SPIRITUALITÀ
La Flagellazione di Gesù nella mia vita
dal Numero 13 del 29 marzo 2020
di Padre Louis-Marie de Blignières

Per espiare la mia schiavitù dei sensi, il Signore soffre la crudelissima flagellazione. «O Gesù – riflette l’Autore –, se il tuo supplizio è così spaventoso che procura orrore al solo immaginarlo, quale sarà mai la bruttezza dei miei peccati che ripara?».

L’orribile annientamento

Pilato ha ceduto. Per placare il furore sanguinario di quelli che «non accolsero l’amore della verità per essere salvati» (2Ts 2,10) decide di far punire (cf. Lc 23,16.22) quel Giusto in cui, però, non ha trovato alcun motivo di condanna (cf. Gv 18,38). La nauseante abilità del rappresentante di Cesare lascia al flagrum dei legionari della roccaforte romana della torre Antonia il santissimo corpo del mio Salvatore.

Brutalmente spogliato dell’abito bianco di cui Erode l’aveva rivestito per deriderlo, denudato sotto gli sguardi ironici dei suoi assassini (cf. Sal 21,18), il Creatore del mondo, legato per i polsi ad una piccola colonna, curvato in avanti, con il volto ricoperto da un velo spesso, offre le spalle all’azione infame dei frustatori. Ecco la santa incudine su cui sarà forgiata la mia salvezza!

Nel pretorio ora è silenzio. Nel cuore dei nemici il sinistro piacere della vittoria. Nella folla che si avvicina mi metto accanto ai tuoi amici, o Gesù. Il nostro cuore è oppresso da un’angoscia mortale. Nel tuo cuore, o Agnello pronto per il sacrificio, vi sono il fremito della tua acuta sensibilità e la sete di bere dal calice preparato dal Padre, secondo la parola del Profeta: “I peccatori mi hanno colpito sulla schiena come fosse un’incudine e hanno prolungato la loro iniquità” (cf. Sal 129,3).

I due siriani della coorte che l’ufficiale di servizio ha designato si collocano dietro la Vittima, da una parte e dall’altra, e predispongono la terribile arma a doppia frusta di cuoio. Alla fine delle braccia del flagrum brillano due sfere di piombo. I torturatori iniziano il lavoro tranquillamente, con precisione, calcolando con cura il modo di colpire. Le spalle, la schiena, i reni, le cosce, i polpacci e perfino il torace e il lato anteriore delle gambe: tutto ciò diventa il luogo in cui scatenare la propria ferocia. Subito si formano dei lividi. La pelle del Salvatore, dalla perfetta sensibilità e resa ancor più tenera dal sudore di sangue, non tarda a spaccarsi sotto i colpi mortali ricevuti. Ben presto, il lato posteriore del corpo è completamente piagato e insanguinato, intessuto di ruscelli di fuoco e punteggiato dalle ferite più profonde incise dalle sfere di piombo. «Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è nulla di sano, ma ferite e lividure e piaghe aperte» (Is 1,6).

I colpi di flagello fischiano ad un ritmo esagerato e lacerano la santa umanità di Cristo, che freme per le ferite. Il Sangue prezioso sprizza dappertutto, cade come pioggia rossa o scorre dalle spalle sino al pavimento. «In questo macello in cui viene tosata» la sua tenera carne, «l’agnello conserva il silenzio e non apre la bocca» (Is 53,7). Esasperati dalla dignità sublime del suppliziato ed eccitati dalle grida rauche dei prìncipi dei sacerdoti – i quali, senza entrare nel cortile per non contaminarsi, assistono dal portico all’esecuzione –, i boia, inebriati da una satanica rabbia immotivata, colpiscono fino alla sincope la loro vittima. Alla fine il Verbo di Dio, che sostiene il mondo con la potenza delle sue mani, cede sotto i nostri occhi e crolla in una pozza di sangue.

