SPIRITUALITÀ
San Francesco di Sales raccomanda: vivi santamente!
dal Numero 3 del 19 gennaio 2020
di Paolo Risso

Tutto per amore, senza mezze misure, con gioia. In queste parole c’è in sintesi la vita e l’insegnamento di san Francesco di Sales. La chiamata alla santità è certo fatta di croci, grandi e piccole, ma nella misura in cui si fa della propria vita un’offerta a Dio e al prossimo, essa diventa la più bella avventura.

Nasce a Thorens, in Savoia, nel 1567 da aristocratica famiglia. La sua piccola provincia dipende ancora da Torino, ma già partecipa allo sviluppo spirituale della Francia. Vi si parla il francese più puro, giunto a pieno compimento. Francesco di Sales terrà sempre uniti la sua Savoia e il regno di Francia.

A Parigi completa gli studi presso i Gesuiti che formano ottimi umanisti, brillanti per greco e latino, e cattolici ferventi. A 11 anni il giovanissimo Francesco chiede la tonsura e sorride in silenzio, persino un po’ divertito, quando suo padre parla di farne un giurista e un senatore. Nel collegio di Clermont si accosta alla Comunione eucaristica tutte le domeniche e i suoi compagni lo soprannominano “l’Angelo”.

Apostolo del Chiablese

A 18 anni vive una forte crisi, non dei sensi e degli istinti, ma dell’anima: «Come farò a salvarmi della perdizione eterna? Forse esiste davvero una predestinazione fatale? O l’uomo è libero?». Il giovane Francesco trova la luce nell’amore di Dio che vuole la salvezza di tutti, ma chiede la corrispondenza di ogni uomo a Lui. Come Giovanni il prediletto degli Apostoli di Gesù, sarà anche lui l’apostolo dell’amore.

Quando si fa luce nella sua anima, l’attesa è ormai finita: cade in ginocchio davanti all’immagine della Madonna des Grés e la Vergine Santissima riceve il suo cuore, l’impegno a offrire tutta la vita al Cristo, del quale da sempre è innamorato.

Passa quattro anni a Padova, dove si immerge nello studio di san Tommaso d’Aquino e di sant’Agostino, la teologia più sicura e luminosa, la teologia della Verità e dell’Amore, che fanno sintesi in Gesù solo. Francesco si conferma nella vocazione che ormai è sbocciata dal suo primo boccio quando era decenne: «Sarò sacerdote».

Mentre i suoi compagni di università si buttano a volte attraverso le giovanili follie, egli riceve gli Ordini minori in una settimana, il diaconato tre mesi più tardi, e il Sacerdozio, dopo altri tre mesi. Insomma, era un giovane che Dio si era prescelto e riservato per sé, e di lui san Gregorio Nazianzeno avrebbe detto: «Egli era prete prima di essere prete». Si mette subito all’opera.

Quasi subito il suo Vescovo lo nomina canonico del suo capitolo, e presto diventa preposito. Un incarico per aver diritto a qualche soldo e a una vita tranquilla? Il canonico Francesco predica in chiesa e sulle piazze («vogliano o non vogliano, devono ascoltare la verità della Fede cattolica, unica via di salvezza!»), soccorre i poveri, visita i malati, passa lunghe ore in confessionale sempre assediato da fedeli e da peccatori che si convertono, e parla molto, fino a far indignare suo padre, che lo vorrebbe predicatore con citazioni greche e latine, mentre lui predica in modo che tutti lo comprendano, e possano conoscere e amare Gesù.

Giovanissimo apostolo trentenne, con il suo stile umile e pacato, ma che dimostra la sua fiamma che arde di amore a Gesù, la sua fama si diffonde con una pericolosa distinzione che lo fa segnare a dito. Il Chiablese, cioè quel meraviglioso paese di monti e di colline, che costeggia a sud il lago di Ginevra, da Hermance a San Gingolph, è diventato protestante e calvinista. Il vescovo di Annecy – che è anche il pastore di Ginevra che gli è stata sottratta da Calvino – ha tentato di riportarlo alla Chiesa Cattolica, ma il primo tentativo è fallito. Ci prova una seconda volta e il preposito del capitolo, il giovane Francesco di Sales, chiede di essere in prima fila.

