SPIRITUALITÀ
Come Atanasio: Giuseppe Siri
dal Numero 24 del 16 giugno 2019
di Paolo Risso

Come il grande Atanasio, il card. Giuseppe Siri ha compiuto con scienza e passione la sua grande missione di Pastore: donare ai suoi fedeli «la Verità che tanto ci sublima», conservando e trasmettendo intatto il tesoro inviolabile della divina Rivelazione.

Nulla avviene a caso in questo mondo, perché c’è Dio che tutto guida e dispone. Non è stato sicuramente un caso che Dio abbia chiamato a sé il card. Giuseppe Siri, per 41 anni arcivescovo di Genova, proprio il 2 maggio 1989, nel giorno in cui la Chiesa festeggia sant’Atanasio, il grande Vescovo di Alessandria d’Egitto, che nel IV secolo, al Concilio di Nicea (325 d.C.) e negli anni che seguirono, difese la vera fede in Gesù Cristo, Uomo-Dio, consustanziale al Padre, in mezzo alla dilagante eresia di Ario che riduceva Gesù a un uomo eccezionale e non più il Figlio di Dio, fatto uomo.


La vita per la Verità

Anche Giuseppe Siri nella sua Genova, nel nostro tempo difficile e confuso, fu “un Atanasio” per la Chiesa e per il mondo, nella fedeltà al Magistero di sempre, alla Tradizione cattolica.
In breve, la sua vita: nato a Genova il 20 maggio 1906, sacerdote a 22 anni (il 22 settembre 1928), Vescovo ausiliare di Genova nel 1944, Arcivescovo della medesima città per volontà del venerabile Pio XII, il 14 maggio 1946, a soli 40 anni, Cardinale nel 1953, ricco di dottrina teologica sicurissima, appare una figura straordinariamente autorevole e luminosa, prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II: dottissimo e concreto, austero e solenne e pure semplice come un bambino.
Chi gli chiedeva udienza, soprattutto per aver luce sui grandi “perché” della vita e sui problemi della Chiesa e del mondo, era accolto, ascoltato e illuminato. Nei momenti più difficili, durante la Seconda Guerra mondiale e nelle lotte sociali, Genova (e non solo Genova) ricorreva a lui: maestro, pastore, padre e uomo di governo.
Amava Gesù Verità, la Verità da studiare e da diffondere a piene mani: con la Sacra Scrittura, il suo testo prediletto, sempre a portata di mano era la Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino. La Verità da difendere, e l’errore (l’eresia dilagante) da confutare, alla luce del Magistero della Chiesa di sempre, andando spesso contro-corrente senza paura alcuna, tutte le volte che era necessario, anticonformista e ribelle al mondo per amore a Cristo, anche ogni volta che il “mondo” entra nella Chiesa, per deformarla, mosso sempre dalla volontà di piacere a Dio solo e a nessun altro.
E amava la Madonna, la invocava con il Rosario ogni giorno. I suoi discorsi, le sue lettere pastorali, i suoi interventi costituiscono una sintesi del Cattolicesimo, di un “Cattolicesimo non facile ma vero e felice”, forte, militante, in prima linea, come purtroppo non siamo più abituati a vivere, ma che è il solo a poterci fare uscire dalla babele e dal fango in cui siamo finiti.
C’è un libro del card. Siri, che si intitola Getsemani (Ed. Fraternità della Santissima Vergine Maria, Roma, 1980, tradotto in diverse lingue e diffuso in Europa e nel mondo), come a voler esprimere il tormento di Gesù nell’Orto dell’agonia, tormento che continua nella Chiesa che soffre per il peccato del mondo, fuori di sé e in mezzo ai suoi stessi uomini, per la negazione della Verità e più ancora per la confusione della Verità con l’errore. «Oggi Gesù è ancora flagellato, coronato di spine, crocifisso nella sua Chiesa», come scrisse un grande uomo del nostro tempo, convertito della confessione ortodossa alla Chiesa Cattolica e diventato sacerdote, il padre Teodosio della Croce (1909-1989).


