SPIRITUALITÀ
“Sono solo: vieni con me!”
dal Numero 29 del 21 luglio 2019
di Paolo Risso

In una notte, la Voce divina sottrae la giovane Julia Crotta alla musica, allo sport e agli studi, nei quali eccelle, per condurla nella solitudine. Dalla cella romana dove è vissuta col nome di suor Nazarena, predica la più semplice verità: Dio solo basta!

Il 15 ottobre 1907 (festa di santa Teresa d’Avila) a Hartford (USA) nacque Julia Crotta. Cristiana e cattolica, in un periodo in cui sono molti coloro che dall’ateismo o dal protestantesimo si convertono a Gesù nella Chiesa Cattolica. Pure molti sono quelli che dalle vie più impensate si consacrano a Dio nella vita religiosa. Ma la via di Julia sarà tra le più ardue e sconvolgenti.


Singolare chiamata

È appassionata di musica e di sport, tanto da essere ai primi posti come musicista e sportiva. È molto alta ed è campionessa di pallacanestro. Studentessa, poi laureata modello. Davanti a sé ha un avvenire brillante, di primo piano, da far invidia a chiunque.
In preparazione alla Pasqua del 1934 – 27 anni di età – prende parte a un ritiro spirituale, in cui vive una “nox beatissima” che segnerà tutta la sua esistenza sino alla morte. Lo racconterà nei suoi diari, scritti per obbedienza ai suoi superiori.
In quella “notte” piena di luce, Julia “vede” Gesù che le chiede: «Vieni con me nel deserto. Sono tanto solo. Non ti lascerò mai». Non comprende subito quella chiamata: “Nel deserto, dove?”. Che Gesù sia solo e abbia bisogno della sua compagnia, la sconvolge, e si mette alla ricerca del suo posto, quello voluto da Dio per lei da tutta l’eternità. È certo che vuole rispondere sì a “Gesù solo”.
Pensa di rispondere alla sua vocazione andando nel deserto della Palestina. Ma non è quello il suo deserto. Poi entra in alcune comunità religiose assai rigorose, dove il distacco dal mondo è totale, com’è allora il Carmelo, ma capisce che Dio la vuole altrove e quello non è ciò che ella cerca. Ma non abbandona il suo proposito. Intanto passano 11 anni.
La sua preghiera, soprattutto alla Madonna, si fa ardente, sempre più ardente. Si consiglia con il direttore spirituale e con anime tutte di Dio. E trova il suo posto a Roma, nel monastero di Sant’Antonio Abate sull’Aventino, dove vivono le monache camaldolesi che riconoscono il loro padre fondatore in san Romualdo (950-1028): lì sarà camaldolese del ramo eremitico, come “reclusa”, sola con Gesù solo.
Che cosa vuole dire “reclusa”?


15 metri quadrati

Julia stila un regolamento per la sua “reclusione”. Il 21 novembre 1945, festa della Presentazione di Maria al Tempio, giornata delle oranti, va in udienza al Santo Padre Pio XII il quale legge il regolamento che Julia gli presenta. Il Papa è perplesso se dire sì o no, tanto è austero il regolamento, che gli pare troppo per la salute della giovane donna. Julia insiste e alla fine il Papa lo approva: «Va’, figlia mia, nel deserto amerai Gesù solo e Lui provvederà a te, e tu offrirai la vita con Lui, per tutta la Chiesa».
Sale all’Aventino come sul monte di Dio, accompagnata da un sacerdote e da alcune suore. Nel monastero, entra nella cella di 5 metri per 3, da cui non uscirà fino alla conclusione della sua vita. D’ora in poi sarà suor Nazarena, nota, nel giro di breve tempo, nonostante il suo silenzio assoluto, come “la reclusa di Roma”.
«Appena misi piede nella cella di reclusione – scrive nel suo diario di quel giorno – e dopo che le monache che mi accompagnarono se ne furono andate e la porta fu chiusa, che gioia, che gioia! Alzai le braccia al cielo. In me, ho sentito con certezza: “Eccomi, finalmente al mio posto. Al posto voluto da Dio per me”».
Non farà né dirà nulla di particolare, ma la sua storia appassiona chi crede e chi non crede. È il segno che non solo si può vivere per Dio, ma si può vivere di Dio. Senza alcun materasso o cuscino, dorme su una cassapanca di legno su cui è inchiodata una croce. Alcune ore al giorno lavora... anche intrecciando le palme che si distribuiscono nel periodo prima della Pasqua, a Roma, a cominciare dalla basilica di San Pietro.
La maggior parte del giorno la trascorre meditando, pregando, studiando. Partecipa ogni giorno alla Messa, ripresentazione del Sacrificio di Gesù sulla Croce, da una finestrella che comunica alla cappella e da cui riceve Gesù-Ostia nella Comunione. La sua massima e unica occupazione è l’offerta di se stessa, di tutto, con Gesù Crocifisso, immolato sul Calvario e sull’altare, per adorare il Padre, lodarlo, espiare il peccato e intercedere per tutti gli uomini, a cominciare dai più “lontani”... e dai sacerdoti.
Da una piccola finestra della sua cella, può vedere a fatica la cupola di San Pietro. Così il suo pensiero, meglio la sua offerta con Gesù solo, dilaga incessantemente sulla Chiesa, sul papa, sulla santificazione dei sacerdoti e di tutte le anime. Non conversa con nessuno. Le suore della comunità, che si succedono negli anni, non l’hanno mai vista in faccia. Solo il suo confessore la può avvicinare.
Per quasi tutti i giorni della settimana, suor Nazarena si nutre solo di pane e acqua, in Quaresima ancora meno. Si veste con un saio molto modesto, davvero poverissima. Non solo non possiede nulla, ma non porta nulla con sé. Prima di entrare in cella, suonava il violino come un’artista, ora non ha più con sé neppure il violino. In un piccolo scaffale, rasente al muro, ha qualche libro che le serve per la meditazione e per la preghiera.
Si affidano alla sua preghiera numerose anime, cariche di luce o di tenebre, anche sacerdoti e vescovi; gli stessi pontefici, da Pio XII a Giovanni Paolo II, chiedono la sua intercessione. Pare che Giovanni Paolo II sia venuto a visitarla. È certo che il Vicario di Cristo le affida la sua missione.


