SPIRITUALITÀ
Piccola Giacinta, grande guerriera. A 100 anni dalla morte
dal Numero 7 del 16 febbraio 2020
di Fra’ Ambrogio M. Canavesi

Cento anni sono già trascorsi dalla nascita al Cielo di questa bambina (morta il 20 febbraio 1920), piccola solo d’età ma gigantesca per eroismo e santità. In questo tempo di grazia, guardiamo a lei pregandola di donarci la stessa radicalità nel seguire gli appelli della Bianca Signora.

Forse nessuna apparizione può vantare, come quella di Fatima, una tale ricchezza e completezza di vedute: spiritualità, teologia e ascetica si richiamano l’un l’altra in un tutt’uno coerente; vita eucaristica, vita mariana e vita ecclesiale si armonizzano tra loro mirabilmente; adorazione, sacrificio e carità cristiana si susseguono e incatenano tra loro solidamente. In tal modo viene consegnato a noi devoti un manifesto completo di come vivere la vita cristiana nel Cuore Immacolato di Maria, manifesto programmatico però che ha il suo manuale di istruzioni pratico nella vita dei santi pastorelli di Fatima, santa Giacinta e san Francisco Marto.

I due fratellini, come molti hanno fatto notare, non sono affatto due fotocopie e la condivisione della vita, e in particolare degli eventi significativi avvenuti alla Cova di Iria, non ha fatto loro perdere la diversità di carattere e di personalità. Anzi, diverse sono anche le loro reazioni di fronte alle apparizioni della Madonna e alle richieste della Signora. I due rappresentano, in qualche modo, due modelli differenti ma complementari di vivere il messaggio di Fatima, due linee che tendono ugualmente al centro ma passando per punti diversi. Volendo però usare un’immagine ancor più coerente, i due fratellini rappresentano in realtà le due sezioni di un unico cuore, il Cuore Immacolato di Maria. Nel cuore umano atrio e ventricolo destro e sinistro non contengono lo stesso sangue e non svolgono la stessa identica funzione – dato che da una parte rifluisce quello venoso e dall’altra viene spinto nelle vene quello arterioso – eppure, battendo sempre allo stesso ritmo, garantiscono nella loro diversità armonica il funzionamento del cuore e di tutto l’organismo umano. Un po’ lo stesso si può dire del Cuore Immacolato di Maria: il messaggio di Fatima vive e si dimostra proprio nella figura di questi due Pastorelli e nella loro complementarietà, nel loro essere differenti eppure al contempo perfettamente al ritmo con i battiti del Cuore della Mamma Immacolata.

La piccola Pastorella di Fatima

San Francisco rappresenta l’anima più delicatamente attenta alle sofferenze di Gesù, ai peccati inflitti al suo Cuore e al Cuore Immacolato di Maria, che gli fa ricercare in tutti i modi e in tutte le circostanze il silenzio contemplativo. Nel raccoglimento e nel silenzio il piccolo fanciullo vuole espiare queste colpe, versando gocce di balsamo sulle ferite del Cuore di Gesù, cioè dolci pensieri, ardenti preghiere e silenziose azioni. Francisco è tutto catturato dal pensiero di Gesù, soprattutto di quel “Gesù nascosto” nell’Eucaristia. Santa Giacinta invece rappresenta l’anima ardente e penitente, che dei peccati dell’umanità scorge soprattutto l’effetto drammatico della dannazione di tante anime, davanti alle quali non può rimanersene con le mani in mano.