A difesa della Fede

In questo libro, come un nuovo sant’Atanasio, il card. Siri denuncia (citiamo le sue testuali parole, che non sapremmo dire meglio!) «una rottura, una volontà di affrancamento totale sia tra i teologi protestanti, sia in seno alla Chiesa Cattolica». «Quali possono essere le cause – si domanda – di questa singolare tendenza del movimento teologico?». Risponde: «Prima di ogni altra manifestazione, si delinea una mentalità che esprime un ritorno all’eresia pelagiana. Circa 15 secoli fa con Pelagio, papa Innocenzo I detto “il Grande” non si era accorto del pericolo. I Vescovi orientali si avvidero della pericolosa eresia, e riunendosi in Concilio, lo condannarono; e solo allora Roma se ne rese conto, e Pelagio fu di nuovo condannato [...]. Dopo 15 secoli, assistiamo a un’apparizione, sottile e evidente insieme, della dottrina secondo cui non esiste peccato originale e l’uomo può vivere senza peccato, con le proprie forze e senza l’aiuto della grazia».
«Accanto a questa eresia di esaltazione dell’uomo, appare anche l’errore, ancora più vecchio, secondo cui il Figlio di Dio era solo una creatura umana, errore che colpiva profondamente la concezione della Santissima Trinità e la realtà del Redentore. Ario ha avuto una grande influenza, ma la Verità è stata sempre preservata e l’errore smascherato; così la Chiesa proclama durante la Santa Messa nel Credo, l’eterna Verità di Gesù, Figlio di Dio».
«Un terzo carattere della tendenza che, come ultima conseguenza, conduce all’affrancamento totale di cui abbiamo parlato, è quell’insieme di pensiero costituente il modernismo che san Pio X ha condannato fermamente e voluto estirpare dalla vita della Chiesa. Ma questo non fu pienamente realizzato perché le tendenze moderniste sono sopravvissute più o meno apertamente e in uno stato latente. Il modernismo, ora come all’inizio del secolo XX, con parole e sfumature nuove, all’inizio implicitamente ed esplicitamente dopo, offende il principio della Rivelazione che è sostituito dalle elaborazioni del “senso religioso” nel subcosciente. Oggi, forse più che all’origine, il modernismo spinge verso un agnosticismo quasi “trascendentale” e verso “un evoluzionismo dogmatico” in modo che distrugge ogni nozione di oggettività nella Rivelazione e nella conoscenza acquisita» (G. Siri, Getsemani, pp. 45-47).
A conferma di quanto ha affermato, il Cardinale cita sul medesimo argomento il discorso del Santo Padre Paolo VI (19 gennaio 1974) che «così vede la rinascita del modernismo»: «La Rivelazione è un fatto, un avvenimento, e nello stesso tempo un mistero che non nasce dallo spirito umano, ma è venuto da un’iniziativa divina [...] ed è culminata in Cristo. La parola di Dio è così finalmente per noi il Verbo Incarnato, il Cristo storico e poi vivente nella Chiesa, cioè il Corpo mistico. Così affermando, la nostra Dottrina si stacca da errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione della vita e della storia. Il modernismo rappresenta l’espressione caratteristica di questi errori e sotto altri nomi è ancora di attualità” (Decreto Lamentabili ed enciclica Pascendi di san Pio X, 1907).
Noi possiamo allora comprendere perché la Chiesa Cattolica, ieri e oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la Dottrina della Fede» (ivi, pp. 47-48).


La più grande carità

Su questa linea, da san Pietro, il primo papa, al Concilio di Trento, fino a san Pio X, al venerabile Pio XII e al suo tempo, il card. Siri, nel suo libro Getsemani, sviluppa a fondo il discorso con estrema lucidità: «Questi tre orientamenti caratteristici, pelagiano, ariano e modernista, si trovano combinati più o meno coscientemente, con più o meno sottigliezza e anche a volte con astuzia, in un amalgama speculativo senza contorno preciso e senza riferimenti fondamentali, che serve di base per una precipitazione verso l’umanizzazione integrale di tutta la religione. Questo amalgama costituisce una specie di “iniziazione” nuova di origine protestante che si fa sentire in tutti i campi e in tutti gli ambienti».
Quanto citato, lo scriveva il card. Siri negli anni ’70 del secolo scorso. Che cosa scriverebbe oggi, nelle tenebre che ci circondano? Lo vedremmo piangere con lacrime cocenti, ma anche “tuonare”, in difesa della Verità di sempre.
In una parola, è l’antico errore, la ribellione dell’uomo che si pone al posto di Dio, contro la quale ribellione insorge (deve insorgere) la Chiesa con il Magistero intramontabile e sempre identico a se stesso (“semper idem” – “firmiter stat”!), con il Credo proclamato, spiegato, diffuso e difeso, con i suoi Padri, come sant’Atanasio e sant’Agostino, con i suoi dottori come san Tommaso d’Aquino, con vescovi come il card. Siri, sulle indicazioni della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II, Ad tuendam fidem (18 maggio 1998) – quanti la conoscono? –, in cui «per difendere la Fede della Chiesa Cattolica contro gli errori insorgenti e dilaganti da parte di alcuni, specialmente di quelli che si dedicano di proposito alla disciplina della sacra Teologia», richiama tutti alla vera Fede e definisce eretici, scismatici e apostati coloro che negano la Verità del dogma e della Legge cattolica.
Come il grande sant’Atanasio, il card. Giuseppe Siri ha compiuto con amore, fortezza e lucidità questa grande missione: la più grande carità non è piegarci al mondo, ma donare al mondo «la Verità che tanto ci sublima».