Umile grande donna

Così silenziosa da apparire “una murata viva”, come sappiamo di lei? Sappiamo dai suoi diari, scritti per obbedienza, dalle sue lettere indirizzate ai direttori spirituali e ad alcune anime, dai suoi ricordi autobiografici. Sembra una donna fuori dal tempo, eppure il suo stile di supremo amore a Gesù solo è di sconcertante attualità. Un capolavoro di intimità con Gesù, che lei non ha più lasciato solo.
Nel anni ’80 del secolo scorso, quando ella era ancora in vita, i suoi testi hanno cominciato a diffondersi in ambienti cattolici. Letti e meditati, alimentano la preghiera e la ricerca di Dio in piccole anime e in uomini illustri. A Roma nascono circoli e incontri di anime che meditano pagine sue, come la seguente: «Soltanto nella solitudine silenziosa, mi sento felice. Fuori mi sento infelice, un pesce fuori d’acqua. Soffro fino a che non torno nella mia solitudine. Allora, che gioia essere e stare sempre con Gesù».
Vittorio Gassman ne rimane affascinato. Suor Nazarena ha indirizzato molte lettere al padre Augustin Mayer, benedettino tedesco e futuro cardinale. Il suo stile di vita lo conosciamo anche dal suo regolamento che aggiorna di continuo per una offerta sempre più totale a Gesù. Man mano che gli anni passano, la sua offerta di vita diventa sempre più una cosa sola, una piena comunione con Gesù, un farsi “ostia con Gesù-Ostia”, l’esplosione del “Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me” (cf. Gal 2,20) di san Paolo. Anzi, l’“essere uno con Lui e con il Padre”, proprio della preghiera sacerdotale di Gesù, nel capitolo XVII del Vangelo di san Giovanni.
Quanta perfezione di amore ella abbia dato a Dio, quante anime abbia portato a Lui, lo scopriamo, almeno in parte, da affermazioni come le seguenti, riportate da Il Timone (n. 185, giugno 2019, p. 43): «Mai in più di 43 anni di reclusione ho sentito una sola tentazione di uscire dalla mia reclusione. Ho sempre sentito con tanta gioia e riconoscenza, che sono al mio posto, al posto voluto da Dio per me. Nessun sacrificio è stato troppo costoso per rimanere sempre reclusa al mondo».


Il Cielo si apre

Alla fine del 1989, suor Nazarena, 82 anni di età, si è fatta fragile. Sente che lo Sposo Gesù – che ella non ha mai lasciato solo – la chiama a vederlo per sempre. Ella è vissuta nella sua cella di reclusa, come nel suo cielo, come dice un antico detto monastico: «Cella sit tibi coelum, qua coelica cernas. Hic ores, hic mediteris, hic crimina plangas. Pax est in cella, foris autem plurima bella» (La cella sia per te il cielo, dove contempli cose di Cielo. Qui preghi, qui mediti, qui piangi i peccati. Nella cella c’è la pace, fuori invece molte guerre).
Questa è stata la vita di suor Nazarena, per quasi 45 anni. Nella cella ha pregato per sé e per tutta la Chiesa, in un tempo difficilissimo, segnato dall’apostasia. Lì ha meditato... fino a contemplare il suo Sposo nella fede, lì ha pianto e ha espiato per i peccati del mondo, per la santificazione dei sacerdoti. Lì ha trovato la pace – “Gesù, nostra pace” – tra le guerre del mondo.
All’inizio del 1990, le sue condizioni si facevano gravissime. Accorrono a lei le monache della comunità: quasi tutte la vedono in volto per la prima volta. Arriva il suo confessore, per gli ultimi Sacramenti, per darle Gesù, Viatico di vita eterna. Viene sistemata su una poltrona perché sia un po’ più a suo agio. Per tutti quegli anni, non ha avuto né un vero letto né un tavolo, né una sedia. Il Cielo del suo Sposo Gesù si apre per lei il 7 febbraio 1990, nel giorno in cui i Camaldolesi festeggiano il loro fondatore san Romualdo.
Scrive Il Timone, prima citato: «Tra i suoi ultimi appunti, si trovano queste righe: “Dio voleva una piccola cella anacoretica a San Pietro e nei grandi centri del mondo per predicarvi una predica silenziosa e continua. Sarebbe bello avere proprio lì, nel cuore della Chiesa una piccola ostia davvero vivente unita in modo speciale all’Ostia divina, Gesù... Quella piccola cella vicina alla Vita celeste, deve essere come un faro divino elevato che tutti possano vedere”».
Quella piccola ostia, quel luminoso faro, era stata lei, suor Nazarena.