Ci soffermiamo in questa occasione proprio sulla figura di santa Giacinta, in quanto ricorre proprio in quest’anno – precisamente il 20 febbraio – il centesimo anniversario della sua morte, quando la piccola Pastorella non aveva ancora compiuto dieci anni, essendo nata l’11 marzo 1910. Qualcuno ha fatto notare – guardando anche solo le foto che la ritraggono – come emerge prepotentemente il carattere non comune di questa bambina, che al momento delle apparizioni della Madonna non aveva che sette anni. Certo il sangue portoghese di campagna doveva già essere un buon incentivo a una caparbietà un po’ paesana e senza mezze misure. Allo stesso modo l’infanzia serena ma piena di continui stenti e rinunce, doveva essere una pedagogia piuttosto efficace per creare caratteri volitivi... anche un’educazione famigliare sana ma certo dalle maniere sbrigative doveva aiutare a formare giovani che non si piangevano addosso. Qualcosa di ben più profondo anima però il viso di quella fanciulla, qualcosa che va al di là del temperamento, del carattere e persino dell’educazione: uno sguardo convinto e deciso, che punta e quasi già vede la meta; una determinazione da persona matura, che sa cosa deve fare e come raggiungere ciò che cerca; soprattutto però uno spirito militante e combattente anima lo sguardo di quella piccola, lo sguardo di chi ha penetrato il segreto della vita, ha trovato un ideale per cui vivere e si è gettata completamente in esso, con tutta l’anima e tutto il corpo, senza lesinare una sola fatica. È da questo sguardo che vogliamo penetrare nell’animo combattente di santa Giacinta Marto.

Combattente contro il peccato

È il punto essenziale del suo combattimento, anzi – per meglio dire – è il fulcro della sua guerra continua, una guerra iniziata ben prima delle apparizioni di Fatima, ancora nella sua infanzia paesana. Suor Lucia ci descrive la piccola cuginetta Giacinta come una piccoletta dal carattere tosto e caparbio: inseparabile dal fratellino Francisco, entrambi elessero la cugina più grande come compagna preferita di giochi, senza per questo disprezzare la compagnia altrui. Il carattere volitivo la porta a voler primeggiare nel gioco e a non darsi facilmente per vinta, anzi a essere – in modo infantile – “spietata” nelle sue vittorie: nel gioco dei bottoni spesso si rifiutava di ridare i bottoni vinti alla cugina – per tenerli come capitale iniziale per la prossima partita, nonostante sapesse che ciò avrebbe fatto guadagnare a Lucia severi rimproveri a casa. Questa stessa caparbietà con cui era pronta a sradicare tutti i bottoni dagli indumenti degli amichetti la faceva però al contempo anche essere assolutamente spietata contro il peccato.

Un giorno, ascoltata da Lucia la storia della Passione e Morte di Nostro Signore, comprese il legame che correva tra quel Crocifisso che vedeva appeso un po’ ogni dove sulle mura di quel Portogallo rurale ancora tenacemente cattolico, e i peccati commessi dagli uomini: erano i peccati – anche i suoi peccati infantili – a far soffrire Gesù e a farlo morire in croce. Da qui la semplice ma naturale conclusione: «Povero Gesù! Io non farò nessun peccato! Non voglio che il Signore soffra di più!». In un carattere così spontaneamente cristallino e risoluto, ciò che aveva detto in quel momento di trasporto spirituale si trasformò in una massima con cui plasmare tutta la sua esistenza. Non fare più peccati, evitare le occasioni di peccato ma anche respingere lontano da sé coloro che li commettevano con leggerezza. Per questo da quel momento a certi bambini che si erano segnalati per le volgarità che pronunciavano la piccola Giacinta non consentì più di condividere i loro giochi: «La mamma non vuole che noi restiamo qui, quando ci sono questi. Ci disse di andar a giocare nel nostro cortile. Non vuole che impariamo quelle cose brutte, che sono peccati e di cui il Bambino Gesù sente dispiacere». E così, detto-fatto, presi i cuginetti con sé, se ne andò altrove a giocare.

