a baciare il suolo di una stanza dove fu, ma non è più...

Il Beneamato, il nostro tutto, è là, ci invita a tenergli compagnia, e noi non dovremmo precipitarci, e andremmo a passare altrove uno solo degli istanti che ci permette di passare ai suoi piedi! Tutto il resto, immagini, reliquie, pellegrinaggi, libri, è degno di gran venerazione, e Dio pone come dovere a queste o quelle anime di servirsene in questa o quella misura come di mezzi eccellenti per andare a Lui, per istruirsi su di Lui, per meglio amarlo e conoscerlo, però non sono altro che creature morte; serviamocene per andare a Gesù, per dovere quando Gesù ce l’ordina, quando lo vuole da noi, quando ci fa conoscere che è la sua volontà, ma quando non ci fa vedere che lo vuole, quando dipende da noi l’andare dinanzi alla Santa Eucaristia, non andiamo mai altrove; la Santa Eucaristia, è Gesù, è tutto Gesù! Tutto il resto non è altro che una creatura morta...

Facci questa grazia, o mio Dio, non a me soltanto, ma a tutti i tuoi figli, in Te, per mezzo di Te e per Te: “Dacci il nostro pane quotidiano”, dallo a tutti gli uomini, questo vero pane che è l’Ostia santa, fa’ che tutti gli uomini l’amino, lo venerino, l’adorino e che il loro culto universale Ti glorifichi e consoli il tuo cuore... Amen».

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