Il castigo che ci procura la pace

O Gesù, «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3), Tu non hai più né forma né bellezza, sei ora un oggetto davanti a cui ci si vela gli occhi (cf. Is 53,2-3). Perché ti infliggono il supplizio infamante degli schiavi ribelli o impudichi che la Legge condannava al supplizio della frusta (cf. Lv 19,20)? La ragione è che al Getsemani, per puro amore, sei divenuto il Servo sofferente, il “porta-peccato” della razza umana, avendone voluto espiare la pena. «Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Già con la tua incarnazione e la tua assunzione di un debole corpo umano, hai preso la forma dello schiavo (cf. Fil 2,7). Ora Tu porti su di te visibilmente il castigo della mia rivolta.

Nella Sapienza divina brilla una strabiliante proporzione tra la pena e la colpa di cui il Signore si fa carico. Per espiare la mia schiavitù dei sensi, il Signore soffre la crudelissima flagellazione. O Gesù, se il tuo supplizio è così spaventoso da vedere che procura orrore al solo immaginarselo, quale sarà mai la bruttezza dei miei peccati che ripara?

Se è necessario, per soddisfare la giustizia piena d’amore del Padre, che Tu sia sommerso in un oceano di dolore – Tu in cui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) – quale sarà mai la gravità del male che io commetto con il mio corpo di peccato? Se è necessario che il tuo corpo castissimo si rivesta di un abito di sangue (cf. Is 53,2-3) per lavare le sporcizie del mio, quale deve essere il valore della purezza? E quale collera si prepara per il giudizio di coloro che si ostinano a sottrarsi a questa pioggia di Sangue redentore? «Li ho pigiati nella mia ira, li ho calpestati nella mia collera» (Is 63,2-3).

O Vittima di sostituzione, contemplandoti legato ad una colonna vedo la difformità del male e il fuoco del castigo. Sentendo i sinistri fischi delle frustate, cogliendo in spirito il morso delle fruste, notando le conseguenze sulla tua carne immacolata e seguendo i solchi di sangue sulla tua schiena, ti prego Gesù, di piantare il timor di Dio nel cuore della mia carne (cf. Sal 118,120, secondo la Vulgata).

Non è forse la bruttezza del peccato e il fuoco del mio castigo che sto contemplando? Se, nella veemenza di una immane tentazione, per sbarrarle la strada, mi saprò rammentare della scena della colonna, essa mi insegnerà quel santo timore che è già «un dono di Dio e un impulso dello Spirito Santo» (Concilio di Trento).

Il casto timore dell’amore

Questa paura salutare della pena, certo, prepara ad amarti. Ma c’è una paura che è più perfetta ed è il frutto del tuo amore. Questa è una delle sette corde della lira dell’anima giusta su cui suona lo Spirito d’amore. Ed è il casto timore, quel timore filiale che è il «principio della saggezza» (Sal 111,10; Sir 1,16). Esso fa temere di offenderti, o eterna Sapienza. Esso mette nel cuore una santa “distanza” in rapporto ai beni e ai godimenti di questo mondo di passaggio, per tenere sempre sotto controllo l’uso del nostro corpo, che Tu hai santificato con il tuo Sangue.

Questo bel timore introduce alla prima beatitudine, quella che ci dà il tuo Regno, quella dei poveri in spirito, che vogliono «seguire nudi il Cristo nudo» (san Girolamo). In fatto di ricchezze, questi veri poveri non conoscono che quelle della tua povertà.

È questo timore filiale che mi fa baciare in spirito le tue piaghe, o divin Flagellato, che mi ci fa versare l’olio dei miei pianti e il vino della mia compunzione. È questo santo timore che mi inebria del liquore delle tue ferite, del «sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,19). È il timore casto che mi fa vedere nel mio corpo un “sovrappiù” di umanità per te, un tempio del tuo Spirito d’amore e mi inclina a glorificarti e a portarti nel mio stesso corpo (cf. 1Cor 6,19-20).

O Maria, Tu, di cui «la piaga è più grande del mare» (Lam 2,13), fammi fremere all’idea di ferire con la minima colpa volontaria l’Agnello immacolato. O Gesù, quando in me l’amore languisce, conducimi di nuovo allo spettacolo dell’amore troppo grande con cui mi hai amato (cf. Ef 2,4).  

tratto da: Il Rosario nella vita del cristiano,
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