Ad un animo già così tanto sensibile verso la malizia del peccato, la celebre apparizione del 13 luglio 1917 – con la visione dell’inferno e delle molte anime che vi cadevano dentro – accese proprio una ripugnanza infinita verso le colpe commesse dagli uomini contro Dio. Così come tante altre volte nella sua vita, sul letto di morte, a suor Lucia rivolgeva questo sfogo intimo: «Perché mai la Madonna non fa vedere l’inferno ai peccatori? Se lo vedessero non peccherebbero più, per non caderci dentro! Devi dire a quella Signora che mostri l’inferno a tutta quella gente. Vedrai come si convertono». Per poi domandare alla cugina più matura: «Che peccati fa quella gente, per andare all’inferno?». «Non so! – rispondeva suor Lucia – Forse il peccato di non andar a Messa la domenica, di rubare, di dire brutte parole, d’imprecare e di bestemmiare». «E cosi? – replicava la piccola – soltanto per una parola, vanno all’inferno? Cosa costerebbe loro stare zitti e andare a Messa? Quanta compassione sento per i peccatori! Se potessi mostrar loro l’inferno!».

Combattente per i peccatori

Ma questo zelo accesosi nel suo petto non si traduceva solo in questi sfoghi già così pieni di amor di Dio e di compassione per le anime. Da una parte la piccola cominciò a pensare sempre più intensamente a Dio, a Gesù e a Maria – in vere e intense esperienze mistiche – ma dall’altra la visione dell’inferno e la meditazione sull’eternità di esso, mise nel suo cuore anche uno zelo ardente per la conversione e la salvezza dei peccatori. Il suo testamento spirituale verbale lasciato a Lucia sul letto di morte può essere ben riassunto in questo lamento: «S’io potessi mettere nel cuore di tutti il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!».

La visione del 13 luglio le aveva spalancato il terribile spettacolo di tante anime che cadono all’inferno e un successivo dialogo con la sua “catechista”, la stessa cugina Lucia, le aveva chiarito che quello era un luogo di supplizio eterno, da cui le anime non potranno mai uscire: questa triste e terribile meditazione sull’eternità dell’inferno, la convinse che il fine per cui la Madonna le aveva concesso quella visione fosse quello di impedire – per quanto possibile alle sue forze – che tante anime finissero all’inferno. Ecco dunque che Giacinta divenne esempio mirabile della spiritualità espiatrice di Fatima. La Madonna chiese la devozione al suo Cuore Immacolato al fine di salvare tante anime che vanno all’inferno: «Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato». Queste parole della Madonna non solo divennero un ritornello sulla bocca della piccola Giacinta («Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici per i poveri peccatori!»), ma le accesero in petto una vera e propria sete insaziabile di sofferenze e preghiere espiatorie. Basti solo il commento di suor Lucia a farci capire che livelli di penitenza espiatrice abbia raggiunto quella piccola e apparentemente fragile creatura: «La visione dell’inferno le aveva suscitato un tale orrore, che tutte le penitenze e mortificazioni le sembravano niente, per riuscire a liberare di lì alcune anime». Espiare per un cristiano non significa solo unirsi interiormente e nell’intenzione all’unico vero Sacrificio espiatorio – quello di Gesù Cristo sul Golgota – ma unire le proprie preghiere alle preghiere di Cristo, il proprio sudore al sudore del Verbo Incarnato, le proprie umiliazioni e maltrattamenti alle umiliazioni e ai maltrattamenti subiti dall’uomo-Dio, il proprio sangue al suo Preziosissimo Sangue.

L’attenzione, la costanza e l’intensità con cui Giacinta svolse tale missione affidatale dalla Madonna ha però veramente dello straordinario, e la fa una vera e propria combattente in questa lotta tra il bene e il male che si svolge quotidianamente sulla terra: una guerra in cui la parola finale è già stata detta – Gesù ha trionfato sulla Croce – ma tale vittoria deve anche raggiungere ogni cuore umano. Il vessillo della Croce di Cristo, che già trionfò sul Golgota, deve trionfare anche in ogni cuore umano. Giacinta – da buon soldato di Cristo – prese su di sé questa missione: «Giacinta sembrava insaziabile nella pratica del sacrificio», scrisse suor Lucia. Da quel momento i suoi Rosari non furono più quelli fanciulleschi e sbrigativi di prima – quando i tre Pastorelli ritenevano che bastasse recitare l’incipit di ogni preghiera per aver assolto il proprio compito – ma delle intense preghiere espiatorie, prolungate e sofferte.