Si fa missionario percorrendo in lungo e in largo il paese, sotto il sole o in mezzo alla neve, rigandola di sangue dai suoi piedi... gelati e screpolati, passando le notti sotto le stelle anche quando tira vento gelato, rischiando la pelle in mezzo ad avversari che spesso hanno il pugnale lesto. È mobilitato dall’amore a Gesù, possiede lo stesso suo Cuore tormentato dall’ardore per la salvezza delle anime; per la conversione di calvinisti a Gesù (già, la salvezza delle anime: bel problema, sono anni, decenni che noi poveri laici cattolici non ne sentiamo più parlare da alcuno, anche se la “suprema ratio” rimane sempre la salus animarum!).

C’è chi non vuole ascoltarlo? Francesco scrive e fa scrivere dai suoi volontari volantini e manifesti, con concise e puntuali istruzioni sulla Fede cattolica, che affigge ai muri e fa scorrere sotto le porte delle case, che restano chiuse al suo bussare. Per questo sarà fatto patrono dei pubblicisti. Anche oggi ci sono laici che ricorrono a questo mezzo, aiutati da computer, internet o tipografie: un bell’apostolato di prima linea! Così quando nel 1598 il Vescovo esamina il lavoro compiuto, constata che quasi tutti i chiablesani sono tornati ad essere cattolici.

Nel 1599, Francesco ha 32 anni, ma la sua missione nel chiablese l’ha reso celebre in tutta la Chiesa; a Roma, papa Clemente VIII, davanti a un folto gruppo di vescovi e di cardinali, si fa raccontare l’avventura da Francesco stesso: ha convertito circa 30.000 persone (proselitismo? No, pratica del comando di Gesù: “Andate, predicate, convertite” (cf. Mc 16,9).

Vescovo di Annecy

Presto Clemente VIII lo consacra vescovo coadiutore di Annecy, con diritto di successione. Ha 32 anni. Re Enrico IV lo vorrebbe a Parigi, dove Francesco va nel 1602: è stimato nel salotto di Madame Acarie, cenacolo di cultura e di fede, è ricevuto con onori dal card. De Berulle, popolo e nobili si accalcano sotto il suo pulpito. Il Re gli offre di diventare vescovo di Parigi. Francesco rifiuta: «Sono già sposato con una povera donna [la diocesi di Annecy] e non posso lasciarla per una più ricca!». Morto il suo Vescovo, è lui il nuovo vescovo di Annecy, in una piccola diocesi savoiarda.

Ma quale Vescovo sarà! Per 20 anni potrà scavare il suo solco e piantare il suo seme. Intanto vive come un monaco, sempre con Dio e sempre a disposizione di chi lo cerca, «come – dice – un abbeveratoio pubblico». Organizza scuole di catechismo e lui stesso va a insegnare ai bambini. Ai preti che non hanno parrocchia ordina di mettersi a servizio dei parroci e delle anime e di non fare gli scansafatiche. Non ha ancora un seminario, ma provvede di persona tramite i preti migliori, alla formazione del clero, un clero che vuole incentrato in Gesù.

Ogni domenica celebra la Messa nella sua cattedrale e predica al popolo, ascoltatissimo, mediante colloqui familiari, dal tono delicatissimo, pieni di esempi, di domande e di risposte, con stile bonario e fortissimo, che certamente non rende antipatico Gesù, ma attira e affascina a Lui. Commenta: «Non ditemi che sono un grande predicatore, ma ditemi, se lo sono, che sono buono, servo di Gesù e delle anime».

Lui stesso è un uomo affascinante, ma di una purezza celestiale. Colpisce in lui soprattutto la sua mitezza, la sua carità (una volta, per via, si toglie le scarpe e le dona a un povero che non le ha!). Non urta mai con frasi severe, ma non fa sconti né è ambiguo sulla Verità che è pure sempre la prima misericordia e la più grande carità. Ha buon senso, prudenza, una fortezza come di diamante, nell’affrontare dispute con i calvinisti, che però sentono il suo amore di Padre, stile Gesù. Vuole formare anime forti in tutti i ceti sociali, tra i preti, i religiosi, gli sposi, a cominciare dalla donna, che ritiene per natura un’innamorata di Dio, una “Filotea”, e con questo titolo scrive il suo libro più famoso e più diffuso, bellissimo ancora oggi.