Già il giorno dopo la visione del 13 luglio, poi, i Pastorelli capirono come declinare in pratica la richiesta di sacrifici: diedero il loro pranzo in pasto alle pecore, rimanendo tutto il giorno digiuni, e questo perpetuo digiuno divenne una costante della loro vita, sempre più raffinatamente praticata. Alla buona merenda materna – donata quotidianamente ai poverelli – i tre incominciarono a preferire pinoli, radici o ghiande amare. «Giacinta! – sgridò una volta Lucia – Non mangiare quella roba, che è tanto amara!». «Proprio perché e? amara la mangio – rispose la piccola – per convertire i peccatori». E che dire di quella volta che per un’intera giornata rovente si rifiutarono di attingere e bere acqua per offrire tale sacrificio per i poveri peccatori, e poi la ruvida corda legata ai fianchi a mo’ di cilizio e, ancora, le ortiche con cui si fustigavano... Ogni circostanza spiacevole diveniva poi l’occasione di offrire la propria sofferenza al Signore: lo stesso giorno in cui attuarono il loro estremo “sciopero della sete”, mentre nelle ore più calde della giornata giacevano spossati dalla calura e dalla sete, i grilli e le cicale incominciarono il loro monotono e fastidioso cicaleccio. Davanti a questo la piccola, in un improvviso emergere della debolezza della sua natura, chiese al fratellino: «Di’ ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa tanto male la testa!». Questa volta fu però il fratellino a ricordarle che la sua battaglia non ammetteva requie: «Non vuoi soffrire questo per i peccatori?». E la povera bambina, stringendo la testa fra le manine, rispose: «Sì, lo voglio, lasciali cantare».

Gli unici momenti in cui la nostra piccola eroina sembrò tentennare e soccombere dinanzi allo scontro fu quando si trattò di compiere il sacrificio di ciò che è più caro alla natura infantile: gli affetti. Nella prigione di Ourem, davanti alla paura che i genitori stessi l’avessero abbandonata ai suoi aguzzini, santa Giacinta si attaccò alle sbarre delle finestre e incominciò a piangere. Nonostante il dolore acuto, bastò la delicata rampogna di Lucia a farla rinsavire: «Ma dunque non vuoi offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori?». «Lo voglio, lo voglio! – e, alzando gli occhi al cielo – O mio Gesù! È per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il Santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria». Ancora più struggente fu l’offerta che fece sul letto di morte quando, per rivelazione della Madonna stessa, venne a sapere che sarebbe morta in ospedale, in solitudine e lontana da tutti, e soprattutto lontana dall’amata cugina. Anche in questo caso però – brandendo lo scudo della fede e con in testa l’elmo della salvezza – rispose ai mille dubbi e alle paure che affollavano la sua anima: «Non m’importa: soffro per amore del Signore, in riparazione al Cuore Immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il Santo Padre».

Combattente per i diritti di Dio

Un terzo aspetto del combattimento di questa piccola guerriera è necessario notare, in quanto spesso passa sotto silenzio nell’analisi dei fatti di Fatima. Giacinta certo combatté con tutta la forza contro il peccato e per la salvezza dei peccatori, ma nel quadro di una guerra santa per i diritti di Dio: tutta la vita dei Pastorelli e, in sostanza, anche il messaggio di Fatima è una moderna crociata spirituale per i diritti di Dio contro l’ateismo e l’indifferentismo religioso, e le loro svariate conseguenze sociali. La guerra giusta è una guerra combattuta per salvaguardare o restaurare dei diritti conculcati e oppressi e il peccato sempre – essendo una disobbedienza alla Legge di Dio – conculca e opprime il diritto di Dio ad essere obbedito, onorato e rispettato.