Per chi è chiamato a una forma più alta di santità, scrive il Trattato dell’amore divino – il Teotimo –, guida per i mistici, ma intanto afferma e spiega che la santità è per tutti, che va tradotta e declinata nella vita quotidiana della suora come della madre di famiglia, del prete come del soldato e del commerciante, del contadino come del giurista. Bellissime a riguardo sono le sue Conversazioni spirituali e le migliaia di Lettere di direzione che scrive ai figli e alle figlie spirituali sparsi per la Francia, l’Italia e l’Europa. Insomma, si tratta di un umanesimo cristiano: Francesco di Sales ama l’uomo e lo vede redento da Cristo sulla Croce, pertanto degno di amore e di cura per la sua salvezza eterna: Francesco di Sales ama l’uomo perché ama follemente Dio. Non l’umanesimo centrato sull’uomo da solo, sui suoi presunti “diritti civili”, come è in voga oggi, ma un umanesimo cristo-teocentrico. Fiducia nell’uomo? Sì, ma nell’uomo redento da Cristo, confidenza in Gesù l’unico Redentore dell’uomo. È la vocazione universale alla santità.

Con questo stile, con santa Giovanna De Chantal, Francesco di Sales fonda la Visitazione nel 1610. L’Ordine religioso femminile che diffonderà tra le giovani povere come tra le benestanti, la consacrazione a Dio, a Gesù Cristo, come Dio di amore, che porta a compimento l’umanità di ognuna. «Confidenza in Dio e seri sforzi dell’uomo»: ecco la regola di vita che egli propone. «Tessere fortemente la tela delle virtù piccole, ma divinizzare in Gesù tutte le virtù umane. Volersi dare a Dio, pregare, operare bene, ma soprattutto amare», amare come il Crocifisso, si intende. Alla base di tutto, Francesco pone la Confessione e la Comunione almeno settimanale, i Sacramenti che santificano ogni uomo/donna, l’umile come il dotto e il potente.

Di lui dirà il vescovo di Meaux, Jacques Benigne Bossuet: «Si usava relegare nei chiostri la santità, la si credeva eccessiva per poter comparire a corte e nel gran mondo. Francesco di Sales è stato scelto per andare a toglierla dal suo ritiro». La battaglia per condurre e ricondurre le anime più lontane a Dio la sostiene fino all’ultimo respiro.

Alla fine del 1622, benché debole e infermo per le fatiche e lo zelo dato alle anime, viene chiamato a Lione. Si ferma a Belley presso il suo amico, il saggio vescovo Camus. Ma riprende il cammino, sfidando la gelida tramontana delle rive del Rodano, verso Lione. Il 28 dicembre 1662, il santo Vescovo di Annecy vede Dio faccia a faccia così come Egli è. Ha solo 55 anni. Nel 1665, papa Alessandro VII lo iscrive tra i santi. Nel 1877, il beato Pio IX lo proclama Dottore della Chiesa. Di quanto ho letto di lui, mi assilla un’affermazione lucida e forte, rivolta soprattutto ai suoi preti e ai cattolici che sono chiamati in prima fila per Gesù (cito a braccio): “I protestanti sono dilagati nella nostra Europa, e occupano spazio, anche perché noi cattolici spesso non abbiamo studiato abbastanza per confutarli e smascherare i loro errori. Spesso ci siamo limitati a recitare l’Ufficio e non siamo scesi in campo a impedire le loro opere nefaste. È urgente sapere e approfondire la Verità e annunciarla a tutti coloro che la negano, rispondendo a tutte le loro obiezioni con la parola e con la nostra vita”.

Vale ancora oggi. Urgente e impellente più che mai. Direbbe san Paolo: “È l’ora di risvegliarci dal sonno” (Rm 13,11).