Nel messaggio di Fatima anche questo aspetto è presente, in particolar modo nel carattere “riparatorio” che assumono le pratiche di preghiera e penitenza: la riparazione significa infatti voler compensare Dio per l’offesa ricevuta, voler restituire in integro ciò che Gli è stato tolto con il peccato, nel volerlo onorare in cambio delle offese ricevute. Quando poi il peccato non assume più un mero aspetto privato e personale, ma si cristallizza in ideologie e teorie sociali, allora la riparazione e la compensazione richiedono uno sforzo superiore. Non a caso la Madonna indica proprio nella consacrazione al suo Cuore Immacolato il modo per rendere a Dio ciò che gli è stato tolto, non solo a livello dei peccati personali ma anche delle aberrazioni rivoluzionarie e liberali.

«Per i meriti infiniti del Sacratissimo Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria», è la preghiera che l’Angelo indicò ai Pastorelli di rivolgere alla Santissima Trinità non solo per la salvezza dei peccatori ma anche per compensare alla loro mancanza di preghiera, di amore, di speranza e di carità in Dio. La consacrazione ha lo scopo di attuare una giusta riparazione presso Dio delle colpe dei peccatori, tramite i meriti infiniti di Gesù e di Maria. Al contempo però è anche il mezzo con cui Dio vuole intervenire nel mondo e far terminare tutti gli errori, le guerre e le sofferenze che sono esito delle offese fatte a Dio e, al contempo, giusta punizione inflitta all’umanità peccatrice. Già da bambina santa Giacinta era sollecita nel correggere i piccoli compagni di gioco che peccavano, facendo notare quanto si offendeva Dio con il peccato: «Non fate così, che offendete il Signore nostro Dio; ed Egli è già tanto offeso!».

È soprattutto nell’ultimo periodo all’ospedale – tra le sofferenze della malattia e la solitudine – che sulle sue riarse labbra si concretizza a più riprese la volontà riparatrice della nostra piccola eroina: «Soffro, sì; ma offro tutto per i peccatori e per riparare al Cuore Immacolato di Maria!». Secondo suor Lucia: «Questo era il suo ideale, questo era ciò di cui sempre parlava». Le offerte per riparare le offese contro Dio si moltiplicano sul letto del dolore e della morte, sul quale peraltro la piccola e innocente bambina comprende, per illuminazione divina, la malizia dei peccati contro la castità e la perversità delle mode moderne che tanto offendono Dio. Commovente è poi uno dei dialoghi con Lucia. Alla domanda della cugina su quanti sacrifici avesse offerto durante la notte, la piccola Giacinta rispose: «Gliene ho offerti molti, molti; non so quanti saranno stati, perché avevo molti dolori e non mi son lamentata». Sul letto di morte Giacinta è una combattente per i diritti di Dio, perché questi non siano violati con il peccato e – ancor più – perché attraverso le sue offerte e le sue preghiere sia reso a Dio quell’onore che gli è stato tolto.

Lo sguardo del soldato

Lo sguardo della piccola Giacinta trapassa le pagine del giornale e lo schermo del computer e penetra nei nostri occhi, nella nostra mente e nel nostro cuore in maniera un po’ dolorosa... dolorosa perché lo sguardo di quella piccola combattente penetra e lacera la nostra mediocrità e tiepidezza, per ricordarci che non è lecito stare al servizio del Signore a mezze misure; che non è possibile salvare le anime dei poveri peccatori senza il sacrificio di tutta la propria vita; che il peccato va evitato come maggior male del mondo e come tutto il nostro zelo debba essere votato all’onore di Dio. Santa Giacinta è l’avanguardia di un esercito che la Madonna ha voluto e vuole radunare sotto l’insegna del suo Cuore Immacolato per salvare le anime, per riparare l’onore di Dio offeso e per instaurare nel mondo il Regno di Dio.